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Violenza su donne e minori, prima denuncia “col codice rosso che non convince”

I dubbi del pm Dettori che si occupa di questi casi: "La direzione del governo è apprezzabile, ma ancora una volta mancano gli strumenti necessari"

Sono quasi le tredici di giovedì otto agosto. In procura a Bergamo arriva la denuncia da parte di una ragazza della provincia che ha subito violenza da un uomo. Nulla di nuovo, purtroppo, ogni giorno sono diverse le segnalazioni simili che passano dagli uffici di piazza Dante. Ma questo è il primo caso che rientra nel nuovo codice rosso, il disegno di legge messo a punto per contrastare la violenza su donne e sui minori, entrato in vigore proprio ieri. Una corsia preferenziale per le denunce nei casi di violenza domestica o di genere, che introduce alcune novità per questi tipi di reato.

Il caso di giovedì, sul quale c’è il più stretto riserbo vista la delicatezza della situazione, è arrivato nell’ufficio del sostituto procuratore Gianluigi Dettori, che insieme alle colleghe Carmen Esposito, Chiara Monzio Compagnoni e Raffaella Latorraca, oltre a Laura Cocucci e Carmen Pugliese (per il 50%) fa parte del pool bergamasco che si occupa delle fasce deboli.

Dettori

Dottore, cosa ne pensa del nuovo codice rosso introdotto dal governo? Può essere utile nel contrasto alle violenze su donne e minori? E per voi, può agevolarvi o rischia di complicarvi il lavoro?

“Premesso che mi pare che il fenomeno sia in crescita – commenta Dettori – o che quantomeno sia in aumento l’attenzione su di esso e il numero di denunce, ben venga quindi qualunque novità che possa aiutare la sua risoluzione.

Sull’adeguatezza degli strumenti del codice rosso però ho qualche perplessità, perché la modifica normativa contiene luci e ombre. In particolare, si dispone che la vittima debba essere sentita dal pm entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato. Ebbene, al di là della presenza nelle procure di personale qualificato per l’audizione (rammento che se si tratta di minori è necessaria la presenza di uno psicologo, e per gli stranieri spesso è necessaria la presenza di un interprete, entrambi da convocare entro poche ore) i pubblici ministeri non hanno la reale e concreta possibilità di procedere sempre personalmente, perché accanto a tali indagini devono seguire le altre indagini “ordinarie” che quotidianamente devono istruire.

Dunque necessariamente il pubblico ministero dovrà delegare tale audizione alla Polizia Giudiziaria, così sostanzialmente duplicando quanto già fanno da anni le stazioni dei Carabinieri o gli uffici della Polizia di Stato, quando raccolgono la prima denuncia della vittima.

Ma a parte ciò, mi pare che l’audizione così repentina della vittima sia spesso inutile e in qualche caso addirittura dannosa: si tratta infatti di condotte spesso risalenti negli anni, che la vittima ricostruisce solo col tempo, e che tende a riferire a “cascata successiva”, perché magari – collocata in una situazione di tranquillità personale e familiare – raccoglie i ricordi e riorganizza meglio il racconto solo dopo quale tempo.

Non solo – prosegue il magistrato – , ma la ripetuta audizione della parte offesa rischia di diventare un boomerang per la prova nel processo: sarà più attendibile in giudizio la versione resa nell’immediatezza (magari lacunosa per la fretta della audizione o la eccessiva vicinanza delle percosse) ovvero quella non perfettamente collimante resa dopo un congruo lasso di tempo, che riferisca un racconto coerente e riorganizzato, magari corredato di riscontri e documenti?

È chiaro che tale adempimento – sebbene nelle intenzioni assolutamente apprezzabile – rischia di risolversi in un inutile passaggio burocratico finalizzato più a mettere al riparo la correttezza della procedura che non l’incolumità della vittima.

Prendo atto inoltre dell’aggravamento delle pene edittali per i delitti di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e stalking, così come della introduzione delle nuove figure di reato (revenge porn, costrizione al matrimonio, sfregio permanente) ma il problema non può risolversi nell’aumento della pena teoricamente irrogabile, quanto invece nell’approntare sistemi efficaci ed effettivi di esecuzione della pena, e di recupero e rieducazione del condannato; versante sul quale invece non si è ancora fatto alcun passo in avanti.

Insomma, la direzione è apprezzabile, ma ancora una volta si fanno “le nozze coi i fichi secchi”, e si individuano procedure ulteriori senza fornire adeguati strumenti per affrontarle in modo consono.

Del resto – conclude Dettori – la nuova normativa recepisce buone prassi spesso già esistenti: nella Procura di Bergamo già prima dell’introduzione del codice rosso i fascicoli per questo tipo di reati arrivavano sul tavolo dei singoli magistrati entro 24 ore dalla loro iscrizione, si chiede e ottiene misura cautelare dal Gip anche in sole 48 ore, e il tempo medio di definizione dei relativi procedimenti è assai celere”.

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