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Concorso per medici specialisti: “L’ho fatto, ma senza decreto non so se sono stata selezionata”

La dottoressa Stefania Torcoli, giovane medico chirurgo bergamasco, esprime il proprio disappunto per le incertezze che vive chi ha effettuato il test per la specializzazione in medicina che si è svolto il 2 luglio scorso

“Sono allibita e sconcertata: ho partecipato al concorso per diventare medico specialista insieme a moltissimi altri aspiranti specializzandi ma non si sa quante sono le borse di studio disponibili e quali sono le scuole di specializzazione accreditate”.

Così la dottoressa Stefania Torcoli, giovane medico chirurgo bergamasco, esprime il proprio disappunto per le incertezze che vive chi ha effettuato il test per la specializzazione in medicina che si è svolto il 2 luglio scorso. Ha svolto l’esame all’Università degli Studi di Milano-Bicocca dopo aver presentato la domanda lo scorso maggio nei termini indicati dal bando.

A sottoporsi alla prova, come lei, sono stati migliaia di laureati in medicina e chirurgia che desiderano entrare nelle scuole di specializzazione dove verranno formati i nuovi specialisti che potranno prestare servizio negli ospedali del sistema sanitario nazionale. La dottoressa Torcoli evidenzia: “Non si sa quante saranno le borse di studio disponibili, cioè quante persone verranno selezionate fra tutte quelle che si sono sottoposte al test. Inoltre non si conosce quali sono le scuole accreditate e quindi in quale città dovrà recarsi chi ha ottenuto il punteggio per poterle frequentare. Ci sono tutte queste incertezze perchè a maggio è stato pubblicato il bando di concorso con una postilla che rinvia la definizione di questi aspetti a un decreto integrativo che non è ancora arrivato. Quindi ho partecipato senza sapere per cosa stessi concorrendo, in che città avrei potuto svolgere la specializzazione e senza sapere se ci siano scuole del settore di mio interesse. Io vorrei specializzarmi in chirurgia plastica e normalmente ci sono 30 posti: siamo in 20mila a provarci e ho deciso di iscrivermi al test considerando che probabilmente sarebbero stati aumentati i posti altrimenti non ne sarebbe valsa la pena”.

Gli aspiranti specializzandi non conoscono nemmeno i criteri con cui si vuole uniformare il programma delle scuole di specializzazione: “Sino ad ora non hanno avuto uniformità di argomenti su scala nazionale: per esempio, in chirurgia plastica in una città si imparano metodi diversi da quelli adoperati in altre realtà. Avevano deciso di definire modus operandi omogenei ma noi studenti ancora non li sappiamo”.

Altro punto è il pagamento della quota di iscrizione al concorso, pari a 100 euro. Il giovane chirurgo prosegue: “Può essere versata fino a sette giorni dalla pubblicazione del decreto integrativo che non è ancora arrivato. Io l’ho pagata, ma altri hanno sostenuto la prova ed eseguito il pagamento dopo aver visto il punteggio che hanno raggiunto: penso che sia assurdo”.

Il concorso di specializzazione in medicina rappresenta l’unica strada per poter lavorare negli ospedali. Torcoli sottolinea: “I posti disponibili sono pochi nonostante vi sia carenza di medici. A fronte di questo problema spesso si ipotizza di ampliare il numero di iscrizioni alla facoltà di medicina però non basta perchè, anche se si aumentassero i posti ma poi su 20mila aspiranti specializzandi ne vengono ammessi così pochi si crea un imbuto e il personale su cui si può contare è comunque contingentato. Le implicazioni sono parecchie: senza superare il concorso il chirurgo può svolgere la propria professione in privato, fare sostituzioni o la guardia medica, ma può lavorare solo con la partita Iva come medico collaboratore esterno. Da nord a sud i medici sono rimasti talmente in pochi che in diversi casi le Asl ricorrono agli appalti a cooperative e società per coprire i turni, anche con medici che prima non hanno vissuto la realtà di un reparto d’emergenza. È un problema che ha indotto l’Anaao Assomed, sindacato a cui aderiscono molti medici italiani, a ricorrere a diffide ad Asl e Regioni di tutto il Paese per fermare i contratti a chiamata. Come si è appreso da diversi casi di cronaca, in alcuni pronto soccorso ci sono medici neolaureati con tutti i rischi che questo comporta: se c’è solo un medico esperto insieme a te e deve sopperire a un’urgenza, devi cavartela da sola. Con la specializzazione, invece, un esperto ti affianca, ha la responsabilità legale di quello che succede e puoi apprendere al meglio sul campo”.

Infine, conclude: “Se attendete più di un anno per una visita specialistica con il sistema sanitario nazionale è perché l’attuale classe medica è prossima alla pensione, e non ci permettono di formarci per prendere il loro posto. Ogni anno su 20mila medici laureati, solo 6mila circa possono accedere alla specializzazione e quindi sperare un giorno di lavorare negli ospedali pubblici. Non sono una politica, non ho legami con nessun movimento o partito. Sono solo una cittadina che si preoccupa del proprio futuro e di quello del sistema sanitario nazionale perchè a pagarne le conseguenze saremo tutti noi, costretti a visite specialistiche private per poterci curare in tempi utili perchè la malattia non l’abbia vinta. La problematica spesso viene censurata ma è giusto che i cittadini sappiano come stanno le cose”.

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