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Compie 98 anni l’ex allievo più anziano del Sant’Alessandro

Il figlio Gianni ha messo nero su bianco i ricordi di papà Francesco Sette: uno spaccato di vita che non è solo la giornata al collegio, ma si amplia ai fatti di quasi un secolo fa.

L’ex allievo più anziano del collegio vescovile Sant’Alessandro compirà 98 anni martedì 16 luglio.

Francesco Sette (detto Gino) nasce a Vertova il 16 luglio 1921 da Giovanni Sette e Caterina Pedone (7° di 8 figli).

Dopo gli anni della fanciullezza, trascorsi a Vertova, frequenta per 4 anni il Collegio Vescovile Sant’Alessandro in Bergamo e, in seguito, si diploma con la qualifica di Perito Chimico presso l’Istituto “Tecnico Industriale di Stato “Pietro Paleocapa”.

Combatte la II Guerra Mondiale nel Reggimento Chimico reparto Lanciafiamme presso il Forte Aurelia in Roma. Dopo l’8 settembre, impossibilitato a rientrare a Vertova, si dirige verso il sud per raggiungere il paese natale dei suoi genitori: Bisceglie in provincia di Bari (ora provincia di Barletta-Trani-Andria).

Qui si stabilirà definitivamente dopo aver contratto matrimonio (1951) con Giovanna Belsito e creato una famiglia con tre figli: Gianni, Caterina e Giuseppe.

Il figlio Gianni ha messo nero su bianco i ricordi di papà Francesco: uno spaccato di vita che non è solo la giornata al collegio, ma si amplia ai fatti di quasi un secolo fa.

Il Collegio Sant’Alessandro, uno dei più prestigiosi e rinomati non solo di Bergamo ma dell’intera Lombardia, era gestito da preti e suore mentre gli insegnanti erano quasi tutti laici e molto bravi. L’unico professore prete era quello di religione. Era alto due metri, aveva due grandi orecchie a sventola, mani molto grandi, capigliatura caprina e sopraciglia particolarmente accentuate e, per tutto questo, gli avevamo dato il nome di “Polifemo”: il gigante dei Ciclopi che Ulisse accecò secondo quanto scritto dall’epico poeta Omero nella sua Odissea.

Per la ginnastica c’era una bella palestra, molto attrezzata, gestita da un giovane e bravo professore siciliano soprannominato, per via dei suoi baffetti, Clark Gable.

Nel collegio ho trascorso due anni da “internista” ed altri due da esterno mentre abitavo, sempre in Bergamo, con mia sorella Arcangela in via Torre del Raso.

La giornata era scandita da orari che disciplinavano il rigido programma prescritto: sveglia, messa, lezioni, refettorio, ricreazione, studio, refettorio e, per concludere, dormitorio. Lo studio era molto impegnativo e, di conseguenza, l’ora della ricreazione era la più desiderata e liberatoria: si giocava a pallone, a tennis, a palla a volo o ci si intratteneva in sale di lettura con libri e giochi vari.

C’era anche la possibilità di imparare a suonare diversi strumenti musicali: io optai per il piano perché mi piaceva o … così pensavo!! Un giorno, mentre mi esercitavo al piano, vidi i miei compagni giocare a tennis e non ebbi esitazione: abbassai il coperchio, presi le racchette e li raggiunsi. In quel momento terminò la mia carriera di musicista!
Esisteva un scala di punizioni, che andava da “niente ricreazione e solo studio” a “niente frutta e dolci la domenica”, in dipendenza della gravità del reato o trasgressione delle regole conviviali.

Lì non c’erano solo severità e rigore, ma piacevoli eventi come gli spettacoli di Carnevale, film adeguati e teatro, la partita di calcio quando l’Atalanta giocava in casa allo stadio del BRUMANA in Borgo Santa Caterina: andavamo tutti inquadrati con la divisa collegiale, abito blu e berretto con visiera blu.

Infine la sospirata gita scolastica, effettuata con i torpedoni, a Lovere sul Lago d’Iseo, al lago di Como e alla Presolana (amena località di montagna vicino a Clusone).

Un altro caro ricordo: un giorno, mentre eravamo in refettorio, entrò il Rettore, prof. Bianchi, accompagnato da un Sottotenente del Regio Esercito. Ci invitò al alzarci per salutare l’ospite: era il mio fratello maggiore Vincenzo. Stava partendo per l’Eritrea e Abissinia (dove era in corso una guerra) ed era venuto a salutarmi. Con mio grande orgoglio il Rettore salutò l’ospite con belle parole anche perché, oltre ad essere un ufficiale, era stato anche lui un alunno molto particolare del collegio: si era diplomato con la medaglia d’oro, che era il riconoscimento al miglior alunno della scuola. Vincenzo partì per la guerra in Etiopia (foto), che fu conquistata nel 1936 e con Somalia ed Eritrea, già conquistate, formarono l’Africa Orientale Italiana (A.O.I.) posta sotto il governo di un viceré (il primo fu il generale Badoglio).

Hailé Selassié, ultimo imperatore d’Etiopia, andò in esilio fino al 1941 nel Regno Unito che, a sua volta, dichiarò guerra all’Italia inviando in Etiopia numerosi soldati meglio addestrati ed armati. Per questa operazione bellica la Società delle Nazioni (oggi ONU) applicò contro l’Italia numerose sanzioni che, alla fine, influirono negativamente sull’economia del Paese e inflissero duri sacrifici agli Italiani. Il 2 ottobre 1937 fu nominato viceré il Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, che ben governò sino alla famosa battaglia di Amba Alagi.

La guerra con gli Inglesi durò a lungo ma alla fine gli italiani dovettero soccombere. L’ultima e decisiva battaglia avvenne sui monti dell’Amba Alagi dove il Duca Amedeo di Savoia resistette per lungo tempo contrapponendo eroicamente i suoi 7.000 soldati alle preponderanti forze inglesi composte da ben 39.000 uomini. Il 17 maggio 1941, poiché i soldati erano ormai stremati dal freddo e dalla mancanza di munizioni e viveri, si dovette arrendere ai britannici che, riconquistati i territori dell’Africa Orientale Italiana, rimisero sul trono il negus.

I militari di Sua Maestà Britannica non solo in omaggio del comandante nemico appartenente alla migliore nobiltà europea, ma anche in segno di ammirazione per la fermezza da loro mostrata, resero gli onori delle armi ai superstiti (foto), facendo conservare agli ufficiali la pistola d’ordinanza.

Il Duca fu deportato prigioniero in Kenya dove morì, il 3 marzo 1942, dopo una lunga malattia: i soldati italiani lo piansero perché lo stimavano molto per il grande rispetto che lui aveva sempre avuto e dimostrato nei loro confronti. I generali britannici indossarono il lutto al braccio. Amedeo si era creato la fama di gentiluomo e per questo veniva rispettato e stimato da tutta la nobiltà europea.

Vincenzo partecipò attivamente alla battaglia di Amba Alagi con il grado di capitano. Dopo la resa fu fatto prigioniero e caricato su un camion per essere trasferito nel campo di concentramento in Kenya. Durante il percorso, fatto di tornanti abbastanza tortuosi, riuscì a cogliere l’attimo propizio per saltare dal camion e franare nella sottostante scarpata rimanendo anche miracolosamente illeso. Dopo giorni di cammino si rifugiò ad Asmara, in Eritrea, dove rimase sino alla fine della guerra.

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