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Nanda Pivano e la Beat generation: il selvaggio Kerouac si fidava solo di lei

Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano. Aveva 92 anni e mai si è riusciti a racchiuderla in una definizione: giornalista, scrittrice, traduttrice... tutte le stavano troppo strette. Aristea Canini, giornalista bergamasca che, come lei, è impossibile ingabbiare in un termine, l'ha conosciuta bene. E ce la racconta. Con delle chicche inedite

Dieci anni fa moriva Fernanda Pivano. Aveva 92 anni e mai si è riusciti a racchiuderla in una definizione: giornalista, scrittrice, traduttrice… tutte le stavano troppo strette. Aristea Canini, giornalista bergamasca che, come lei, è impossibile ingabbiare in un termine, l’ha conosciuta bene. E ce la racconta. Con delle chicche inedite. 

Era la sera del 18 agosto 2009, a Milano faceva caldo, tanto, lei, Nanda Pivano era ricoverata da qualche tempo in una casa di cura, la Clinica don Leone Porta, circondata da mucchi di parole di carne e da amici che andavano a trovarla e bevevano dai suoi occhi che da tempo non vedevano più, quel sogno di libertà che non aveva bisogno di pupille ma aveva avuto bisogno del suo cuore. Quel cuore che aveva spalancato su un mondo allora sconosciuto in Italia.

Nanda e gli altri

Nanda e l’Antologia di Spoon River, Nanda e Cesare Pavese, suo insegnante e innamorato pazzo di lei, tanto che le chiese due volte si sposarla, Nanda ed Hemingway, Nanda e la Beat Generation, Nanda e Jack Kerouac, quel viaggio on the road che non è mai finito, anzi. Nanda e Fabrizio de Andrè, Nanda e Bret Easton Ellis, Nanda e Bob Dylan, ma anche Nanda e i ragazzi col sacco a pelo che le suonavano il campanello nella sua casa in Via Senato per farle leggere versi di sogni. Nanda e le parole di carne. Quelle che ci ha portato, tradotto, accarezzato, buttate addosso, quella speranza, quel sogno, quel viaggio, quel puzzle di parole che ogni volta danno un risultato diverso, un’emozione diversa. Dieci anni dalla morte, un conto inutile per la letteratura, per la poesia, per la musica che Nanda considerava eterna.

Nanda aveva 92 anni ma anche lì, l’età non conta, non esiste, la guardavi seduta su uno sgabello ad ascoltare Jovanotti imbastire versi sopra una chitarra o mandare a quel paese in modo garbato ma deciso chi le faceva girare le scatole.

Cesare Pavese e Primo Levi

Nata a Genova, quella Genova di Fabrizio de Andrè, dei vicoli, delle mura spesse di profumo di vino e poesia. Poi Torino dove ha come compagno di classe Primo Levi e come insegnante di italiano Cesare Pavese. Nanda e Primo Levi non vengono ammessi agli orali dell’esame di maturità perché i loro temi per lo scritto sono giudicati ‘non idonei’. Ma a Nanda non importa. Lei cerca altro, annusa altro. Pavese le porta 4 libri, uno è Addio alle armi di Hemingway che Nanda tradusse clandestinamente, un altro è l’Antologia di Spoon River, c’è anche Foglie d’Erba di Walt Whitman, la sua vita cambia. E cambia anche la vita della letteratura e della poesia in Italia.

Si laurea prima in Lettere e poi in Filosofia ma per lei la parola è altro, non quella ferma su carta, si deve muovere, un miscuglio di vibrazioni che si fanno poesia e diventano carne. Traduce in italiano l’Antologia di Spoon River guidata da Cesare Pavese, che si innamora di lei, ma Nanda ha la testa e il cuore altrove e non ha mezze misure, se non ti piace te lo dice in faccia. Nanda era una ragazza col caschetto, gli occhi curiosi e un lessico formidabile, incantava ma poi se ne andava, cercava altro.

Lei che rischia l’arresto per la traduzione di Addio alle armi (in prigione ci finisce il fratello di Nanda, per un errore di intestazione). Lei che sposa l’architetto Ettore Sottsass e che si trasferisce a Milano, un rapporto strano il loro, un rapporto che finisce in un divorzio ma in un rispetto e in un’amicizia che non si spegne più.

Nel 1956 il suo primo viaggio negli Stati Uniti, il sogno americano allora era ancora solo uno spiffero di vento che si annusava da qualche brano musicale ma stava per esplodere e la miccia in Italia si chiamava Nanda Pivano. Tradusse Francis Scott Fitzegarld, Hemingway, Faulkner e lì dietro l’angolo, ci stavano gli anni ’60, Woodstock, la contestazione giovanile, la ricerca di testi che diventassero classici per il cuore.

