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Libertà: il lascito più dirompente di quel 14 luglio 1789

Anche se di recente sono apparse in Europa occidentale formazioni politiche che vorrebbero tornare, in qualche misura, alle società chiuse e illiberali del mondo pre-rivoluzionario.

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Tra gli accadimenti che hanno segnato la storia contemporanea, un posto di primo piano spetta alla ricorrenza del 14 luglio 1789, che, come ebbe a ricordare Eugenio
Scalfari, qualche tempo fa, ai troppi immemori, fa parte dell’imprescindibile dotazione intellettuale e sentimentale di ogni democratico per i valori che rappresenta: l’eguaglianza e la libertà in primis. È la data in cui si fa convenzionalmente iniziare la complessa vicenda della Rivoluzione Francese, di cui già i contemporanei colsero il significato simbolico, celebrandola, fin dall’anno successivo, con la grande festa della Federazione.

Ma cosa era successo in quel fatidico 1789?

La crisi economica che da tempo travagliava la Francia funse da catalizzatore del malcontento popolare ed ebbe un posto di primo piano nelle cause immediate della Rivoluzione. Il mondo rurale ne mostrò i sintomi durante gli anni ottanta del XVIII secolo: stagnazione dei prezzi del frumento e, più ancora, grave crisi di sovrapproduzione viticola che provocarono il crollo dei corsi e che colpirono il mondo rurale, mentre il trattato commerciale franco-inglese del 1786 ebbe gravi ripercussioni sull’industria, toccata dalla concorrenza. Nel 1788 un raccolto disastroso provocò una brutale carestia: città e campagna ne patirono le conseguenze.

A Parigi, nell’aprile del 1789, una violenta sommossa sollevò il sobborgo Saint-Antoine contro un fabbricante. In provincia, scoppiarono sollevazioni e da quel momento la guerra sociale amplificò una crisi politica, di cui il deficit di bilancio dello stato fu la causa immediata più determinante. Deficit che era vecchio come la monarchia, ma che negli ultimi tempi era diventato insostenibile.

Due ministri, prima Calonne, poi Lomenie de Brienne, avevano visto fallire, nel 1787 e nel 1788, i loro progetti di riforma in materia fiscale per l’opposizione dei privilegiati dell’assemblea dei notabili e quindi della coalizione dei parlamenti.

Ben al di là della sua rivendicazione iniziale questa “prerivoluzione” scatenò un movimento che la trascese in larga misura. La richiesta, giunta da varie regioni del paese, di convocazione degli stati generali assunse una dimensione rivoluzionaria. Il re dovette cedere nell’agosto del 1788 chiamando il banchiere Necker al ministero.

Il 5 maggio 1789 gli stati generali vennero solennemente inaugurati dal re a Versailles. Neppure tre mesi dopo, il 9 luglio, essi si dichiararono “Assemblea nazionale costituente” e nei giorni seguenti il trionfo popolare parigino, con la presa della Bastiglia del 14 luglio, diede la sanzione di fatto a un evento irresistibile.

Nel frattempo era accaduto che all’insieme dei francesi per la prima volta era stata concessa la parola e ne avevano approfittato redigendo quei cahiers de doléances che rimangono per sempre un’impressionante testimonianza collettiva di una situazione ormai esplosiva. Ponendo il problema del voto “per ordine” o “pro capite”, il terzo stato, fin dalle prime sedute, volle imporre a una nobiltà recalcitrante e a un clero diviso, il riconoscimento del suo peso nella nazione.

Il 20 giugno 1789, il Giuramento della Pallacorda vide i deputati del terzo stato impegnarsi a “mai separarsi… finché la costituzione non entri in vigore”. Nella regia seduta del 23 giugno il deputato Bailly, di fronte al tentativo del re di riprendere l’iniziativa, dichiarò che “la nazione radunata non ha da ricevere ordini”.

