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Falsi permessi di soggiorno, l’indagata: “Modifiche con Photoshop e vigili amici”

Chiuse le indagini sul presunto favoreggiamento dell'immigrazione clandestina di cinesi a Bergamo. Luana Calvi ha ricostruito come l'agenzia di Leandra Pavorè avrebbe agito

Documenti modificati con Photoshop. Linguaggio in codice con soggetti da allocare indicati come “numero di stanze”. Amicizie nella Polizia Locale e anche in Questura. Dopo essere stata rinchiusa in carcere per due settimane, ha svuotato il sacco Luana Calvi, una delle indagate dell’operazione Yuan della Questura di Bergamo su un presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in Italia, di cittadini cinesi a Bergamo in particolare.

cinesi questura

Lo scorso sei maggio dieci persone sono finite in manette (portate in cella o rinchiusi ai domiciliari). Tra loro Leandra Arnaldo Pavorè, candidata con Forza Italia alle elezioni del 26 maggio per la carica di consigliere a Bergamo, gli agenti di polizia locale cittadini Andrea Sciortino e Leo Pezzimenti, e Mattia Cirrone, comandante a Orio al Serio, un segretario comunale di vari paesi della Bergamasca, Saverio De Vuono, e un dipendente della Questura di Bergamo all’Ufficio Immigrazione, Pierpaolo Perozziello. Gli arrestati sono ritenuti responsabili a vario titolo di “favoreggiamento aggravato della immigrazione clandestina, falsità ideologica, alterazione di documenti e corruzione”.

leandra pavorè belusconi

Tra gli indagati anche la stessa Luana Calvi, 36enne di Castel Rozzone, ex dipendente della Pavorè&Dong, l’agenzia di Leandra Pavorè e del cinese Don Xiaochao (detto Giovanni) con sede in Borgo Palazzo a Bergamo, che si occupava di pratiche inerenti i ricongiungimenti familiari, permessi di soggiorno e cittadinanze. In particolare per cinesi. Secondo gli inquirenti coordinati dal sostituto procuratore Carmen Santoro, che nei giorni scorsi ha chiuso le indagini, era una delle agenzie che creava certificati anagrafici contraffatti per ottenere, attraverso la compiacenza di pubblici ufficiali, il nullaosta al ricongiungimento familiare e il conseguente ingresso in Italia di numerosi cittadini cinesi privi dei requisiti.

Da quanto è emerso dagli accertamenti della Squadra Mobile guidata da Salvatore Tognolosi, la Pavorè e Don Xiaochao aspettavano i “clienti” alla stazione ferroviaria e li accompagnavano in appartamenti all’interno dei quali rimanevano giusto il tempo per far sì che il controllo di residenza della polizia locale avesse esito positivo. Poi i cinesi erano liberi di andarsene, con in tasca certificati di residenza e di idoneità alloggiativa utili a richiedere il nulla osta al ricongiungimento familiare di un parente. Per ogni pratica, ovviamente, c’era un tariffario con le cifre da versare all’agenzia.

Una versione confermata dalla Calvi nel corso dell’interrogatorio di fronte al pm Santoro, in cui ha raccontato di quanto richiesto a ogni singolo cliente “Ad esempio quattromila euro per un ricongiungimento familiare di una sola persona, comprese le spese di circa 1500 euro per pagare proprietari di case e pubblici ufficiali, tra cui i vigili e un funzionario della Questura”. 

Per gli accertamenti della polizia locale sulle false residenze, l’agenzia si affidava ad agenti di polizia amici. Ognuno con ruoli diversi. C’è anche chi sarebbe intervenuto in prima persona facendo l’accertamento in un appartamento della città.

Sempre secondo la Calvi, i pubblici ufficiali coinvolti avrebbero ricevuto un compenso. Come i 600 euro a Un amico della Questura”, che si sarebbe occupato di anticipare le pratiche o di dare informazioni per ottenere il rilascio delle stesse.

L’indagata ha raccontato anche delle modifiche ai certificati, attraverso un programma semplice come Photoshop e altri simili per la conversione in Pdf.

La banda aveva anche ideato un linguaggio in codice per comunicare al telefono. La pittura degli appartamenti, in particolare, sarebbe stata un modo per indicare le pratiche di residenza. Il numero di stanze corrispondeva ai soggetti da allocare negli immobili stessi.

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