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Gli affari del clan, dalla Puglia a Madone per la cocaina: marito e moglie nei guai

È qui che, secondo le indagini, si trovava uno dei principali canali di rifornimento di un gruppo criminale legato alla Sacra Corona Unita

Un appartamento qualunque, in una via qualunque di Madone, nell’Isola Bergamasca. È qui che, secondo le indagini della procura antimafia di Lecce, si trovava uno dei principali canali di rifornimento di un gruppo criminale dedito al traffico e allo spaccio di droga, legato a figure di spicco della Sacra Corona Unita.

A Madone, in particolare, si trova la residenza di H.H., 29enne marocchino, e la moglie F.F., di tre anni più giovane, originaria di Scorrano e cugina di quello che l’inchiesta inquadra come uno dei membri di punta dell’organizzazione. Il primo si trova in carcere a Bergamo, mentre la seconda agli arresti domiciliari in via Cavour (nel novembre 2017 la coppia era già stata arrestata dai carabinieri di Zogno per detenzione di sostanze stupefacenti).

I problemi sono cominciati lo scorso 18 luglio, quando al casello di Bari Nord i carabinieri avevano pizzicato un “corriere” con oltre mezzo chilo di droga nascosto nella portiera dell’auto. Cocaina, purissima. Ad insospettirli era stato il parabrezza incrinato del mezzo che il giovane guidava, una Fiat Panda presa a noleggio da una ditta. Dopo aver smontato il pannello a protezione della carrozzeria, i militari avevano scovato il pacco occultato con la droga.

Da quell’episodio le forze dell’ordine hanno risalito tutta la filiera, arrivando fino a Madone, luogo della presunta consegna. Uno dei “canali di approvvigionamento principali”, ma non certo l’unico, visto che l’attività del clan era in grado di generare un volume d’affari da mezzo milione di euro l’anno.

“Il traffico di stupefacenti è una piaga dilagante e il nostro paese non è certo esente” commenta il sindaco di Madone Rosaria Albergati, “profondamente amareggiata” per la notizia.

Quello sgominato dalle forze dell’ordine era un clan emergente, diretto da vecchie guardie ma composto da membri giovani, tra i 20 e i 30 anni di età: impulsivi, forse poco esperti, ma per questo “ancora più pericolosi”, osservano gli inquirenti.

Ventisette in totale i provvedimenti di custodia cautelare, emessi dal gip del Tribunale di Lecce Sergio Mario Tosi, eseguiti nella notte tra domenica 23 e lunedì 24 giugno dai carabinieri del comando provinciale leccese (all’appello mancano un indagato, risultato irreperibile, e altri due all’estero per motivi di lavoro), in collaborazione con i colleghi della compagnia di Treviglio e con il supporto dell’elicottero dei militari del sesto Nec di Bari, di tre unità cinofile del Nucleo cinofili di Modugno, dei militari dello squadrone dei Cacciatori di Puglia e del team artificieri antisabotaggio.

Agli arrestati, 17 terminati in carcere e altri 11 agli arresti domiciliari, sono contestati a vario titolo i reati di associazione di tipo mafioso e finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, danneggiamento seguito da incendio, detenzione abusiva di armi e di materie esplodenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, ricettazione, minaccia aggravata, porto abusivo di armi, sequestro di persona e violenza privata.

Un clan tanto potente da gestire non solo i traffici illeciti ma, sempre secondo le indagini, capace di infiltrarsi nel tessuto amministrativo locale bussando alla porta principale, quella del Comune. Tra gli indagati, infatti, c’è anche il sindaco di Scorrano: l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa.

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