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Malattia di decompressione, l’esperto: “Attenti alle immersioni fai da te”

Le indicazioni del dottor Ugo Pani, responsabile del servizio di medicina iperbarica all'Istituto di Neuroriabilitazione ad Alta Complessità di Zingonia.

Con l’arrivo dell’estate in molti sono già con la testa rivolta al mare e, per chi è appassionato di immersioni, si avvicina il momento di indossare muta e bombole per esplorare le meraviglie sottomarine. C’è però subito da sfatare una credenza diffusa: ormai non è più solo l’estate la stagione in cui si pratica l’attività subacquea, come ci spiega il dottor Ugo Pani, responsabile del servizio di medicina iperbarica all’Istituto di Neuroriabilitazione ad Alta Complessità di Zingonia.

“La disponibilità di strumentazioni tecnologiche sofisticate, che consentono immersioni in condizioni meno stressanti (ad esempio le mute stagne), fa decadere la stagionalità di questa attività che, quindi, viene praticata in ogni periodo dell’anno. C’è un aspetto importante da considerare – prosegue il Dr. Pani – legato ad una maggior diffusione di questa pratica sportiva. La popolazione dei subacquei in Lombardia è elevatissima e spesso con elevate disponibilità economiche per cui vengono utilizzate attrezzature quasi professionali, senza però avere un’adeguata conoscenza dei protocolli, ma soprattutto senza mettere in atto tutte quelle modalità operative per operare in sicurezza. Questo è un problema. Molti soggetti si immergono senza la consapevolezza dei rischi che si corrono se non si rispettano i tempi corretti per la risalita e l’astensione da sforzi dopo l’immersione e possono quindi andare incontro a seri problemi. Ci sono soggetti che, pur in possesso di brevetti che attestano che sono in grado di fare immersioni, non hanno la preparazione corretta per questo tipo di attività: di fronte al primo contrattempo non sono capaci di reagire correttamente e si lasciano andare a manovre pericolose come la “pallonata”, rischiando anche la vita”.

immersioni

Che cos’è la “pallonata”?

È una risalita incontrollata dalla quota di immersione in cui non viene rispettata la velocità di risalita che deve essere assolutamente inferiore ai 10 metri al minuto. Questa manovra può avvenire perché il sub ha avuto un malessere, ha avuto paura, oppure ha visto qualche cosa di strano o si è trovato improvvisamente in corrente. In passato si insegnava a reagire correttamente in queste situazioni. Oggi non sempre è così.

Che cosa succede all’organismo se non si seguono i protocolli previsti per il ritorno in superficie?

Immaginate che il corpo sia una spugna: questa spugna assorbe azoto durante l’immersione. Finché l’azoto si trova sotto forma molecolare, non ci sono problemi. Se però si risale troppo rapidamente o si compie uno sforzo è come se spremessimo la spugna, favorendo così l’aggregazione dell’azoto con formazione di microbolle, scatenando quindi i presupposti della “malattia di decompressione (MDD)”. Nelle articolazioni i tessuti sovrasaturi di azoto, se sottoposti a trazioni, sono più facilmente esposti al rischio di sviluppare bolle o di vedere bolle migrare nel letto vascolare».
Come si classifica la malattia di decompressione?
«Ci possono essere diverse localizzazioni e sintomatologie – spiega il Dr. Pani –. Può essere una MDD a livello cutaneo, con prurito e arrossamenti che richiede cauta osservazione e non sempre è necessario il trattamento terapeutico; una MDD osteo-articolare con dolore acuto alle articolazioni e in questo caso è sempre necessario un trattamento farmacologico e ricompressivo e, analogamente, anche nelle più gravi forme otovestibolari che provocano una sordità improvvisa e senso di vertigini; infine quella neuromidollare con paralisi degli arti inferiori e, nei casi più gravi, anche di tutti e quattro gli arti».
In questi casi come si interviene?
«La tempestività è fondamentale. È necessario un rapido trattamento di ossigeno terapia in camera iperbarica a cui seguono una serie di accertamenti neurologici importanti per monitorare nel tempo l’efficacia della terapia.

Habilita

Il dottor Pani vuole porre l’accento su un’altra cattiva abitudine che mette a rischio la salute degli amanti delle immersioni. “È fondamentale far passare almeno 24 ore di tempo tra l’ultima immersione e il volo in aereo prima di tornare a casa da un viaggio. In volo si viene esposti a condizioni di pressione ridotta, quindi è più critica e prolungata la fase di deazotizzazione. Se si è già saturi di azoto a causa di un’immersione recente, si va incontro al rischio di malattia di decompressione molto più facilmente. Vorrei ricordare un’affermazione di Duilio Marcante, il più grande subacqueo italiano che ha favorito la didattica in questo settore: “Bisogna formare la testa dei subacquei, non solo il corpo. È fondamentale conoscere e perseguire la sicurezza ed evitare i rischi. È necessario dare la coscienza che l’immersione non finisce con l’uscita dall’acqua, ma termina 24 ore dopo, quando è cessata la sovrasaturazione di azoto”.

Cosa avviene in camera iperbarica?

La camera iperbarica è un trattamento terapeutico medico rianimatorio. Dev’essere utilizzata al termine di un processo che prevede comunque il passaggio da un Pronto Soccorso per effettuare una diagnosi neurologica approfondita. È il Pronto Soccorso che attiva il Centro Iperbarico per richiedere un trattamento. Se il trattamento è precoce, si favorisce la dissoluzione della bolla di azoto, facendo tornare a livello molecolare l’aggregato gassoso, ridisciogliendolo nei tessuti. Se invece trascorre troppo tempo, la bolla gassosa viene riconosciuta dall’organismo come un corpo estraneo e, in poche decine di minuti, si crea una sorta di guscio intorno. Trattandosi di un coagulo fisico la decompressione non è più così efficace. Il trattamento terapeutico ricompressivo è attuato secondo varie tabelle terapeutiche (USS NAVY della Marina Statunitense e COMEX per i francesi) in aria, in ossigeno o in miscele di ossigeno ed elio, ha una durata che varia, solitamente, tra le 6 a oltre 24 ore e può essere effettuato a -50, -30 o -18 metri”.

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