BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Cent’anni dalla nascita: convegno su Minsky, l’economista della socializzazione dell’investimento

Per Bergamonews traccia la figura dell'economista (legato a Bergamo) Riccardo Bellofiore che sta curando il ciclo di "Seminari Minsky at 100"

Martedì 25 Giugno a partire dalle ore 17, il Salone Furietti della Biblioteca Mai di Bergamo ospita il convegno Hyman Minsky, l’uomo e l’economista. A 100 anni dalla nascita, organizzato dalla Fondazione A.J. Zaninoni, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bergamo e del Comune di Bergamo. L’accesso è libero.

Hyman Minsky è stato molto legato all’Università degli Studi di Bergamo dalla fine degli anni Settanta, e a Bergamo ha comprato casa con la moglie Esther e i figli Diane e Alan. All’iniziativa interverranno Pia Locatelli, Marco Vitale, Riccardo Leoni, Piero Ferri, Annalisa Cristini, Jan Kregel, Alessandro Roncaglia, AnnaMaria Variato, Riccardo Bellofiore.

Ne ricorda di seguito la figura Riccardo Bellofiore, che è stato direttore del Dipartimento di Scienze Economiche ‘Hyman P. Minsky’, ha curato due suoi volumi, la riedizione di Keynes e l’instabilità del capitalismo per Bollati Boringhieri e (con Laura Pennacchi) Combattere la povertà. Lavoro non assistenza. Con AnnaMaria Variato sta curando quest’anno il ciclo di Seminari Minsky at 100 dove sono già intervenuti Jan Toporowski, Gary Dymski, Lorenzo Esposito, Louis-Philippe Rochon, L. Randall Wray e Xinhua Liu.

******

Nel 1978, su segnalazione di Jan Kregel, Hyman Minsky fu chiamato da Paolo Savona, direttore del Centro Studi di Confindustria voluto dal presidente Guido Carli, reduce dalla Banca d’Italia. Karl Brunner, economista di fede monetarista, si infuriò con Savona, rimproverandolo per aver “portato in casa un comunista”. Era Minsky davvero un ‘comunista’? Certo che no. Altrettanto certo che, come narra quella che Minsky stesso definì una leggenda familiare, i genitori – la madre, Dora Zakon, era una organizzatrice sindacale; il padre, Sam, un esule russo emigrato dopo la rivoluzione del 1905, attivo nella sezione ebraica del Partito Socialista di Chicago – si fossero incontrati in occasione di un ballo di gala per celebrare il centenario della nascita di Karl Marx. Così viene alla luce Hyman, il 23 Settembre del 1919. ‘Hy’ prosegue la tradizione familiare durante gli studi secondari, militando nella gioventù dell’American Socialist Party.

Dopo primi studi di matematica, è indirizzato agli studi di economia da quella singolare figura di marxista neoclassico polacco che fu Oskar Lange, che gli insegnò a esser sempre disposto a venire a compromessi sulle convenzioni sociali, come il vestire, mai sull’ideologia. In effetti, all’economia politica lo avevano spinto tanto l’impegno sociale e politico quanto il clima che si respirava negli Stati Uniti della Grande Crisi, di Roosevelt e del New Deal. L’università di Chicago, dove iniziò gli studi nel 1937, era anche allora culla delle idee liberali, eppure molto più aperta che nel dopoguerra.

Suoi maestri furono Henry Simons, il cui liberalesimo era volto ad un interventismo sociale molto radicale, e appunto Lange, comunista ma simpatetico al socialismo democratico, che lo impressionò con corsi sulla teoria economica del socialismo e sulle teorie del ciclo economico, da Marx a Keynes. Dopo il servizio militare in Europa (1943-1946), Minsky riprende gli studi ad Harvard ed ha come primo supervisor Schumpeter, che però muore nel 1950, e dovrà prendere il Ph.D. con Leontief.

