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Lo strazio di quel viaggio e la Libia: 5 ragazzi scrivono e rivivono la loro storia di profughi

Il progetto della cooperativa La Fenice, nato durante un corso di scrittura autobiografica

C’è la storia di Ali, rapito nel Sahara e imprigionato dai terroristi in Burkina Faso e Libia. Non perché avesse combinato nulla di male, ma perché “i libici considerano i neri schiavi, li prendono e li mettono dentro”. E quella di Mor Ndiaye, che a 19 anni ha visto il mare inghiottire i compagni, alcuni morti di stenti nel deserto e altri in prigione, dove i cadaveri dei malati vengono gettati dalla montagna come sacchi di immondizia.

Ci sono più storie nel libro “All’uomo che coltiva il giardino”, edito da Lubrina e presentato alla 60esima edizione della Fiera dei Librai. In particolare, quelle di cinque giovani migranti (Ali Diarra, Marie Anicet Eyenga Nkou, Demba Kanteh, Demba Simaga, Mor Ndiaye) arrivati in Italia dalla Libia e ospitati dalla cooperativa sociale La Fenice in Valseriana.

Il progetto è nato durante un corso di scrittura autobiografica, dove sono gli stessi protagonisti ad avere messo per iscritto le loro storie, con l’aiuto di Alessandra Pozzi, presidente dell’Associazione culturale Diaforà, e del cooperatore sociale Paolo Scanzi.

“Le testimonianze raccolte in queste pagine raccontano modi di vivere e mondi ‘altri’, molto lontani da noi, differenti e perciò complicati da decifrare e capire – spiega Alessandra Pozzi -. Raccontano frammenti di vita vissuta, storie che non vogliamo avere la presunzione di comprendere ma che crediamo siano capaci ancora di toccarci”. “Testimonianze che – aggiunge Scanzi – mostrano le grandi speranze di questi ragazzi, la voglia di cambiare la propria vita, la forza con cui hanno affrontato e stanno affrontando gli ostacoli che incontrano”.

Nelle circa 60 pagine del libro, infatti, non c’è solo l’esperienza drammatica del viaggio, ma anche la quotidianità difficile, a volte ostile vissuta nelle periferie del mondo. Dove Marie a 11 anni racconta di essere scampato a una brutta ferita solo perché il sangue necessario alla trasfusione gliel’hanno donato i genitori (“ma così ho imparato a diventare generoso”, scrive). Da ragazzo, in Camerun, frequentava l’Università. Un giorno dice di essere stato imprigionato “solo per avere partecipato a uno sciopero” e aiutato un insegnante. Da lì ha deciso di scappare, verso la Nigeria prima e l’Italia poi.

Momenti indelebili nella memoria di chi li ha vissuti, eppure così lontani. Perché alcuni di questi ragazzi, dopo essere usciti dal progetto di accoglienza, a Bergamo hanno ottenuto il permesso di soggiorno e trovato un lavoro. Vedi Ali, che sforna pizze in un ristorante di Seriate e condivide l’appartamento con la fidanzata in Borgo Santa Caterina. La stessa occupazione che ha trovato Demba Kanteh a Nembro. Mor Ndiaye, invece, si guadagna da vivere in un ostello ad Albino, mentre l’altro Demba (Simaga) frequenta un corso da elettricista a Dalmine. Marie, il più grande, si è trasferito a Torino: tra le sue aspirazioni quella di diventare mediatore culturale “per aiutare quelli che arrivano in Questura”, vuoi per assisterli nella richiesta del permesso di soggiorno, vuoi per il nulla osta al ricongiungimento familiare.

“Scrivere in italiano è stato difficile tanto quanto rivivere quei giorni” commentano con una punta di ironia. Insieme agli operatori della cooperativa Fenice, hanno dato vita a un libro che è una piccola antologia di esistenze, le loro. Un libro che scorre via leggero, nonostante le delicate vicende personali che affronta.

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