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Amore senza confini: la storia di Simona e Ibrahim, originario della Nigeria

Simona e Ibrahim sono insieme da sei anni e si sono conosciuti a Rimini: ora sognano una famiglia.

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Il nostro viaggio alla scoperta delle coppie miste prosegue: iniziamo ad esplorare l’Africa, un continente che fa da sfondo alla storia di molte coppie.

Oggi ci troviamo in Nigeria, Paese di provenienza di Ibrahim, compagno di Simona.

Simona e Ibrahim hanno vissuto una relazione a distanza per qualche tempo, finché Ibrahim ha deciso di trasferirsi da Rimini a Bergamo, per vivere appieno la loro storia.

All’inizio non è stato facile: la gente del paese mormora, molti le chiedono: “Come fai a stare con qualcuno così diverso da te?”. Simona non parla di diversità, ma di ricchezza: la cultura d’origine di Ibrahim e le sue esperienze di vita hanno fatto di lui una persona matura, indipendente, posata ed estremamente positiva; vivere a contatto con una cultura differente è un arricchimento quotidiano, che lei ricercherebbe anche se dovesse intraprendere un’altra relazione.

Simona parla anche di normalità: nonostante le apparenze, la loro è una coppia normale, fatta di cene con gli amici, battibecchi sui piatti da lavare e progetti per una famiglia.

“A me non è mai sembrato diverso”, dice lei: il colore della pelle non conta, se nell’altro vedi semplicemente una persona.

Come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti quasi 6 anni fa, durante una vacanza con mia nonna. Lei è sempre stata da sola, è vedova, l’unica persona con cui va in vacanza sono io e siccome inizia ad andare su con l’età, andiamo sempre abbastanza vicino; quella volta siamo andate a Rimini, ad agosto. Sono andata in un albergo e in quell’albergo lavorava Ibrahim, faceva il barman. Mentre sei lì sai, mia nonna alle 9 andava a letto, per me era un po’ presto, quindi vai prendere il caffè, lui finiva tardi la sera, e una cosa tira l’altra, e… Una sera mi sono fermata oltre il suo orario di lavoro, siamo andati a bere qualcosa.
È stato tutto molto veloce, nel senso che abitando in due città distanti ci siamo conosciuti non sapendo come sarebbe andata, io dopo 4 giorni partivo, quindi non avevo nessuna aspettativa. In realtà poi quei 4 giorni sono stati molto intensi, io mi sono un po’ lasciata prendere; lui lavorava in quell’hotel fino a metà settembre, quindi la settimana successiva sono tornata giù e ho passato lì il weekend. Dopo qualche settimana, lui finiva di lavorare, io dovevo essere operata a una gamba ma i miei partivano per andare in vacanza proprio quando venivo operata, allora lui è venuto ed è stato con me il tempo dell’operazione.
Non abbiamo mai vissuto quella fase della conoscenza, “usciamo, andiamo al cinema, beviamo qualcosa…” È stato molto o tutto o niente, senza fare progetti a lunghissimo termine, però o decidevamo di vivercela o no. Lui ha conosciuto subito la mia famiglia, perché nei periodi in cui veniva qua lui stava proprio in casa mia, non albergo: avevamo una stanza in più, ai tempi vivevo ancora dai miei… Per due anni circa abbiamo fatto avanti e indietro, quindi un po’ veniva lui, un po’ andavo io, anche se di solito era lui a venire a trovarmi perché dopo quell’esperienza lavorativa come barman ha sempre trovato lavori temporanei.
Per due anni e mezzo è stato così, finché a un certo punto, quando avevo già 26 o 27 anni, ci siamo detti “cosa facciamo?” Non potevamo andare avanti così a vita, quindi Ibrahim ha cominciato a cercare lavoro qua. Per i primi 4 o 5 mesi si è fermato in casa con la mia famiglia, è stato un periodo un po’ così: non difficile perché i miei sono persone molto accoglienti e non hanno avuto nessun tipo di problema, però vivere un rapporto di coppia in casa con i genitori non è proprio facile. È stata l’occasione per uscire di casa.

Da quanto state insieme?

Ad agosto sono 6 anni. Adesso ci stiamo per trasferire perché eravamo in affitto, è stata una soluzione temporanea perché dovevamo uscire di casa, provarci.

