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L’allenatore dei ragazzini: “Niente tattica, fantasia, divertimento e un po’ di tecnica”

Luca Artifoni, ventunenne e allenatore di calcio del settore giovanile, ci racconta la sua passione per uno sport conosciuto, soffermandosi però sugli aspetti positivi e non sul concetto di “spettacolo televisivo”.

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Luca Artifoni, ventunenne e allenatore di calcio del settore giovanile, ci racconta la sua passione per uno sport conosciuto, soffermandosi però sugli aspetti positivi e non sul concetto di “spettacolo televisivo”.

Luca, come è nata la tua passione per il calcio?

Grazie a mio zio, Fabrizio, con il quale ho sempre visto ogni tipo di partita. Grazie a questo, a 15 anni ho cominciato a frequentare il corso di arbitro; durò per tre anni e, proprio in questo arco di tempo, l’esperienza mi ha aiutato a crescere, mi ha permesso di acquisire nuovi valori e a maturare caratterialmente. Non a caso, dopo tre stagioni passate tra i campi di tutta la provincia e non, ho voluto cambiare completamente prospettiva, cercando di vivere il calcio molto più da vicino.

Bene, vuoi spiegarci questa tua “nuova prospettiva”?

Praticamente iniziai a essere una figura di aiuto presso la Scuola di calcio di Lallio e da quel momento mi fu concessa la possibilità per la quale ringrazierò sempre il presidente e mister Bonacina che, in un anno e mezzo circa di lavoro, mi ha insegnato molto, correggendo i miei orrori – ove necessario – e incoraggiandomi a dare sempre di più. A fine di quell’anno e mezzo, decisi così di, come si dice, “correre il rischio” e incominciare ad allenare.

Che cosa ti aspetti da parte di un atleta quando lo alleni sul campo?

In qualsiasi cosa faccio, mi piace che mi si conosca come un ragazzo umile e con tanta voglia di imparare; per questo, ogni giorno, ricerco nuovi metodi di allenamento e nuove proposte da portare ai miei ragazzi… mi piace assorbire ogni consiglio e ogni insegnamento che mi arriva da figure più esperte e alla mano, in modo da poter arricchire le mie competenze di base e arrivare, si spera, sempre più lontano.

Ti occupi del settore giovanile: come pensi debbano essere allenati i bambini?

Lavorando con i bambini bisogna ricordarsi dapprima di essere dei bravi educatori e, solo successivamente, degli allenatori. Nella fascia di età con la quale mi ritrovo a che fare – al momento dagli otto ai dieci anni – bisogna rafforzare molteplici valori, tra cui il rispetto, l’amicizia, lo spirito di squadra e l’amore per l’attività che si svolge. Per lavorare con i bambini, bisogna parlare e ragionare come loro.

Da un punto di vista prettamente sportivo e, quindi, non competitivo, come pensi che debbano essere le competizioni di questo sport? Visto che, purtroppo, al giorno d’oggi si parla tanto di “calcio-mercato”?

Parlando da sportivo, penso che il “campionato” o semplicemente “partita”, lo vinco se, alla fine della stagione, ho fatto divertire tutti i bambini; classifiche, risultati e numeri li lascio a chi non sa lavorare con i bambini.

Dal punto di vista tecnico invece?

Tecnicamente parlando, le mie squadre lavorano tanto sulle capacità coordinative e cognitive, tecnica e psico-cinetica (quest’ultimo rappresenta il saper collegare uno stimolo a un movimento). La tattica, a mio parere, nei bambini è controproducente, per il semplice fatto che “blocca” lo sviluppo della fantasia di gioco e motoria del singolo bambino; se condizioniamo i bambini a svolgere movimenti specifici – per questo non andranno mai alla ricerca di nuove soluzioni.

Cosa pensi del calcio italiano?

Il calcio italiano ha vissuto e sta continuando a vivere un periodo di crisi, ed è proprio nelle scuole di calcio e nei settori giovanili che bisognerebbe lavorare per risollevarlo. Noi abbiamo tra le mani il futuro e dobbiamo coltivarlo nel miglior modo possibile, con “noi” mi riferisco a tutti quelli che vivono il mondo del calcio, in primis i bambini, perché saranno loro i campioni di domani. Se prendessimo, anche solo per un secondo, come esempio il campionato inglese (quest’anno entrambe le finali europee sono tra squadre inglesi) e uno del nostro italiano, anche un occhio poco esperto può notare le differenze. In Italia, troppo spesso, si vedono partite bloccate solo ed esclusivamente dalla tattica.

Dopo questa riflessione, hai un messaggio per i piccoli e grandi amanti del calcio?

Secondo me, nei nostri settori giovanili non devono mancare l’intensità, la tecnica e, soprattutto, lo sviluppo della fantasia, la quale è rappresentata dalla tattica individuale: sono l’A-B-C del nuovo Calcio.

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