Divenuta Assemblea nazionale per la riunione dei tre ordini, il nuovo corpo scoperse la sua fragilità di fronte ai preparativi di reazione regia, che il licenziamento di Necker l’11 luglio rivelò, ma l’iniziativa tornava alla piazza che, dopo le giornate insurrezionali del 12 e 13 luglio, culminavano con la presa della Bastiglia il 14 luglio. Il re era costretto a richiamare Necker il 16 luglio accettando la coccarda tricolore a riconoscere simbolicamente l’avvenuta rivoluzione.

Nei mesi successivi, accanto alle rivoluzioni urbane in varie città della Francia si affiancò anche la rivoluzione contadina che culminò il 4 agosto con il voto dell’Assemblea nazionale che distruggeva senza residui il sistema feudale e faceva quindi nascere il nuovo diritto civile borghese. Il 26 agosto l’Assemblea nazionale proclamava la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, al cui testo la costituzione del 1791 conferì portata universale con addizioni e norme d’applicazione.

Vi saranno poi la costituzione dell’anno III (1795), versione definitiva della precedente, e, prima, quella montagnarda del 1793 che apporterà qualcosa di più che semplici ritocchi.

Dalle sedute dell’Assemblea Nazionale si affermò un nuovo stile di fare politica e dal coacervo degli eletti negli stati generali era nata una nuova classe politica che si differenziò in partiti. Tra le personalità più in vista: Cazalès o l’abate Maury a destra, Mounier e Malouet tra i monarchici, La Fayette e Mirabeau trai patrioti, mentre a sinistra a poco a poco emersero leader come Grégoire e Robespierre.

Ma nell’anno della Rivoluzione trionfante fu anche deciso , il 2 novembre, di mettere a disposizione della nazione i beni del clero. Tale decretazione ebbe conseguenze rivoluzionarie di ampia portata. La trasformazione dell’assegnato garantito a quei beni nazionali in una vera e propria carta moneta, preludio di un’avventura inflazionistica, e la costituzione civile del clero, che sollevò l’opposizione del papa.

I limiti di spazio riservati a questa narrazione ci impediscono di illustrare dettagliatamente gli eventi successivi, di cui ricorderemo solo i titoli: la guerra mossa dalle potenze reazionarie europee alla Francia rivoluzionaria, culminata con la battaglia di Valmy il 20 settembre 1792, che fermò l’invasione prussiana, la sospensione del re, la convocazione di una nuova Costituente: la Convenzione, destinata ad essere eletta a suffragio universale, simbolico preludio di una rivoluzione democratica. Il contrasto tra girondini e giacobini montagnardi, i primi favorevoli a una condanna all’esilio del re, i secondi per la pena di morte, culminato con il voto della Convenzione di condanna capitale e l’esecuzione avvenuta il 21 gennaio 1793.

La continuazione della guerra, lo scoppio il 20 marzo 1793 del’insurrezione vandeana, la congiunzione di questi pericoli che rafforzò l’alleanza tra la borghesia giacobina, il Comitato di Salute Pubblica e le masse popolari, soprattutto parigine, dei sans-culottes. Preludio al Terrore e ai suoi eccessi con la Rivoluzione che divora i suoi figli, cui seguirà il richiamo all’ordine del Termidoro e poi il corrotto e ondivago governo del Direttorio, con le sconfitte sul Reno e il trionfo di Bonaparte in Italia, la spedizione in Egitto e il colpo di stato del 18 Brumaio, che aprirà le porte al cesarismo e porrà fine al processo rivoluzionario, durato un intero decennio.

Ci si chiede ancora oggi cosa resti, non solo alla Francia, ma anche alle altre democrazie liberali del’Occidente, dei valori universali proclamati dalla Rivoluzione, perché non va dimenticato che essa, per prima, tentò di modellare la realtà secondo un ideale formato in termini di universalità. Era stata la borghesia, in tutte le sue accezioni, la classe in ascesa per tutto il XVIII secolo, a conferire alla Rivoluzione un senso e a darle un programma. La filosofia dei Lumi divulgata, semplificata in semplice idea-forza, le fornì il programma e il peso nuovo di un’opinione pubblica che rivelava la propria influenza, concretizzandosi sia nella produzione letteraria che in luoghi di ricezione ed organizzazione, di cui le logge massoniche costituiscono l’esempio più noto.

