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Quartiere Finardi, nelle vie il ricordo di battaglie garibaldine snobbate dalla storia

La giunta di allora stabilì che le silenziose ed aristocratiche strade a traffico limitato del quartiere Finardi raccontassero, non le persone, ma i luoghi dell’epopea garibaldina.

Qualcuno, tra i miei quattro affezionati e pazientissimi lettori, forse rammenterà la puntata della nostra rubrichetta, in cui descrissi le strade di Loreto dedicate ai garibaldini illustri: Bergamo è indissolubilmente legata a quella gesta gloriosa, tanto da recarne impronta perfino nello stemma comunale.

Ebbene, se una giunta decise, a suo tempo, di intitolare ai vari Sylva e Caroli le vie del popoloso e recente quartiere lauretano, un’altra giunta stabilì che le silenziose ed aristocratiche strade a traffico limitato del quartiere Finardi raccontassero, non le persone, sibbene i luoghi dell’epopea garibaldina.

Fanno eccezione la via Lesbia Cidonia, che non poteva non rammentare la più illustre delle abitanti del quartiere, e via Giovanni Finardi, che ricorda un membro della famiglia d’imprenditori cui si deve la creazione del quartiere e che fu sindaco di Bergamo e deputato, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.

Le altre vie sono un omaggio all’Eroe e alle sue camicie rosse, anche se le battaglie ricordate dalle targhe marmoree sono quasi tutte alquanto eccentriche, rispetto alla più celebre tradizione.

Manca, ad esempio, Calatafimi: della fortunata scorribanda meridionale, sono ricordate Milazzo e il Volturno. Largo spazio, invece, è dato a quegli scontri che più da vicino riguardarono noi Lombardi e, soprattutto, i cugini bresciani: battaglie meno note, certo meno eclatanti, ma non meno utili alla casa dell’unità nazionale né meno sanguinose, per i nostri trisavoli che ci lasciarono le penne.

Ed ecco via Caffaro, via Bezzecca, via Vezza d’Oglio: strade che ci parlano del sogno, allora, apparentemente, quasi fantascientifico, ma, in realtà, tutt’altro che peregrino, per cui Garibaldi voleva raggiungere Trento e unirla all’Italia.

E quasi gli riusciva, va detto: se un telegramma del re non l’avesse fermato, per ragioni diplomatiche, alla Pieve di Ledro, chissà mai dove avrebbe potuto arrivare quel meraviglioso pazzo, coi suoi valorosi masnadieri?

Stiamo parlando della guerra del 1866: la terza guerra d’indipendenza. Guerra sfortunata, mal condotta e peggio conclusa, che ci portò in dote il Veneto solo grazie alla contemporanea vittoria dell’alleata Prussia a Kőniggrätz. Unici a uscirne vittoriosi, furono proprio i garibaldini, che, se pure le presero in val Camonica, le restituirono con gli interessi in Valchiese, aprendosi, come, dicevamo, la via di Riva del Garda e, forse, quella di Trento.

Mentre a Vezza d’Oglio, un migliaio di Kaiserjäger imperiali sconfiggevano forze quasi doppie di Italiani e, dopo un vai e vieni per l’alta valle, tra il Tonale e Edolo, se ne tornavano sulle loro posizioni dominanti, la colonna principale, comandata da Garibaldi, percorreva la val Sabbia, passava il Caffaro e minacciava la val di Ledro e le Giudicarie.

Ne derivò la battaglia di Bezzecca, la più nota di quella campagna, che, per la verità, si combattè nei pressi del forte d’Ampola: chè a Bezzecca di strategico non c’era un bel nulla.

In quel preludio di Grande Guerra, con cinquant’anni d’anticipo, le montagne del Tremalzo e del Cadria udirono le prime schioppettate: quante di più ne avrebbero udite, tra il 1915 e il 1918!

L’armistizio di Nikolsburg e il successivo trattato di Praga, interruppero l’avanzata garibaldina, come è noto. Ma l’idea di aprirsi la via di Trento lì, su quelle montagne, rimase, come un pensiero molesto, in molti cervelli. Andò a finire come sapete.

Battaglie dimenticate: piccoli fatti d’arme, che, però, allora, riempivano le cronache e le chiacchiere sul Sentierone.

Oggi, la storia tende un tantino a snobbarli, a favore di altri eventi, di altri uomini: li ricorda, invece, l’odonomastica, che li ha riuniti nel più improbabile dei luoghi, ovvero uno dei quartieri più pacifici e silenziosi della città.

E, solo, in mezzo ai nomi di tante battaglie, Giacomo Medici, il gran capitano: personaggio davvero eccezionale, tra i molti eccezionali che circondavano Garibaldi. Uomo di grande valore che, naturalmente, nessuno rammenta. Tranne una via, che porta il suo nome e, si parva licet, noi, ultimi e mignoli.

Alla prossima.

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