La Beat generation

Ci stava Jack Kerouac con il suo ‘On the road’, Sulla strada, manifesto di un’intera generazione, ancora adesso uno dei libri più venduti al mondo, portato in Italia da Nanda, tradotto, diffuso. Kerouac non era certo quello che quasi tutti pensano, Kerouac era timido, quasi spaventato da questo mondo che stava diventando troppo perfetto e di plastica, Kerouac cercava altro, e cercò Nanda l’unica volta che venne in Italia e Nanda ha raccontato quel viaggio in un brano che probabilmente ora è difficile recuperare: “Il 28 settembre del 1966 – scrive Nanda – Kerouac venne per 76 ore, perché aveva bisogno di 800 dollari per pagare un semestre d’affitto e con gli altri 200 del compenso pattuito dall’editore avrebbe pagato, almeno in parte, l’ospedale per la madre che aveva avuto una trombosi. In aereo bevve un po’ di whisky che gli fece subito male, un funzionario editoriale che lo scortava e di cui non ho mai saputo il nome gli disse che stava ‘making an ass of himself’ stava facendo proprio una figuraccia. Appena arrivato mi chiamò mi disse che era disperato, di andare subito da lui, lo raggiunsi all’Hotel Cavour dopo pochi minuti, nell’imbarazzo dei funzionari editoriali incaricati di evitare la mia presenza. Era in piena paranoia, mi disse che gli avevano fatto un’iniezione, si sentiva la lingua impastata di morfina, voleva tornare a casa, voleva sciogliere l’impegno. Mi dissero prima che era un’iniezione sedativa, poi che era un’iniezione di glucosio, ‘Take me away from here’, continuava a ripetermi al telefono Kerouac, già sotto l’effetto dell’iniezione, voleva venire a casa mia, dove diceva nessuno gli avrebbe fatto altre iniezioni…”. Il racconto prosegue e traccia un quadro di Kerouac impaurito, libero, selvaggio, divorato dagli editori e dalla popolarità, che cercava in Nanda un guscio, si fidava solo di lei. Quel giorno finì male, nell’unica intervista tv si presentò ubriaco. Voleva solo Nanda.

La Beat Generation era arrivata anche in Italia. L’aveva portate lei. Da William Burroughs a Gergory Corso e il suo Jukebox all’idrogeno, manifesto della poesia libera di quegli anni. Ma anche Henry Miller e Charles Bukowski.

De Andrè e Spoon River

Poesia & letteratura & musica, hanno convissuto insieme con Nanda. Legatissima a Fabrizio De Andrè che prese spunto per il suo album e per i suoi testi ‘Non al denaro, non all’amore, né al cielo’, dalle traduzioni di Nanda di Spoon River.

pivano de andrè

Ma da lei sono passati tutti e per passare intendo respirare, attingere, esplodere di note e parole. Patti Smith si esibì per lei su un tappeto rosso. Nanda fu la prima a scrivere in Italia un articolo su Bob Dylan, era il 1966. Nanda era fiuto, talento, istinto. Nanda cercava libertà ovunque, anticonformista per dna, non beveva, non fumava e si trovava un sacco di volte in mezzo a scrittori, cantanti, poeti ubriachi che la prendevano in giro, ma come? Lei che trasmette libertà non aveva mai avuto la voglia di alzare il gomito una volta? Hemingway si incazzava, la prendeva in giro, le versava whisky che lei regolarmente lasciava nel bicchiere.

Con Hemingway a Cuba

Hemingway portava Nanda ovunque, a Cuba, a Cortina, dappertutto, lui che cercava quel qualcosa che non trovava e lei che trovava quel qualcosa invece nelle parole. Dopo che venne assegnato a Hemingway il Nobel nel 1956, lui, sua moglie Mary e Nanda andarono a Cuba “Eravamo a Cuba, nella minuscola tenuta – scrive Nanda – troppo minuscola forse per uno che aveva insegnato a scrivere a mezzo secolo di scrittori, Hemingway aveva appena ricevuto il Nobel e tutti andavano per vederlo, mi disse ‘la gente crede che la mia casa sia una specie di monumento pubblico e che io sia l’elefante nello zoo, la domenica. L’ultimo libro che ho scritto è molto triste e parla di un vecchio colonnello. Tutti cercano di identificarmi con il vecchio colonnello perché ho fatto tante guerre, e mi fanno girare le scatole. Se si riesce a immaginare abbastanza bene una cosa, tutti credono che sia vera. C’è sempre qualcosa di vero anche nelle cose immaginate. Allora nascono i guai per le persone alle quali si vuole bene’”.

Parole & Carne

Ecco, Nanda riusciva a tirare fuori dalle persone quello che andava oltre. Parole & carne si fondevano e usciva la meraviglia. Quello stupore che fa della musica, della letteratura, della poesia l’eternità. Quell’eternità che anche a 92 anni cercava nello sguardo dei giovani: “Mi guardano smarriti, aspettando il blue print, un modello di comportamento che io non posso dare. E ogni volta
dico loro la stessa cosa: tocca a voi mostrare la strada dell’integrità e dell’onestà, sperando che gli adulti la seguano. Sono i giovani che devono riportare la realtà all’innocenza originaria”.

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