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La scomparsa solitaria di Felicita e Thomas, la vera morte è la morte dei legami

Così, la malattia della solitudine sta diventando epidemia. E, come tutte le malattie, nessuna la vuole, ma capita, a prescindere

Bastava pochissimo per evitare la tragedia di Terno. Bastava una persona che si accorgesse che Felicita Carminati stava male e aveva bisogno di soccorso e bastava che qualcuno sostituisse la batteria che teneva in vita Thomas.

È mancata questa forma elementare di vicinanza.

Era di notte e di notte tutti tornano a casa e anche i parenti e gli amici di Felicita e di Thomas hanno, probabilmente, rispettato il loro riposo. Thomas non è riuscito neppure a fare una telefonata. Forse la sua salute non glielo permetteva. Forse la sua malattia lo aveva ridotto nella stessa situazione di un bambino che ha bisogno di tutto e che può vivere solo se qualcuno la fa vivere.
A fare mente locale ci si accorge che è proprio Thomas l’anello tragico della vicenda. Che cosa avrà pensato quando si è accorto che la mamma non rispondeva più e ha dovuto prendere atto che, non riuscendo a comunicare con qualcuno, anche lui doveva incominciare a sentirsi condannato?

Così Felicita e Thomas sono morti soli.

Forse Felicita ha fatto a tempo a chiedere aiuto. Forse. O forse è morta nel sonno. Ma Thomas, in ogni caso, non ha potuto fare nulla per lei. E lei era già morta quando Thomas aveva bisogno, a sua volta, di essere aiutato.
Si sente in giro tanta retorica sulla tecnica, sempre più sofisticata, sempre più capace di mettere in atto gli exploit più complicati, di gareggiare con l’uomo, si parla di intelligenza artificiale… Poi arriva il caso limite, dove la tecnica più semplice – fare un colpo di telefono, attaccare il caricatore di una batteria che si è esaurita – fallisce e fallisce semplicemente perché è mancato qualcuno che, alla lettera, fosse capace di “dare una mano”.

Perché, alla fine, di questo si tratta: qualcuno che è lì vicino e che, soprattutto quando ci si sente male, arriva, appunto, a “dare una mano”.

Spesso si ripete che nei paesi resistono ancora i legami sociali: ci si conosce di più, ci si parla, si cammina per strada, si va in chiesa, si va all’oratorio. Nella città, si dice ancora, ci si conosce molto di meno: ci si ignora, spesso, da una piano all’altro dello stesso condominio.
Tutto sostanzialmente vero. Con una annotazione, però. È in atto un’evoluzione che diventa sempre più netta con il passare del tempo: non è la città che assomiglia di più ai paesi, ma sono i paesi che assomigliano di più alla città.

Così, la malattia della solitudine sta diventando epidemia. E, come tutte le malattie, nessuna la vuole, ma capita, a prescindere. E, per l’intera società, per città e paesi, non è cosa da poco, questa. È una verità semplicissima, banale perfino: una vita è bella se incrocia amori o amicizie. È brutta se amori e amicizie ci scivolano accanto senza toccarci.

Tanto che appare profondamente plausibile l’affermazione che la vera morte è la morte dei legami: non si vive più quando non si lega più.

In questo senso molta gente è costretta a morire prima di morire. E la morte, alla fine, rischia di essere una semplice, tragica presa d’atto di ciò che c’era già, prima.

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Commenti

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  1. Cinzia Giorgetti
    Scritto da Cinzia Giorgetti

    Non è proprio così, non sono stati abbandonati, quel che è successo è una tragica fatalità. Conoscevo entrambi, c’era tutto un tessuto sociale intorno a loro che non li ha mai lasciati soli, anzi, da quando era morto il padre di Tommy quasi 25 anni fa, questo tessuto solidale si era rafforzato. Poi, è vero, forse una donna anziana con un figlio disabile avrebbe dovuto avere un aiuto costante in casa, ma anche queste sono scelte.