E quindi dicevi che li ha conosciuti subito i tuoi…

Si, l’han conosciuto subito. Non ci ho pensato troppo, non mi andava di farlo trasferire e farlo stare in un albergo, quindi è entrato subito a far parte della famiglia. Mia nonna lo conosceva già in realtà, perché era in vacanza con me quando l’ho incontrato; lei all’inizio era restia all’idea, il suo problema non era tanto il fatto che lui fosse nigeriano, aveva paura che io mi trasferissi con lui; mia nonna ha solo due nipoti, mio fratello e me, quindi è sempre stata un po’ apprensiva. In realtà ora come tutte le nonne gli vuole bene come se fosse figlio suo.
I miei genitori invece sono stati molto accoglienti, anche se hanno avuto quel periodo di conoscenza che avrebbero avuto con chiunque altro: non ho portato tantissimi ragazzi in casa, e soprattutto molti già li conoscevano, perché abitavano nel mio stesso paese. C’è voluto un po’ di tempo per capire che persona fosse. Pregiudizi a livello di colore, di cultura, non ne hanno mai avuti, anzi loro sono persone molto aperte, che viaggiano tanto, quindi la parte culturale è quella che forse più interessava loro. Sicuramente qualche perplessità l’avranno avuta, ma probabilmente per rispetto nei miei confronti e del rapporto che stavo vivendo, non mi hanno mai ostacolata in nessun modo. La cosa che forse ha facilitato è il fatto che sia cristiano, ma probabilmente ha facilitato anche me: io sono abbastanza religiosa, sono cresciuta in una famiglia religiosa e se lui fosse stato di una religione diversa la cosa probabilmente avrebbe frenato anche me. Lui ha il papà musulmano, però non è mai stato sposato con sua mamma: hanno avuto Ibrahim durante una relazione ma poi si sono separati, quindi lui è vissuto e cresciuto in una famiglia cristiana, come sua mamma. Mi ricordo che una delle prime domande è stata “ma di che religione è?” E quando ho detto cristiano hanno fatto un sospiro di sollievo, gliel’ho letto negli occhi.
Al contrario per me è stato molto più facile, infatti sua mamma vive in Italia da più di vent’anni; Ibrahim è nato in Nigeria e ha vissuto lì per 7/8 anni, ma sua mamma si è trasferita in Italia per lavorare quando lui aveva 2 anni, quindi lui è cresciuto con la nonna, che lui considera un po’ come una seconda madre. Quando lui è venuto in Europa è andato a Londra da uno zio, perché la mamma non voleva che lui perdesse l’uso dell’inglese crescendo in Italia; nelle famiglie africane c’è un mutuo aiuto, quindi lui ha vissuto in Inghilterra fino ai tempi delle superiori. Poi ha raggiunto la mamma, che viveva a Rimini insieme a un italiano che aveva sposato.
Stavo dicendo che quando ho conosciuto sua mamma è stato facile, perché ci sono meno barriere culturali per chi ha sposato un italiano… L’ho conosciuta praticamente subito, lui ci ha tenuto a farmela conoscere proprio perché, come me, riteneva che la nostra fosse una storia importante, voleva il suo benestare. È stato quasi traumatico per me, perchè sua mamma da africana è una persona molto espansiva, quando mi ha conosciuto mi ha abbracciato come se mi conoscesse da una vita. Comunque, oltre a quell’attimo di smarrimento per il fatto di non essere abituata a relazioni di questo tipo, poi in realtà è stato molto più facile. In realtà è stata la stessa impressione che ho avuto quando sono scesa in Nigeria.

Raccontami!

Sono andata in Nigeria la prima volta ad agosto 2015. Ovviamente voleva presentarmi sua nonna, che è la persona più importante per lui, avere il suo benestare, per lui era importante. E in secondo luogo per farmi conoscere le sue origini. Non c’era nessun evento in particolare, ci siamo goduti tre settimane di scoperta, siamo stati sia nella capitale, dove viveva parte della sua famiglia, che in un’altra città dove viveva la nonna, quindi abbiamo fatto la vacanza in posti diversi.
Voleva farmi conoscere anche la famiglia del papà, anche se Ibrahim in realtà li ha ritrovati quando aveva 17/18 anni, perché prima non aveva alcun rapporto con lui. Da parte del papà ha 11 sorelle e fratelli, quindi voleva anche farmi conoscere quel pezzo di famiglia. In realtà quella è stata la parte più difficoltosa, perché sono piuttosto poveri, vivono in una casa fatiscente e sono in tanti. In più costantemente gli dicevano “ma ti ricordi che sei musulmano, non vai mai in moschea?” E lui rispondeva “no, io sono cresciuto in una famiglia cristiana, sono cristiano”. C’era un po’ questa fatica del dirsi “io sono cresciuto in un altro posto, quindi non posso essere come voi”.
Ci sono poi tornata a novembre 2017 perché si sposava l’ultimo zio di Ibrahim. È stato bellissimo perché ero molto più tranquilla dato che conoscevo già tutti e conoscevo l’ambiente.

Continua a pagina 2…

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