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Usa, da isolazionisti a poliziotti del mondo: ora temono il colosso cinese

Dalla dottrina Monroe (che prevedeva l'isolamento) a Donald Trump che sfida la Cina sui dazi: ecco come cambiano gli Usa in occasione della festa dell'Indipendenza

Dalla loro nascita, determinata da una sorta di violenta mitosi all’interno dell’impero britannico, gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto, nei confronti del mondo esterno e, naturalmente, dell’Europa in particolare, un atteggiamento a fasi alterne: periodi di “splendid isolation” sono stati seguiti da periodi di intensi rapporti e, talvolta, di interventismo vero e proprio.

La dottrina Monroe, del 1823, fu, in pratica, la prima autentica manifestazione di una volontà americana di isolamento e di dominio: sia pure di dominio relativo, giacché, rinvigoriti dalla vittoria nella guerra del 1812 contro la solita Gran Bretagna, gli Usa si stavano dedicando all’occupazione di nuovi territori nel continente americano.

Da allora, col cambiare dei presidenti, delle epoche, dei fenomeni storici, l’Unione ha sempre cercato, da una parte, di presentarsi al mondo come la terra della libertà e, dall’altra, di perseguire, talvolta in maniera poco ortodossa, i propri interessi. Possiamo indicare come parentesi critiche di questa ricerca del bene nazionale la guerra ispano-americana, del 1898, che portò gli Stati Uniti al possesso di fatto delle prime colonie oppure l’entrata in guerra, nel 1917, a fianco dell’Intesa, nonostante i proclami di neutralità di Wilson, poiché, ormai, la bilancia commerciale statunitense pendeva decisamente da quella parte. Insomma, il 4 luglio non ha mai rappresentato soltanto una ricorrenza di libertà e di indipendenza, ma anche e soprattutto il giorno dell’american pride, dell’orgoglio americano: e questo orgoglio, come si è detto, a seconda delle epoche, è stato declinato in modi assai diversi.

Fino a che gli Usa hanno avuto come antemurale ed avversario storico l’impero sovietico, ossia dai primi segnali di guerra fredda (dal lancio delle atomiche al blocco di Berlino del 1948), al crollo del socialismo reale, tra il 1989 e il 1992, tutto sommato, la politica estera statunitense è stata facilmente interpretabile: c’era un nemico malvagio e pericoloso per la democrazia e gli Usa garantivano protezione e appoggio al mondo occidentale. Quando, però, uno dei due blocchi si è sgretolato, sotto i colpi dell’economia globale e della necessità storica, gli Usa hanno dovuto reinventare la propria politica estera e la propria immagine su scala planetaria. Uno Stato che, in più di due secoli di vita, ha conosciuto solo un paio di decenni di pace, non poteva che impostare entrambe le cose sul piano di una nuova contrapposizione: ci voleva, in definitiva, un nuovo nemico.

La dottrina Neocons, infine, ha dotato la politica americana di una forte giustificazione al nuovo ruolo di gendarme planetario: la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe stata garantita in ogni punto del pianeta, colpendo i nemici dovunque si fossero trovati. Detto così, appare chiaro come, in fondo, la guerra perenne sia, per così dire, l’anima stessa di questo nuovo scenario geopolitico: ne è derivata la ricerca spasmodica di nemici plausibili, sia di fronte all’opinione pubblica interna che a quella internazionale. Così, gli Usa hanno cominciato a indicare al mondo tutta una serie di minacce planetarie, talvolta reali e talaltra meno: l’Afghanistan dei Talebani come l’Iraq del partito Baath e di Saddam, la Libia, Daesh, la Siria e, adesso, l’Iran.

Intendiamoci, l’attacco al World Trade Center non è stato bruscolini: ma è anche vero che, dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno praticato sempre più intensamente una politica di intervento e, lasciatemelo dire, di destabilizzazione, in Medio Oriente e in Nordafrica, che ha prodotto disastri a ripetizione. Così, oggi, questo 4 luglio sembra rappresentare più una specie di invito all’unità nazionale e alla fiducia nelle magnifiche e progressive sorti dell’Unione che l’Independence Day, il giorno della libertà. Perché, oggi, non mi pare vi sia una grande differenza tra come gli Usa cerchino di restare in sella, nello scenario geopolitico internazionale e come i britannici cercavano di farlo, alla fine del XVIII secolo.

Vero è che, all’orizzonte, sta sorgendo un nuovo astro, che, agli occhi degli Usa, rischia di eclissare tutti i nemici e tutte le minacce degli ultimi settant’anni: il colosso cinese, che sta comprandosi l’Africa e sta intrecciando legami con mezzo mondo. Anche in quest’ottica va interpretato il gesto clamoroso di Donald Trump, che si è recato, primo presidente, in Corea del Nord: si chiama “politica di accerchiamento” ed è l’immagine speculare di ciò che fece la Cina comunista nel sudest asiatico, dopo il 1949.

I tempi cambiano e ogni 4 luglio, in fondo, rappresenta qualcosa di diverso. Staremo a vedere.

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