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Operaio di Sant’Omobono morto schiacciato dal braccio meccanico: 3 condanne

L'incidente era avvenuto in un'azienda di Brugherio, nella provincia di Monza e Brianza

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I fatti risalgono al 30 aprile del 2015. Quando Fulvio Salvi, 51enne di Sant’Omobono Terme, perse la vita a causa di un infortunio sul lavoro in un’azienda di Brugherio (Monza Brianza) che si occupa della trasformazione del piombo e altri metalli. L’uomo è morto con la testa schiacciata dal braccio meccanico di un impianto robotizzato dove stava eseguendo la manutenzione.

Dopo quattro anni – come riporta Il Giorno – è arrivata la sentenza del Tribunale di Monza: tre condanne a 6 mesi di reclusione. Imputati al processo per concorso in omicidio colposo G.C., 53 anni di Milano, amministratore della società; G.E., 58 anni, di Paderno Dugnano, direttore di produzione e responsabile della sicurezza dell’azienda; S. C., 60 anni, di Villa d’Almè, titolare di una ditta dove lavorava la vittima, che era suo cognato e che aveva avuto in subappalto dalla società costruttrice dell’impianto installato a Brugherio la sua manutenzione.

Sotto accusa un varco che il tecnico ha usato per raggiungere l’impianto e che invece doveva essere chiuso. Secondo la ricostruzione della Asst di Monza e Brianza, l’infortunio mortale è avvenuto mentre il tecnico stava eseguendo la manutenzione dell’impianto che prelevava da un tappeto lingotti di piombo per spostarli su un altro tappeto per il deposito. La vittima doveva ingrassare i cuscinetti dell’impianto e il braccio meccanico era fermo in attesa dell’arrivo dei lingotti, ma i suoi sensori devono averli scambiati con le braccia del tecnico, facendo abbassare il macchinario e bloccarlo sulla testa della vittima. Per raggiungere l’impianto il tecnico è passato da uno spazio di 50 centimetri che era stato lasciato aperto quando l’impianto era stato installato per ottimizzarne le prestazioni.

La pubblica accusa aveva chiesto per tutti gli imputati la condanna a 2 anni di reclusione. I difensori di amministratore e dipendente di Piomboleghe avevano chiesto invece l’assoluzione puntando il dito sulla “condotta abnorme” della vittima, sostenendo che il manutentore non aveva atteso l’addetto della ditta che lo doveva accompagnare e doveva disattivare l’impianto.

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