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Da quel 14 luglio cambiò tutto: la gente si convinse che la rivoluzione si può fare

Poco importa se, nella realtà, la vera rivoluzione, perlomeno all’inizio, sia stata borghese e squisitamente politica, e non quella dei sanculotti che assaltano la Bastiglia o dei “gamins” sulle barricate, immortalati dal celeberrimo quadro del Delacroix, che, peraltro, raffigura un’altra rivoluzione, quella del 1830

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Per certi versi, quella del 1789 non fu una rivoluzione, quanto, piuttosto, la rivoluzione: gli aspetti più iconici di quel fenomeno, infatti, sono stati modellizzati dall’immaginario collettivo, e sono diventati l’archetipo di ogni rivoluzione, tanto precedente quanto successiva.

Poco importa se, nella realtà, la vera rivoluzione, perlomeno all’inizio, sia stata borghese e squisitamente politica, e non quella dei sanculotti che assaltano la Bastiglia o dei “gamins” sulle barricate, immortalati dal celeberrimo quadro del Delacroix, che, peraltro, raffigura un’altra rivoluzione, quella del 1830: oggi, alla parola “rivoluzione”, inevitabilmente, il nostro pensiero va a quel 14 luglio 1789, a Parigi.

Che dire, duecentotrenta anni dopo, di quella giornata che segnò un punto fermo nella storia, tanto da divenire lo spartiacque convenzionale tra l’età moderna e quella contemporanea?

Per cominciare, che il 15 luglio non fu un giorno tanto diverso dal 13: la Bastiglia non era più la tetra prigione di stato da tempo, ed era stata trasformata in una specie di pensionato militare, praticamente indifeso. Abbatterla non fu molto più che un’operazione di demolizione controllata.

Forse esagero, ma vorrei farvi capire che, in realtà, la rivoluzione francese era cominciata prima e sarebbe finita molto dopo, passando attraverso almeno quattro costituzioni, quattro diverse assemblee legislative, due colpi di stato e un’autentica ecatombe, che fece più di due milioni di morti: essa non fu, come potrebbe sembrare, l’esito di una sollevazione popolare, quanto, piuttosto, la fine di un sistema che non si reggeva più, tanto economicamente che politicamente. E questa fine fu sancita nell’Hôtel des Menus-Plaisirs di Versailles, dove si riunirono gli Stati Generali, assai più che in Place de la Bastille: fu la necessità di contare di più della borghesia a determinare il tracollo dei Capetingi e dell’Ancien Régime.

Eppure, perfino noi storici ci lasciamo sedurre da questa immagine meravigliosa del popolo che strappa le proprie catene e che si prende la propria libertà. Già, libertà, uguaglianza e fraternità: da sempre il miraggio di tutti e, da sempre, proprio come un miraggio, un obbiettivo etereo, quasi irreale, una meta irraggiungibile. Certamente, non la raggiunsero i Girondini, che erano maggioranza in un’assemblea ancora gremita di privilegiati e che partorirono una costituzione monarchica e piuttosto pilatesca. Men che meno lo fecero i giacobini, intrisi di fanatismo e di teorie, che diedero leggi draconiane e una seconda costituzione, con risvolti di democrazia tragicomica: furono loro a seminare il terrore e ad inaugurare la pratica rivoluzionaria dell’eliminazione fisica di chiunque, anche solo un pochino, dissentisse dal verbo.

La Vandea è ancora una terra spopolata, grazie alle mirabilie delle loro colonne del diavolo. Anche i giacobini, a Termidoro, ebbero il loro “redde rationem” e furono sterminati, esattamente come avevano sterminato, dagli uomini del Direttorio, con l’aiuto delle truppe, tra cui un giovane artigliere corso che, sotto Barras avrebbe fatto carriera. E, poi, dopo la costituzione del ’95, le guerre d’invasione (invasero anche noi, che vi credete?) e, infine, il Consolato.

Nel 1799, dopo dieci anni convulsi e memorabili, la rivoluzione francese era finita: di lì a poco, il primo console sarebbe diventato console a vita e, infine, imperatore.

Ecco, questo vi posso dire: apparentemente, nulla era cambiato. Da un re si era passati ad un altro monarca, sia pure difensore, a parole, di leggi e diritti.

Di fatto, invece, da quel 14 luglio è cambiato tutto. Perché, da allora, la gente si è convinta, a ragione o a torto, che le rivoluzioni si possono fare. E che si possono vincere.

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