Keynes e Schumpeter segnano il campo del suo orizzonte teorico. Minsky li qualifica come ‘marxisti conservatori, pro-capitalisti’. Questo filone nascostamente marxiano sa quello che l’economics non sa, che le grandezze reali possono essere definite soltanto ex post in una economia monetaria. Dunque la lettura minskiana dell’investimento in Keynes lo lega strettamente alla finanza. Visto che viviamo in economie monetarie di produzione, la posizione di ogni agente (imprese, stato, famiglie) va definita nei termini dei flussi di moneta in entrata ed in uscita: lo studio dell’economia è l’indagine dell’interrelazione complessa degli stati patrimoniali, un sistema di flussi di attività e passività. La moneta è l’unica cosa che conta, perché determina ogni altro aspetto in modo non neutrale.

Nel 1975 Minsky pubblica Keynes e l’instabilità del capitalismo, dove la dinamica ‘keynesianamente’ instabile dell’investimento, che origina il ciclo, dipende ‘schumpeterianamente’ dalle trasformazioni e innovazioni nella finanza. La stabilità è destabilizzante: i tempi tranquilli fanno scivolare da posizioni finanziarie robuste a posizioni sempre più fragili. Gli agenti, che dapprima hanno bilanci coperti, si lanciano in avventure sempre più speculative che per un po’ vengono confermate dall’esperienza. In una economia liberista, con governi ridotti e ossessionata dal mito della finanza sana, l’indebitamento privato crescente presto o tardi, quando il saggio d’interesse balza all’improvviso verso l’alto, sfocerà in una Grande Depressione. La risposta istituzionale sta nell’instaurare una economia con Big Government (un governo di dimensioni significative, che sostenga le entrate delle imprese con spese in disavanzo), Big Bank (la banca centrale come prestatore di ultima istanza, che eviti il collasso delle banche e la generalizzazione di fallimenti dello scambio), Big Labour (la contrattazione collettiva e il sostegno del salario). Di qui le due grandi opere successive. Nel 1982 Potrebbe ripetersi?, dove la questione è se sia possibile il ripetersi di un grande crollo come negli anni Trenta: Minsky risponde negativamente, anche se riconosce che il pericolo potrebbe ripresentarsi, ora però il rischio è quello dell’instabilità al rialzo, la stagflazione. Nel 1986 pubblica Governare la crisi: l’equilibrio in una economia instabile, dove il punto è opporsi alla sfida di Reagan ribadendo le ragioni di una risposta ‘keynesiana’.

È questo il Minsky più noto. Dopo essere stato ignorato in vita (Minsky muore nel 1996), la sua notorietà decolla con lo scoppio della bolla dei subprime nel 2007 e il generalizzarsi nel 2008 della Grande Recessione. La sua ‘ipotesi della instabilità finanziaria’ secondo cui il problema è l’indebitamento privato, non quello pubblico, sembra profetica, anche se ora l’indebitamento è delle famiglie e non delle imprese, e il traino alla domanda veniva dal consumo a debito non dall’investimento.

Ma c’è l’altro lato della Luna, altrettanto se non più interessante, e forse oggi più utile. Dalla metà degli anni Ottanta Minsky, seguendo ancora una linea schumpeteriana, rilegge il capitalismo disegnando una sequenza evolutiva per stadi: capitalismo ‘commerciale’, capitalismo ‘finanziario’, il capitalismo dominato dai ‘manager d’impresa’, infine l’attuale money manager capitalism (il capitalismo dei gestori professionali dei fondi, dove i ceti meno abbienti vengono inclusi in modo subordinato nella finanza). In questo mondo la traumatizzazione del mondo del lavoro pare compensata dall’apprezzamento dei prezzi dei titoli e delle proprietà immobiliari, ma il processo non può non rivelarsi insostenibile non appena le bolle si sgonfiano. È, a me pare, questa visione di lungo periodo che ha colto le ragioni profonde del grave terremoto che ha di nuovo squassato le economie capitalistiche.

