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Camilleri e quei rancori che trasformano l’uomo “normale” in Caino. Anche a Bergamo

È un commissario il protagonista di molti libri di Fabrizio Carcano che mercoledì su Facebook ha salutato Andrea Camilleri ringraziandolo per aver cambiato il rapporto tra gli italiani e i gialli. Gli abbiamo chiesto un pensiero.

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È un commissario il protagonista di molti libri di Fabrizio Carcano che mercoledì su Facebook ha salutato Andrea Camilleri ringraziandolo per aver  cambiato il rapporto tra gli italiani e i gialli. Gli abbiamo chiesto un pensiero. 

Ieri mattina ci siamo svegliati tutti un po’ orfani.

Non di Salvo Montalbano, che continuerà a vivere sui teleschermi, con il volto di Luca Zingaretti, godendo dell’immortalità che il piccolo schermo può dare solo a una riservata élite di personaggi che non invecchiano mai, anche a distanza di decenni.

Siamo orfani di te. Il ‘Maestro’. L’uomo che abbiamo conosciuto troppo tardi, solo in età avanzata, ironico e brontolone, acciaccato e pungente, il ‘vecchio’ che ha portato il nuovo, cambiando molto nel nostro piccolo mondo.

Senza che ce ne accorgessimo.

Portando milioni di italiani in libreria, a cercare libri, a sfogliarli, annusarli, scegliergli.

E anche a scriverli.

Andrea Camilleri è stato questo, un uomo del passato che anticipava il futuro, una rivoluzione silenziosa nelle nostre abitudini, nel nostro tempo libero. Ci ha contagiato, ci ha incantato, ci ha obbligato a lasciare i telecomandi o gli smartphone per prendere in mano i libri. I suoi libri, decine di milioni, e poi quelli degli altri scrittori, giallisti e non solo.

Fino ad arrivare persino al sottoscritto.

Con Camilleri, anzi con il suo Montalbano e con la faccia di Zingaretti come cavallo di Troia, abbiamo scoperto il piacere del racconto della normalità, della quotidianità della porta accanto, della piazza sotto casa.

Nei libri di Camilleri non c’erano le immaginarie Vigata e la provincia di Montelusa, ma era un trucco: in quei libri c’era l’Italia, compresa Bergamo. E tutti noi.

Semplicemente siamo stati raccontati in siciliano, da un siciliano, in ottica siciliana ma su proiezione nazionale.

La Vigata di ognuno di noi, che con le dovute ‘tare’ ritrovavamo a Valtesse, a Celadina, a Malpensata, nelle valli.

Come a Milano o a Roma.

Gente in ciabatte, in canottiera, con la pancia e la barba incolta, gente normale che paga le bollette e timbra il cartellino. E poi il male che si annida in ognuno di noi, per invidia, rancore, vendetta, sesso, amore respinto o finito e tutti quei banali meccanismi che trasformano l’uomo in Caino.

Ecco, Camilleri raccontava questo. La normalità e il male.

Con ironia, armonia, divertimento, per tenere sullo sfondo la cattiveria della realtà.

Quella che a Bergamo abbiamo conosciuto anche in questi ultimi tempi, con il delitto di Yara, con il delitto di Colognola, con il delitto di Gorlago o con quello di Seriate su cui tra poco si aprirà il processo.

Pensateci bene, non sembrano storie di Vigata?

È la realtà, la nostra realtà, senza la bellezza della penna di Camilleri ad addolcirla. Senza la sua ironia e la sua profondità.

Ma questo è stato il segreto del Maestro.

Raccontarci attraverso lo specchio di Vigata in cui potevano rifletterci senza comprenderlo.

Fino a ieri, perché oggi siamo tutti più soli.

E un po’ orfani… ciao ‘Maestro’

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