La felicità è un’idea nuova in Europa” avrebbe detto Saint-Just. Ma di quante altre idee-forza, la libertà, l’eguaglianza non si potrebbe dire lo stesso? “Gli uomini nascono e restano liberi e uguali in fatto di diritto; le distinzioni sociali non possono fondarsi che sulla comune utilità”. L’Ancien Régime aveva avuto le sue libertà, che non erano affatto quelle di cui la Rivoluzione proclamò il carattere assoluto. Fondato sulle strutture di una società di ordini, l’Ancien Régime erra essenzialmente inegualitario ed è questo che, nel passaggio dal feudalesimo alle società liberali e capitalistiche del mondo contemporaneo, rende importante tale enunciato fatto dalla rivoluzione borghese. Realtà o finzione che fosse, l’eguaglianza delle possibilità iniziali era indispensabile al nuovo mondo in formazione, donde il conclamato accesso di tutti a tutti gli impieghi.

Così, sul piano religioso, fu affermata, insieme alla libertà d’opinione, l’eguaglianza di tutti i credenti, cattolici, protestanti ed ebrei: “Nessuno può essere perseguitato per le sue opinioni anche religiose”.

Sono tuttavia noti i limiti che la rivoluzione borghese impose all’eguaglianza da essa proclamata. La schiavitù nelle Antille, dove la spinta emancipatoria fu effimera, lo testimonia. Limiti in termini di eleggibilità attiva e passiva alle cariche pubbliche fondati sul censo, con esclusione da un terzo alla metà della popolazione. E infatti il terzo termine della triade rivoluzionaria divenuta successivamente classica-libertà, eguaglianza, fratellanza- fu aggiunto solo in seguito. Sicurezza e proprietà venivano in prima fila per la borghesia rivoluzionaria.

Di tutte le idee-forza che la Rivoluzione lanciò al mondo, la libertà conquistata fu quella che godette di maggiore popolarità. La presa della Bastiglia ne fu il gesto simbolico. Sicché la libertà personale fu la più indiscussa conquista della Rivoluzione. Il Terrore prima, l’autoritarismo imperiale poi, ne deformarono l’applicazione, ma non certo il principio.

La costituzione non giunse a formulare quello di un habeas corpus esattamente definito all’inglese, ma almeno proscrisse, mediante un insieme di garanzie, arresto e detenzione arbitrari. La libertà personale si articolò in libertà d’opinione e in libertà di coscienza da essa derivata, cui corrispose la fine del monopolio della Chiesa cattolica nella direzione delle coscienze e la conseguente laicizzazione dello stato.

Corollario della libertà d’opinione, la libertà di espressione costituì una delle conquiste più preziose. “Ogni cittadino può parlare scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di tale libertà”. Al di là della libertà individuale, il nuovo mondo gettava con le libertà politiche e con la libertà d’impresa, le fondamenta della società liberale.

Sovranità del popolo, principio elettivo in tutti i campi, regime rappresentativo fondato sulla separazione dei poteri, tali le tematiche esposte nella Dichiarazione dei diritti e adottate dalle costituzioni del ’91 e del ’93, che quella dell’anno III riprese in larga misura.

Tutto questo rappresenta l’imprescindibile legato della Rivoluzione alle costituzioni degli stati democratici nei due secoli successivi. Nel novero delle libertà conquistate non va dimenticata quella economica. La legge Le Chapelier aveva vietato ogni coalizione al pari di ogni monopolio, apparendo così l’antesignana di ogni moderna legislazione antitrust e in questo modo operando per la conciliazione del principio di libertà economica con quello, spesso configgente, di una società che attribuiva a tutti uguali possibilità.

Abbiamo detto: un lascito grande, che insieme alo straordinario sviluppo della scienza e della tecnica, anch’esse frutto della libertà di ricerca, hanno dato agli uomini in questi ultimi 230 anni condizioni di libertà e di benessere mai conosciute dalla storia, anche se di recente sono apparse in Europa occidentale formazioni politiche che vorrebbero tornare, in qualche misura, alle società chiuse e illiberali del mondo pre-rivoluzionario.

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