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Affascinante biopic sulla vita sregolata e rivoluzionaria di Rudolf Nureyev foto

Attraverso gli occhi di Rudi, ci si perde nell’arte e nella bellezza, sacrosanta, in nome della quale tutto diventa non solo possibile, ma doveroso.

Titolo: Nureyev – The White Crow

Regia: Ralph Fiennes

Attori: Oleg Ivenko, Adèle Exarchopoulos, Chulpan Khamatova, Ralph Fiennes, Aleksey Morozov

Durata: 122 minuti

Giudizio: ***

Unione Sovietica, 1938. A bordo di un treno transiberiano in corsa, davanti agli occhi increduli e spaventati delle sue tre figlie piccole, una madre dà alla luce un figlio maschio: Rudolf. Fin da subito, sua madre intuisce che Rudi non è un bambino come tutti gli altri: non ama giocare, è solitario, piuttosto cupo. È quello che si definisce un “corvo bianco”: un outsider.

Crescendo, Rudi si innamora del balletto. Ricorda bene la sua prima volta a teatro, con quei lampadari così sfarzosi e il palco illuminato. Da quel momento capisce che lo scopo della sua vita è danzare. Così studia, tanto. Pratica passi di danza fino a farsi sanguinare i piedi. Grazie alle preziose lezioni del suo maestro, Aleksandr Puškin (interpretato da Fiennes stesso, per capirci l’attore che interpreta Voldemort in Harry Potter), che in lui intravede un grande talento, riesce ad entrare in uno dei più famosi corpi di ballo di tutta la Russia: il Kirov.

Rudi è una boccata d’aria fresca per il balletto contemporaneo: la sua tecnica è spesso imprecisa, ma il suo animo è perfetto. Con i movimenti sinuosi del suo corpo, riesce a raccontare una storia che strega il pubblico, ammaliato dalla sua presenza così misteriosa e intrigante.

Grazie al Kirov, intraprende la sua prima tournée europea e arriva a Parigi nel 1961, in piena guerra fredda. Qui finalmente il suo animo ferino, passionale, affamato di cultura, di corpi e di bellezza può trovare sfogo. Parigi lo soddisfa in modi in cui la sua Russia non potrà mai fare. La libertà della vita parigina lo inebria, assapora il gusto della scoperta e da qui non gli è più possibile tornare indietro. Rudi, già di per sé animato da un carattere piuttosto difficile, diventa sempre più ingovernabile, come un animale selvatico chiuso in una gabbia.

La realtà dell’Unione Sovietica gli va stretta e il KGB lo sa. Un giorno, all’aeroporto di Le Bourget, quando il corpo di ballo è diretto a Londra per continuare la tournée, con una scusa piuttosto banale due uomini dei servizi segreti sovietici vorrebbero farlo rimpatriare. Rudi intuisce che si tratta di una trappola e che se rimetterà piede in Russia non gli sarà mai più permesso lasciarla. Così trova due poliziotti francesi e chiede ufficialmente asilo politico. Sarebbe tornato in patria solo 26 anni dopo, per essere libero di diventare, nel frattempo, uno dei personaggi più grandi della storia della danza.

Biopic per niente banale, fa sfoggio di una grande complessità di produzione: mette in scena attori russi, tedeschi e inglesi; l’originale è per gran parte recitato in russo, che Fiennes padroneggia magistralmente; trasforma reali ballerini in attori per l’occasione, che tuttavia non hanno niente di improvvisato, anzi, riescono a calarsi perfettamente nella parte. Al racconto biografico si alternano momenti dedicati esclusivamente alla danza, in cui restiamo stregati dai movimenti armoniosi dei corpi torniti dei ballerini.

Attraverso gli occhi di Rudi, ci si perde nell’arte e nella bellezza, sacrosanta, in nome della quale tutto diventa non solo possibile, ma doveroso.

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