Ma attenzione, di qui non si può derivare che in una logica alla Minsky la ricetta sia il ritorno al keynesismo del sostegno generico alla domanda di breve periodo, più una solida regolamentazione della finanza, con qualche tetto alle retribuzioni dei gestori e dei manager, e il monitoraggio dei prezzi delle attività finanziarie. Certo, anche questo, ma c’è dell’altro, e di più sostanziale. Per capire cosa si dovrebbe fare è opportuno tornare agli ultimi due capitoli del libro del 1975. Lì il discorso è di una chiarezza cristallina. Keynes negli anni Venti era un uomo della sinistra e flirtava ancora con un socialismo decentralizzato; negli anni Trenta ritiene che basti aiutare il capitalismo a raggiungere il pieno impiego. Minsky reputa che la proposta di ‘socializzazione degli investimenti’ della Teoria generale vada invece radicalizzata. In realtà, il keynesismo concretamente realizzato nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale, alti profitti più sussidi, ha prodotto spreco, disastri ecologici, crisi sociale. Occorre, per quanto paradossale ciò possa apparire, muoversi verso un capitalismo interventista che abbia i caratteri del socialismo di mercato: che controlli i centri di comando e promuova il consumo collettivo. La spesa deve essere mirata e non generica, lo stato deve intervenire direttamente sulla composizione della produzione: cosa, come, quanto e per chi produrre.

È questa una prospettiva che, oltre a socializzare l’investimento, intende socializzare anche l’occupazione tramite un programma garantito legalmente di promozione del pieno impiego tramite
lavori utili: schemi dove devono agire imprese innovative, al di fuori del mercato e della proprietà privata. Basta andarsi a leggere la raccolta postuma Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, che esprime bene la sua idea del governo come ‘occupatore di ultima istanza’. Non è difficile individuare di che si tratti: di una inedita nuova sintesi Roosevelt-Keynes, un New Deal dai tratti marcatamente socialisti. Minsky è netto nel dichiarare che l’etichetta – se questo sia un socialismo ‘pragmatico’ o un capitalismo interventista – conta poco. È una ispirazione non lontana dal Piano del lavoro della CGIL tra la fine Quaranta ed i primi Cinquanta, che molto deve al liberalsocialismo di Ernesto Rossi e Paolo Sylos Labini. Ma la corrispondenza è netta anche con momenti del pensiero di Caffè, Graziani, o Napoleoni, quando propose un ‘keynesimo molto razionalizzato’.

“Ciò che è importante – scrive Minsky – non è se la proprietà e i redditi derivino dalla proprietà privata, quello che è importante è che la società sia democratica ed umana”. Come si ‘costruisce’ un economista così, non è difficile da capire, anche se è ormai quasi impossibile da replicare. In un articolo sui suoi ‘inizi’, Minsky scrive: “La teoria economica era allora, in modo del tutto appropriato, parte di un percorso di scienze sociali. A Chicago, quando gli studenti venivano introdotti per la prima volta agli studi di economia, ciò avveniva come parte dello studio della società: storia economica, scienza politica, sociologia, antropologia, economia erano parte di una sequenza di corsi compatta, il cui fine era la comprensione della società contemporanea; qualcosa che reputo di gran lunga superiore alla pratica corrente di insegnare l’economia isolatamente, come disciplina specializzata. Se si facesse come dico io il corso standard di economia insegnato negli Stati Uniti verrebbe abolito, e la teoria economica verrebbe introdotta soltanto nel contesto delle scienze sociali e della storia. L’attuale modo di insegnare l’economia in stile ‘americano’ conduce gli economisti statunitensi ad essere bene attrezzati, dal punto di vista tecnico, ma poveramente istruiti, dal punto di vista della conoscenza.”

È questa una spinta a cui non si sa, o non si vuole, opporre resistenza, ed è così da tempo anche a Bergamo. Per questo della tradizione minskiana, nell’Università che tante volte lo ha ospitato e a cui molto era legato, è rimasto ben poco.

Riccardo Bellofiore

© Riproduzione riservata

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.