C'era una volta Felice Gimondi: la favola bella del campione che lotta e non si arrende mai - BergamoNews
Il lungo addio

C’era una volta Felice Gimondi: la favola bella del campione che lotta e non si arrende mai fotogallery video

Da raccontare e imparare, "perché nella vita non si può sempre vincere. Ha rimarcato i valori di sempre: famiglia, lavoro, fede, con costanza, tenacia, onestà"

Come se a Bergamo arrivasse il Giro di Lombardia: la folla si accalca, ma non c’è bisogno di transenne qui, in questo piccolo centro ai piedi della Valle Brembana. Dove in un fazzoletto di terra, nella piazza di Paladina che è diventata un set televisivo/fotografico, ci sono il Palazzo del Comune e la chiesa parrocchiale. Non occorre servizio d’ordine, anche se ci sono tante divise, dagli agenti della polizia stradale che garantiscono la regolarità delle corse ciclistiche alle divise dei cicloamatori, tanti sono arrivati in bici per dare l’ultimo saluto al suo Campione. Perché Gimondi era nel cuore di tutti, Gimondi era Bergamo, era i bergamaschi.

Aspettano in silenzio l’arrivo del Campione e lo circondano in un abbraccio stretto stretto, tanto che sembra di vederlo, Felice, che si alza sui pedali, si gira e reagisce mandando a quel paese il tifoso che gli dà l’ennesima pacca sulla spalla. Ma è solo un attimo, perché il Gimondi brontolone passa come un temporale. E poi torna il sereno e il suo sorriso, orgoglioso nel vedere tanta gente, tanti appassionati che vogliono salutarlo, come uno di loro.

Sono oltre duemila persone, in una mattinata afosa, quel caldo che piaceva a Gimondi, quando correva. Certo, non gli piaceva la retorica, da buon bergamasco schietto. È però molto difficile non scivolare nella retorica e sicuramente le parole più belle sono quelle che gli rivolge la moglie Tiziana, dal suo cuore, o la figlia Norma, quando al termine della cerimonia viene riletta la sua lettera al padre.

Eppure anche Gimondi, uomo semplice e sensibile, abituato all’affetto silenzioso della moglie e delle figlie, si sarebbe commosso e molto emozionato per l’applauso, lungo e composto, al suo arrivo in chiesa e più volte durante la cerimonia. Anche i preti celebranti si lasciano trasportare quando il parroco si rivolge alle spoglie del suo Campione e ricorda che “tutta l’Italia lo saluta con un grande applauso”.

Perché Gimondi è un monumento (Gori, in prima fila in chiesa con la fascia di sindaco, ha promesso che Bergamo lo farà) e riesce a mettere d’accordo Rai e Sky, che pure sul calcio si litigano le dirette. Qui è più di una tappa del Giro o del Tour, qui c’è Gimondi in maglia rosa, gialla e quella di campione del mondo. O quella della Bianchi, che sventola a salutare la bara del Campione, prima della sua partenza verso il Cielo. Gimondi arriva, o forse parte. O meglio, come scrive la figlia Norma, “ora tutto sembra finito, ma tu ci hai insegnato che nella vita si lotta tutti i giorni”. Applauso.

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Gimondi il Campione delle cronometro e perciò don Mansueto Callioni, che ha spesso seguito Felice anche in sella alla bici, avverte subito: “Sì Felice, cercherò di essere breve…”. E poi: “Sentiamo il bisogno di stare in silenzio per condividere il dolore dei familiari. Quanti abbracci, quante strette di mano in questa piazza: un Campione che ha rimarcato i valori di sempre, la famiglia, il lavoro, la fede, con costanza, tenacia, onestà, fedeltà. Ognuno potrebbe ricordare un episodio in cui Gimondi è entrato nella sua vita. Per dirti grazie, per le tue vittorie e anche per le tue sconfitte”.

Funerali Gimondi

Sfila l’albo d’oro del Giro d’Italia, dal vecchio (85 anni) Aldo Moser, accompagnato dal fratello Francesco, a Motta, Saronni, Basso, Zandegù, Fondriest, i bergamaschi Gotti, Guerini, Corti, il ds Stanga. Poi Argentin, Tista Baronchelli e Savoldelli che sostengono la bara del Campione, come a volerlo accompagnare nell’ultimo trionfo. Ma c’è anche Merckx, si chiede qualcuno? “I dis chel ghè mia”… Il grande rivale belga ha chiamato i familiari, non se la sentiva, ma già quel “stavolta ho perso io” diceva tanto sul suo legame con Felice.

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