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Penelope Riboldi: “È ancora troppo difficile fare la calciatrice in Italia” video

Più di 100 gol in serie A, l'esterno bergamasco parla dello stato di salute del calcio femminile: "Non è tutto oro quello che luccica"

Nello sguardo di Penelope Riboldi c’è la passione, c’è una storia fatta di corse dietro un pallone ed entrate in scivolata contro i pregiudizi. Lei, che del calcio si è innamorata quando ancora era una bambina, ha dovuto imparare presto che i primi avversari da battere sono (anche) quelli fuori dal campo.

Penelope Riboldi

Bergamasca, 33 anni, Riboldi è una calciatrice originaria di Dalmine che di strada ne ha fatta parecchia. Nonostante tutto.

Nonostante chi etichetta le ragazze che rincorrono un pallone col fastidioso francobollo di “maschiacci”; nonostante qualche infortunio di troppo; nonostante un mondo, quello del calcio femminile, che fa ancora fatica a venire a galla. E non inganni il grande seguito che la Nazionale di Milena Bertolini ha avuto durante il mondiale di giugno: “Perché ancora oggi – spiega Riboldi – essere una calciatrice in Italia è troppo difficile”.

Ci spieghi.
“Parliamoci chiaro: almeno fino a poco tempo fa il calcio femminile in Italia veniva visto come un mondo poco interessante. Ho giocato in serie A per anni, ho vinto uno scudetto e una Coppa Italia, ma non ho mai potuto vivere col solo stipendio che la società mi dava, serviva sempre un lavoro extra. Eppure ci si allenava tutti i giorni, come delle vere professioniste. Per non parlare poi della mancanza di tutele: non sei professionista, quindi non hai un normale contratto di lavoro. E mi è successo anche di non essere pagata al termine di una stagione”.

Questo entusiasmo che si è creato attorno all’Italia femminile aiuterà?
“Questo sì, ne sono certa. Aiuterà soprattutto quelle bambine che d’ora in avanti potranno dire che vogliono giocare a calcio con maggiore libertà, senza sentirsi assurdamente diverse”.

Penelope Riboldi, classe 1986
Penelope Riboldi

Allargare il calcio femminile al professionismo sarebbe la svolta?
“Assolutamente sì. Purtroppo in Italia siamo ancora molto indietro a livello di società e di strutture rispetto al resto dell’Europa e del mondo. Rispetto proprio a gran parte di quelle squadre che l’Italia ha affrontato nei mondiali francesi”.

Perché secondo lei?
“Perché in Italia ci siamo fermati per anni a combattere con quei pregiudizi da retrogradi che hanno fatto sì che la nostra questione restasse ignorata. Noi che giocavamo abbiamo dovuto lottare per zittire chi ci prendeva in giro: il riconoscimento del calcio femminile anche a livello professionistico sarebbe la degna conclusione delle nostre battaglie, la miglior moneta per ripagare i nostri sacrifici”.

L’ingresso nel mondo del calcio femminile di tanti club maschili ha portato la scossa che serviva?
“È stato molto importante. La Fiorentina per prima ha capito l’importanza di investire nel nostro settore, poi sono arrivate Juventus, Milan, Chievo, Sassuolo, Hellas Verona. Diciamo che dopo anni bui e difficile ora qualcosa va nella direzione giusta. Ma non è tutto oro quel che luccica”.

Riboldi festeggiata dopo un gol con la maglia del Chievo
Penelope Riboldi

Chievo e Atalanta Mozzanica non si iscriveranno al prossimo campionato di A…
“Ed è un clamoroso passo indietro in un momento in cui, al contrario, si doveva sfruttare la spinta data dal mondiale francese”.

Quindi il futuro di Penelope Riboldi quale sarà?
“Ancora non lo so, sto valutando qualche offerta. Potrei finire ovunque”.

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