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Il cuore pulsante del Monterosso era pensato come il centro di un piccolo paese

Ora mi preme mostrarvi quello che era, in origine, il cuore pulsante del Monterosso, pensato come il centro di un piccolo paese, a ricreare un senso di comunità che, allora come ora, sembrava perduto, nella solitudine triste dei falansteri urbani

Il quartiere del Monterosso, in fondo, ha una struttura semplice e, orograficamente, quasi inevitabile: verso valle, è caratterizzato da strade pressoché parallele, che digradano, come via Edison o via Tremana.

Verso la collina, invece, gli insediamenti si sono sviluppati a un dipresso come avanza una cava nel fianco della montagna: per semicerchi paralleli. Queste strade sono via Galilei, via Leonardo da Vinci, via Ponchia, via Pacinotti e da esse si dipartono strade, stradette e viottoli che salgono lungo le pendici della Maresana.

Questo, col variare degli interventi urbanistici, ha dato origine ad un controsenso toponomastico, con l’idea di un Monterosso basso, più popolare, e di un Monterosso alto, decisamente più signorile: esattamente il contrario del sentimento che aveva animato i creatori di questo quartiere, nei lontani anni Sessanta. Ma, come si dice, il mercato immobiliare non guarda in faccia a nessuno, e, una volta violata l’intangibilità della collina, benne e pachere hanno lavorato instancabili, arrampicandosi pian pianino lungo la china: che nemmeno i lupi di Toscana sul Sabotino! Di questo, magari, parleremo in seguito.

Ora mi preme mostrarvi quello che era, in origine, il cuore pulsante del Monterosso, pensato come il centro di un piccolo paese, a ricreare un senso di comunità che, allora come ora, sembrava perduto, nella solitudine triste dei falansteri urbani: la piazza Tarcisio Pacati (che, chissà perché, Tuttocittà chiama Paccati) che, con la succedanea piazza Ampère, è il centro esatto di questa espansione semicircolare dell’abitato.

La dedica, avvenuta soltanto nel 2003, è tutt’altro che peregrina: Pacati, valbondionese di origini, fu un deputato orobico, fin dalla prima legislatura, ed ebbe sempre particolare attenzione per le condizioni di vita degli umili e dei deboli, in particolare della sua gente di montagna. Pacati fu il promotore di molte iniziative relative ai lavori pubblici: ancorché tardiva, dunque, la scelta di dare il suo nome alla piazza centrale di un quartiere che, di quelle scelte politiche era il figlio prediletto, fu assolutamente azzeccata.

Dunque, prendendo le due piazze come baricentro ideale, Monterosso crebbe loro intorno, ad anelli concentrici: a est sorse la grande e moderna chiesa dedicata a San Gregorio Barbarigo, che fu nostro vescovo nel secondo Seicento, opera dell’architetto Vito Sonzogni, terminata nel 1975.

A ovest, invece, superando il valico in miniatura del Quintino basso, si sbuca nella Conca Fiorita e in quella di Valtesse, separate dal Monterosso da una sorta di costola della Maresana, ai piedi della quale sorgono belle ville liberty ed aristocratiche abitazioni. Al confine con Redona, sorge, poi, l’enorme complesso del Centro Don Orione: significativo esempio di coabitazione tra carità e marketing, tra intrapresa e amore per il prossimo: nata come iniziativa caritatevole, infatti, l’opera Don Orione è, oggi, una notevolissima azienda sanitaria, i vasti edifici occupano la costa sudorientale del colle della Maresana e confinano con la bella villa Goisis.

Proprio di fronte alle finestre della villa, si trovano i campi sportivi, all’interno di un grande parco, che fa la gioia di bambini ed adulti del quartiere e non solo. Insomma, l’impressione che il Monterosso lascia al viandante di un pomeriggio è quella di un luogo gradevole per vivere, con abitazioni di varia tipologia, distribuite su di un territorio piacevole e, a tratti, incantevole. La prossima puntata, cercheremo di andare un po’ al di là delle impressioni del viandante, a cercare lo spirito dei luoghi. Alla prossima.

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