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L’atmosfera retrò e un po’ sotterranea dell’altra Conca Fiorita

Camminare piano, osservare: provare a percepire il sentimento delle cose. Lo stesso si può fare nella propria città: non solo annotarne con compiacimento i monumenti o le cose notevoli, ma anche, semplicemente, annusare l’anima dei quartieri e cercarne l’essenza

Cercare lo spirito di un luogo è una sorta di pellegrinaggio, e si può esercitare la cerca per le vie londinesi o per i viali parigini: la cosa dà comunque enorme soddisfazione. Camminare piano, osservare: provare a percepire il sentimento delle cose.

Lo stesso si può fare nella propria città: non solo annotarne con compiacimento i monumenti o le cose notevoli, ma anche, semplicemente, annusare l’anima dei quartieri e cercarne l’essenza.

Non so se ci riesco: comunque, ci provo, in questa rubrichetta, con cui vorrei restituirvi un po’ di piacere, o diciamo di soddisfazione, per il fatto di vivere in una città tanto bella e mutevole come Bergamo.

Perciò, mi avvio attraverso le strade della Conca Fiorita, qualcuna più lunga e trafficata, ma quasi sempre brevi, con svolte repentine ad intrecciarsi tra loro, di una tranquillità un tantino d’altri tempi. Se tralasciamo le vie di maggior traffico, come viale Giulio Cesare, via Crescenzi, via Baioni, e ci dimentichiamo dello stadio e dei suoi fracassi, inoltrandoci nel cuore di questo quartiere, un tempo periferico e, oggi, a due passi dal centro, scopriamo una dimensione urbana che ci riporta indietro nel tempo, fino agli anni del boom economico, della fiducia o, meglio, della speranza.

Conca FioritaUn angolo di via Baioni

Le case sono quasi tutte di quegli anni: villette mono e bifamiliari, piccoli condomini di due o tre piani, minuscoli giardinetti, un tempo curatissimi e, oggi, un poco abbandonati, un po’ tristi, come certi giardini del Gozzano.

Ci sono servizi efficienti, c’è ordine, c’è pulizia: c’è perfino una chiesa ipogea, che sembra l’ingresso di un garage, nel bel mezzo dell’unica vera isola moderna del quartiere, coi suoi condomini e i suoi ascensori. È dedicata a Teresa di Lisieux, santa normanna, anch’essa moderna, eppure, insospettabilmente, di una santità di modello antichissimo: così è la chiesa di via Crescenzi, invisibile all’esterno, non fosse che per il campanile, che riserva le sue sorprese a chi entra. L’ha progettata Vito Sonzogni: lo stesso architetto della chiesa del Monterosso. Tuttavia, a parte questa parentesi anni Settanta, il resto del quartiere esprime tutt’altro che innovazione e modernità: anzi, ricorda certi telefilm americani, coi televisori sul mobiletto e i divani in stile “svedese”.

Eppure è bella, la conca fiorita: dai cancelli in ferro abbaiano cagnolini vivaci e, d’estate, c’è per le strade un presagio di vacanze e di partenze, portato dai profumi della campagna e del colle, che distano un tiro di sasso. Tutto sembra parlarci di quiete abitudini borghesi: di una borghesia mediopiccola, dedita al lavoro, alla famiglia, a qualche hobby.

Mancano le acque, certo: quelle acque che mi sono tanto care, da quando mia mamma mi portava a costeggiare le rogge, piccolissimo, e mi perdevo ad osservarne lo scorrere lento e pieno. Eppure ci sono, sepolte sotto metri di cemento e di asfalto: e continuano a scorrere, invisibili, inimmaginate. Ecco, la conca fiorita è un po’ così: un quartiere invisibile. Non perché le sue casette e le sue palazzine non siano perfettamente distinguibili dall’occhio, ma perché sembra scorrervi una vita sotterranea, che non è quella frenetica dell’oggi e neppure quella patriarcale e contadina dei secoli che furono: è la vita di cinquant’anni fa, dei mosaici all’ingresso, delle aiuole di ortensie e dei garages con le porte in legno, a soffietto.

Un quartiere che ti dà una nostalgia sottile per tempi più ingenui e meno artefatti, ma già semplificati da frigoriferi e macchine per cucire. Sì, fatte le debite proporzioni, c’è molto di Gozzano in questa Conca Fiorita: c’è perfino un gentile fantasma femminile, che si aggira per le strade e che solo io posso vedere. Ove sei o sola che, forse, potrei amare, amare d’amore?