Tre aspetti di Monterosso: Bergamo com’era e com’è; la carità bifronte di certa Bergamo d’antan; l’impegno sociale
Monterosso non è soltanto un quartiere: per molti versi, è una metafora. Anzi, è molte metafore insieme. La prima di queste metafore, che vi invito ad inseguire insieme a me, è quella, ormai peculiare di questa rubrica, della Bergamo com’era e com’è.
L’area, bellissima e aprica, che oggi ci appare densamente abitata e attraversata dalla circonvallazione, salendo la breve serpentina in fondo a viale Giulio Cesare, fino a non molti decenni fa appariva affatto diversa.
Era il piede della Maresana, la collina di casa: un terreno disseminato di cascine e coltivi, delimitato da ville patrizie, come la Goisis, a est, e la più modesta Cattaneo a ovest, e attraversato dal torrente Tremana.
Uno scenario d’Arcadia, per ricollegarsi alla contigua atmosfera di Paolina Secco Suardo, di cui abbiamo appena parlato. Aggiungiamo, a titolo di chiarimento, che quella via “C. Tremana” non sta per un immaginario Carlo Tremana, come qualche sprovveduto ha postulato, ma per Cascina Tremana: sapete, dopo la polemicuzza su Angelo Mai, è sempre meglio chiarire.
Monterosso, dicevamo, è l’immagine iconica di come Bergamo sia cambiata: da fertile convalle a modello di edilizia sociale ad alta densità.
Ed ecco la seconda metafora: la carità bifronte di certa Bergamo d’antan (ma mica tanto). Allora, parliamo degli anni Cinquanta, Città Alta era, per larga parte, un quartiere povero e disagiato: in case spesso fatiscenti vivevano operai, piccoli artigiani, pensionati. Gente umile, gente di ringhiera. Erano gli anni delle case popolari, delle grandi campagne di edilizia popolare: anni in cui i politici, in pompa magna, inauguravano interi quartieri a prezzi calmierati.
Al Monterosso, a partire dal 1958, venne creato un quartiere modello, per strutture e servizi, sul progetto urbanistico firmato da Figlini e Pollini, cui concorsero alcuni tra i maggiori architetti bergamaschi dell’epoca, Angelini, Pizzigoni e Sonzogni su tutti.
Diversi abitanti di Città Alta si trasferirono al Monterosso, a partire dal 1964, anno di inaugurazione del quartiere CEP: avere stanze ariose, servizi igienici singoli, ascensori, dovette sembrare a molti di loro un’enorme conquista e, in qualche modo, lo fu. Solo che le vecchie case fatiscenti vennero acquistate per un tozzo di pane da tante brave persone, che le ristrutturarono, trasformandole in quel luccicante ghetto da ricconi che oggi potete ammirare, salendo al colle fatale.
Insomma, ci fu una sicura volontà di democrazia edilizia, ma ci fu anche chi ci fece dei begli affari, sul piano immobiliare, dietro la facciata dell’amore per il popolo.
Ma Monterosso, per fortuna, è ancora una terza metafora: quella dell’impegno sociale e del riscatto del territorio. Negli anni Settanta, infatti, il quartiere era piuttosto malfamato: spaccio e microdelinquenza erano alquanto diffusi, come spesso accade in questo genere di esperimenti urbanistici. Poi, però, un poco alla volta, Monterosso è cambiato: sono arrivate nuove abitazioni, nuove tipologie di residenti, nuovi servizi, parchi, associazionismo, e, un po’ alla volta, lo Stimmung del quartiere è mutato, fino ad essere, oggi, uno dei luoghi più vivibili della città. Vi si trovano, ad esempio, le sedi di alcune fra le più meritorie ed attive realtà solidali della provincia, come la Uildm, l’Avis e l’Aido: perle di altruismo, in un arcipelago egoista.
E c’è del verde bellissimo e gratificante, verso il Quintino, come verso Redona. E, poi, c’è lei: la meravigliosa Maresana, con la sua natura educata dall’uomo e le sue stradelle che sembrano uscite dal “Viaggio in Italia” di Goethe.
Nella prossima puntata, dunque, abbandoneremo le metafore, per percorrere le strade e i viottoli di questo bel quartiere di Monterosso. Alla prossima.