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Istituto Leonardo da Vinci

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Gita di fine anno, scuola media: una metafora viva fotogallery

Gli studenti dell'istituto Leonardo Da Vinci hanno potuto vivere un'esperienza di gruppo molto formativa.

Spesso, quando si parla di come una classe dovrebbe essere si usano, più o meno consapevolmente, metafore suggestive come quella del gruppo che cammina in salita per raggiungere la vetta di una montagna oppure quella di una ciurma che naviga sulla stessa barca per raggiungere nuovi porti e, dopo aver affrontato mille peripezie e prove di coraggio, approdare alla meta finale della scuola superiore. Quest’anno i ragazzi di prima e di seconda media dell’istituto Leonardo Da Vinci hanno visto questa metafora prendere vita nella loro gita finale. Un connubio di cultura e avventura li ha portati a provare sulla propria pelle la curiosità per gli stravaganti esperimenti scientifici del MUSE, il brivido di paura nell’esplorazione delle Grotte di Oliero, la fatica di una salita in montagna e la coordinazione che serve per recuperare sul gommone un compagno che si è buttato nel fiume.

Gita di fine anno

È inutile pensare che tutto quanto vada esattamente come previsto, la perfezione non esiste, né nelle verifiche né nelle avventure. La muta non si chiude e va cambiata, il caschetto si deve stringere e l’acqua azzurra è freddissima al primo impatto. Quello che conta veramente, ripetono le guide, sono l’impegno e la concentrazione. Prima di mettere la barca in acqua bisogna provare e riprovare quei semplici movimenti che potrebbero fare la differenza in un momento di difficoltà. Per andare avanti o indietro, bisogna che tutti quanti remino all’unisono seguendo il tempo scandito dalla guida: uno, due, uno, due, uno due…. Per cambiare direzione le due file di vogatori devono remare in verso opposto e quando si avvicinano i salti, le cascate o le rapide bisogna essere ancora più fulminei: afferrare le funi con una mano, ancorare le gambe ai supporti, abbassare la testa verso la chiglia del gommone e tenere stretto il manico della pagaia con l’altra mano. “Tenersiiiiiii”, urlano le guide, e in quei momenti di adrenalina non sono ammessi errori.

Per quanto le cascate possano sembrare ripide e scoscese, la punta del gommone s’immerge e poi si rialza in mezzo alla schiuma. Siamo tutti bagnati, sporchi, tremolanti e va bene così. Si risolve tutto in una grande risata, ci si scalda un po’ al solo e insieme si riparte verso un’altra rapida.

Per quanto la corrente del fiume sia impetuosa, ascoltando i comandi, si possono raggiungere altri gommoni per una battaglia d’acqua o provare l’emozione di tuffarsi tra le rapide del fiume e affidarsi totalmente all’impegno dei compagni per essere rimessi sulla barca. Risalire facendo affidamento solo sulle proprie forze è praticamente impossibile, serve che qualcuno ti afferri per i supporti del giubbino di salvataggio e tiri indietro buttandosi all’indietro a sua volta mentre gli altri ti afferrano per le braccia. Anche il prof. non può risalire da solo, dopo il tuffo nel Brenta serve l’impegno di tutta la ciurma per ripescarlo.

Dopo aver rimesso piede sulla terra ferma, i 15km di navigazione, che parevano tantissimi, ci sembrano passati troppo in fretta. Nessuno è rimasto indietro, tutti vorrebbero ripartire per un altro rafting. Il freddo e la paura che sentivamo all’inizio sono solo lontani ricordi. Serve un ultimo sforzo collettivo per riportare il gommone alla base, ma questo gesto viene quasi spontaneo all’equipaggio che è già pronto a ripartire per un’altra avventura, un altro viaggio insieme.

 

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