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L’ansia punitiva del decreto Sicurezza bis e i contrasti con la Costituzione

Il decreto Sicurezza bis, la Costituzione e le leggi nazionali ed europee: li confronta l'avvocato di Bergamo Roberto Trussardi

Il decreto Sicurezza bis, la Costituzione e le leggi nazionali ed europee, le convenzioni internazionali: li confronta l’avvocato di Bergamo Roberto Trussardi.

Ansia. Ansia punitiva volta a compiacere parte dell’elettorato per un verso e dall’altro passo non secondario diretto ad eliminare alla radice, con pene sproporzionate, il dissenso sociale. Obiettivo a medio termine: un regime simile, per consenso indotto e bavaglio alle opposizioni, a quelli ungherese, polacco o russo. Ci aspetta una democratura? Un neologismo per significare un misto tra democrazia e dittatura? Il decreto sicurezza è un primo passo. Altri saranno necessari perché abbiamo comunque una “signora” Costituzione.

Iniziamo col dire che lo strumento, un decreto legge, era totalmente incongruo per due motivi: il primo perché la Corte Costituzionale (17/2007) ha negato la possibilità di emettere decreti omnibus, ovvero che contengono materie non omogenee, e il decreto sicurezza di materie ne contiene ben tre totalmente slegate l’una dall’altra.

Il secondo perché si introducono pene sproporzionate che non possono essere consentite in sede amministrativa. Il ministro dell’interno Salvini, di concerto con i ministri infrastrutture (Toninelli) e difesa (Trenta) si arroga il diritto di decidere il divieto di attracco e anche di solo transito nelle acque territoriali. La pena è una sanzione amministrativa che è passata da un massimo di 50.000 euro, come da decreto sicurezza, fino a 1.000.000 di euro, come da emendamento in sede di conversione. Detta sanzione colpirà chi salverà migranti e li porterà in acque territoriali italiane. Tanto per esagerare: sequestro dell’imbarcazione e successiva confisca.

Si tratta ovviamente di pene che impediranno ai pescatori di salvare vite in mare: chi può permettersi di pagare multe deliranti e di perdere la fonte di guadagno familiare, cioè l’imbarcazione? Stesso ragionamento per le ONG. Lo scaltro (e crudele) ministro dell’interno si scontrerà con la legge sovranazionale oltre che con la logica, ma avrà sempre buon gioco nel gettare la colpa su altri: i burocrati di Bruxelles, i giudici, Soros….

La direttiva porti chiusi, ora trasformata in legge, si scontra con la cosiddetta legge del mare, ad esempio con la convenzione internazionale di Montego Bay (art. 98) che obbliga al salvataggio in mare e al trasferimento nel più vicino porto sicuro, come collide con le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (caso Engels) la quale, sensatamente, afferma che la finalità punitiva intrinseca della sanzione amministrativa, ad esempio quando sproporzionata, la deve far considerare sanzione penale, con le relative garanzie stabilite per quel procedimento. Ebbene, nessuno può in buona fede negare la sproporzionata valenza afflittiva delle sanzioni previste dal decreto Salvini. Per di più si nega la continuazione, un meccanismo che anche per le violazioni amministrative, se commesse più volte, può evitare il cumulo sproporzionato delle pene.

La seconda parte del decreto, ometterò qui la terza, quella relativa all’ordine pubblico negli stadi, riguarda le manifestazioni di dissenso espresse in pubbliche manifestazioni, con un radicale inasprimento delle pene. Viene aggravata la famigerata legge Reale (152/1975) e portare un casco o un fazzoletto sul viso durante una manifestazione sarà punito, per quel solo fatto, con pena da due a tre anni (prima da uno a due), chi tira bengala o accende fumogeni da uno a quattro anni, il danneggiamento da uno a cinque anni (prima da sei mesi a tre anni) e così via con un crescendo rossiniano di pene.

Tutto ciò nonostante la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (caso Dimitrova/Russia) abbia invitato a calibrare sensatamente le pene per reati compiuti durante manifestazioni di dissenso, anche non autorizzate. Dissenso sociale che, peraltro, nel nostro Paese è ai minimi termini, e che, come dicevamo in apertura, non giustifica affatto quest’ansia punitiva.

Il meccanismo è noto, la folla, se adeguatamente solleticata, sceglie Barabba, e Salvini sa ben manovrare la folla grazie alla sua “bestia”, vera novità politica dei nostri anni. Quella folla, peraltro, è composta da individui, i quali sui social invocano pene sempre più tremende, ergastoli a josa, castrazioni, anni di galera a non finire e poi, quando capita qualcosa a loro o a loro familiari, magari qualche multa o un processino dal Giudice di Pace, o un incidente stradale con lesioni sbraitano contro la severità dei giudici, contro le pene spropositate, contro la pesantezza del sistema.

Ha ragione da vendere Antonio Scurati, recente vincitore del premio Strega: La gente è “scossa da un desiderio incontenibile di sottomissione a un uomo forte e, al tempo stesso, di dominio sugli inermi… Pronti a baciare le scarpe di qualsiasi nuovo padrone purché venga dato anche a loro qualcuno da calpestare”.

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