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“Quando incontrai Gimondi, il mito che nonno mi descriveva come un eroe”

In quel momento stavo realizzando due sogni, mio e di nonno Giuseppe, al quale mostrai orgoglioso quella foto ricordo: spero che oggi un sorriso lo abbia concesso anche a lui, dopo che sicuramente gli avrà detto che sì, “quelli” se li sarebbe mangiati

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Fino all’11 settembre 2012 per me era solo un personaggio leggendario, di quelli che si raccontano sotto le stelle nelle sere d’estate.

Nonno Giuseppe, da grande appassionato, me ne aveva descritto qualità e origini, da Sedrina fino alle vette più alte (in senso figurato e non) del ciclismo: nei pomeriggi passati insieme davanti alla tv a guardare Giro e Tour, l’ombra di Felice Gimondi era sempre lì.

Il confronto con i corridori della nuova generazione, la narrazione di imprese fuori dal tempo contro il gigante Merckx, che dalle storie del nonno usciva ai miei occhi sempre come l’antieroe pronto a mettere i bastoni tra le ruote al “buono”.

Che però alla fine il suo lieto fine, contro il “Cannibale”, se lo scriveva da solo: senza averlo visto mai in azione, nella mia mente mi ero creato un’immagine ben precisa del campionissimo bergamasco, capace di vincere Giro, Tour, Vuelta, Classiche e il Mondiale.

Il resto l’ho appreso da enormi tomi sulla storia del ciclismo che il nonno conservava gelosamente nella sua piccola libreria.

In quelle pagine avevo cercato con insistenza soprattutto un volto da associare a quei racconti straordinari. Mentre io mi appassionavo alle sfide in salita tra Ivan Gotti e Pavel Tonkov, in un Giro poi vinto dal bergamasco, nonno Giuseppe sentenziava in dialetto: “Gimondi questi qua se li sarebbe mangiati”.

Poi quell’11 settembre l’incontro nello spazio Viterbi della provincia di Bergamo: io ero un giovane cronista che non riusciva a staccare gli occhi da quel signore distinto, nel suo impeccabile completo grigio.

In occasione dei suoi 70 anni Bergamo gli stava rendendo omaggio con tre giorni di grande ciclismo, con il Lombardia che sarebbe partito dalla sua città natale proprio il 29 settembre, giorno del suo compleanno.

Come per magia quel campione che mi ero immaginato mille volte scollinare col volto impolverato da una salita sterrata, era di fronte a me, più in difficoltà col microfono in mano che sulle terrificanti ascese percorse su due ruote durante un’intera carriera.

Un sorriso, quando gli dissi che le sue imprese mi erano sempre state raccontate dal nonno; una smorfia quasi di imbarazzo quando gli chiesi una foto, che mi concesse stringendomi la mano e facendomi i migliori auguri per la mia carriera.

Un gesto di grande umiltà, la stessa con la quale ammetteva candidamente che le sconfitte avevano una sola spiegazione e cioè che Merckx era più forte di lui.

“Oggi sono Felice”, scherzavo coi colleghi al rientro in redazione, giocando col suo nome. Ma lo ero davvero.

In quel momento stavo realizzando due sogni, mio e di nonno Giuseppe, al quale mostrai orgoglioso quella foto ricordo: spero che oggi un sorriso lo abbia concesso anche a lui, dopo che sicuramente gli avrà detto che sì, “quelli” se li sarebbe mangiati.

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