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“Tachipirina contro tumore”, poi il viaggio a Bergamo: “Grazie ai medici che mi hanno salvato due volte”

L'odissea di Aldo Iozzi, pendolare della salute: "Io, rinato dopo un anno d'inferno"

Prima di ammalarsi Aldo sapeva poco o nulla di Bergamo. Per curarsi ha dovuto trasferirsi con la famiglia a 1.200 chilometri da casa. Un pendolare della salute che per un anno ha fatto avanti e indietro dalla Calabria insieme a un compagno di viaggio scomodo, il tumore al rene, nella speranza di ottenere cure migliori e salvarsi la vita.

“Il mio calvario è cominciato una mattina di agosto. Avevo una febbre altissima, ma il caldo non c’entrava affatto” racconta Aldo Iozzi, 47 anni, consulente aziendale e imprenditore.

Alla fine dello stesso mese decide di rivolgersi al pronto soccorso di un ospedale calabrese. “Ho atteso una decina di ore e dopo una serie di accertamenti mi hanno mandato a casa con una tachipirina” ricorda Aldo. Non esattamente un antidoto al cancro.

Il malessere ovviamente persiste e non gli dà tregua. Così, dopo una decina di giorni, si reca in un altro ospedale, sempre in Calabria, dove viene ricoverato in medicina d’urgenza. Questa volta la diagnosi è corretta. “I medici scoprono un tumore al rene destro con diametro di sette centimetri. Una massa tumorale molto circoscritta, ma da operare immediatamente” spiega Aldo.

I sanitari gli suggeriscono di migrare altrove, verso strutture più attrezzate. È soltanto allora che una vecchia conoscenza – l’attuale direttore del reparto di Urologia della Humanitas Gavazzeni, Francesco Greco – gli consiglia di affidarsi alle cure dell’istituto bergamasco, dove Iozzi viene ricoverato il 10 settembre con intervento programmato il 12. Qui i dottori gli praticano una laparoscopia, un esame endoscopico della cavità addominale praticato per mezzo di un’incisione delle pareti addominali. Ma nel bel mezzo dell’intervento, senza alcun motivo apparente, il suo cuore smette di battere. “Nel giro di 45 minuti medici e anestesisti ristabiliscono i parametri vitali, ma per salvarmi la vita devono attaccarmi all’Ecmo”, un macchinario che si sostituisce a cuore e polmoni nell’ossigenazione del sangue.

Il trattamento dà i risultati sperati. Aldo è fuori pericolo, ma deve comunque fare i conti con qualche effetto collaterale. In particolare una trombosi alla gamba destra che gli provoca ulcere, rigonfiamenti e gli fa perdere sensibilità a uno dei rami del nervo sciatico. Nel mezzo, 50 lunghissimi giorni in terapia intensiva diretta dal dottor Giovanni Albano, punto di riferimento e di raccordo con gli altri dipartimenti. “Durante il coma, i medici hanno utilizzato un filtro cavale in funzione della trombosi per non fare arrivare i coaguli in parti vitali del corpo – ricostruisce Iozzi -. Soprattutto, hanno rimosso la massa tumorale insieme al rene destro”. Inoltre, il dottor Alberto Cremonesi, numero uno del reparto di cardiologia, individua le cause dell’arresto cardiaco durante l’operazione: un’angina di Prinzmetal – termine medico – causata da un vasospasmo delle arterie coronarie che causa sofferenza al tessuto cardiaco.

Il peggio è alle spalle, ma restano da sanare le ulcere alla gamba destra. Un handicap non da poco per Aldo, che deve spesso spostarsi per lavoro. “Ancora non avevo preso casa a Bergamo, per questo a gennaio sono tornato in Calabria a farmi curare – prosegue -. In ospedale mi viene medicata la gamba, ma non essendo presente un reparto di vulnologia (l’ambulatorio specializzato nella cura delle ulcere cutanee, ndr) si viene a creare un altro coagulo infetto”. Col passare dei giorni la gamba assume un colore nero, innaturale, “finché in un centro di ortopedia mi dicono che è necessario predisporre l’amputazione”. Senza pensarci due volte, il giorno stesso acquista un biglietto aereo per Bergamo. “Una volta arrivato al pronto soccorso della Gavazzeni vengo trasferito al reparto A2 e operato d’urgenza dal dottor Andrea Casini e Maurizio Caminiti. Inutile dire che mi hanno rimosso il coagulo di sangue e in sinergia con l’ambulatorio della dottoressa Maria Elena Abati hanno fatto sì che oggi cammini ancora con le mie gambe”.

Testimoni dell’odissea vissuta dal 47enne, i medici della Gavazzeni lo hanno invitato a far parte del comitato etico dell’istituto. “Non posso far altro che ringraziarli – conclude Iozzi -. Se sono qui a raccontare questa storia è soltanto merito loro”. Ma i suoi crucci non sono finiti. “È triste da dire, ma tornerò nella mia terra d’origine soltanto quando non avrò bisogno di cure”.

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