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Il ritorno di Bruce Springsteen: “Western Stars” spiazza, ma è un signor disco foto

Con Bruce torna anche il nostro Brother Giober: la recensione, di parte, ma precisa: "Una prova coraggiosa che merita 4 stelle almeno"

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Artista: Bruce Springsteen
Titolo: Western Stars
Voto: ****

Sette anni dopo l’ultimo album di inediti (Wrecking Ball), viene pubblicato oggi, 14 giugno 2019, Western Stars il 19esimo album di The Boss (ma ha ancora senso chiamarlo così?). Il disco è stato preceduto da una furba quanto spericolata campagna pubblicitaria fatta di anticipazioni, fughe di notizie, di singoli lanciati nella rete. Così l’ascoltatore e i fan hanno potuto sin da subito appurare che Bruce stava prendendo una direzione ben diversa rispetto a tutto quanto fatto in precedenza.

Nell’ascoltare le linee melodiche e gli arrangiamenti dei brani via via pubblicati sul web è apparso da subito evidente la voglia di Springsteen di cimentarsi in quanto già suoi illustri colleghi avevano fatto nel passato, ossia dare una rispolverata al vecchio song book americano (Bob Dylan piuttosto che Rod Stewart, con esiti alle mie orecchie deludenti): era proprio là che Bruce voleva andare senza tuttavia apparire un mero interprete.

Passando in rassegna Western stars è evidente che Bruce guardi al passato. Lo aveva già fatto anni fa con gli album acustici e il tributo Pete Seeger con la differenza che qui di folk non v’è alcuna traccia. Vi è invece l’omaggio a campioni del passato, a performer come Roy Orbison o ad autori come Jimmy Webb, piuttosto che Glen Campbell sino ad arrivare al più noto Billy Joel.

Così le chitarre elettriche di Lofgren o di Little Steven, piuttosto che la batteria di Max Weinberg  lasciano il passo a sezioni di archi e tappeti di fiati che però evocano suoni ben diversi da quelli di “Big Man” piuttosto che di suo nipote. Il rock tambureggiante, e le ballate notturne, lasciano lo spazio ad arrangiamenti ariosi, solari, che a volte ricordano il suono più spensierato della California.

Cosa resta allora del Boss o meglio di Bruce? Le liriche, certamente, che continuano ad essere capaci di descrivere efficacemente, con poche parole, storie di emarginazione, di sconfitta, di diseguaglianza, di affetti con lo sguardo di chi però non è rassegnato e che benché viva tra i privilegi non ha dimenticato da dove viene, circostanza che lo spinge ancor oggi a dire cose scomode, ad avere coraggio e non adagiarsi sugli allori.

Perché al di là di tutto Western Stars è una sfida temeraria, è uno stare alla larga da quella confort zone in cui spesso cadono i campioni di un tempo, che può avere degli esiti disastrosi. Perché Western Stars avrebbe potuto essere un disco del tutto anacronistico piuttosto che la via diretta per compromettere i risultati di una carriera che ha ben pochi confronti.

Invece no. Nonostante una copertina orrenda, un titolo abominevole e una serie di fotografie che ci restituiscono l’immagine di una persona lontana anni luce da quella di un’icona del rock, Western stars è un signor disco, solo che è completamente diverso da tutto quello che Bruce ha prima d’ora pubblicato. Il che significa che non è detto che piaccia ai suoi fans, ma è invece probabile che riesca ad accreditarlo presso un nuovo pubblico, senza che quello di un tempo si possa sentire tradito. Quello che risulta chiaro e,ad ogni modo evidente, è che in questa nuova versione Bruce mantiene del tutto intatta la sua credibilità e questa è la vera forza del disco che potrà piacere o non piacere ma che credo non scalfirà minimamente il rispetto verso il suo autore.

Venendo al contenuto: tra i credits figurano il tastierista originale della E Street Band David Sancious, la violinista Soozie Tyrell e l’organista Charlie Giordano, dell’attuale formazione del gruppo, Jon Brion – conosciuto per il suo lavoro con Kanye West – che suona Celeste, Moog e Farfisa, la moglie di Springsteen, e compagna di band, Patti Scialfa, responsabile per gli
arrangiamenti vocali su quattro canzoni e comprimaria su diverse altre. Ron Aniello ha prodotto l’album, suona il basso, tastiera e altri strumenti.

Western Stars è stato registrato principalmente nello studio in casa di Springsteen nel New Jersey, con l’aggiunta di alcune registrazioni realizzate in California e a New York. “Questo lavoro è un ritorno alle mie registrazioni da solista con canzoni ispirate a personaggi e con arrangiamenti orchestrali cinematici”, racconta Springsteen, “è come uno scrigno ricco di gioielli”.

Nei tredici brani di Western Stars vengono riproposti molti temi e immagini tipici della letteratura a stelle e strisce: le immense autostrade e gli spazi desertici, il sentimento di emarginazione contrapposto a quello di comunità, la stabilità della famiglia quale ultimo baluardo al degrado dei costumi, la speranza sempre ultima a morite, il lavoro, il sacrificio.

I brani

Un titolo, all’udito così frivolo, come Hitch Hikin, non può che corrispondere ad un brano leggero, quasi una sorta di filastrocca all’inizio ripetitiva basata sul suono di banjo. Poi ad un certo punto entrano gli archi ed il brano aumenta la propria intensità. Dalla prima traccia si capisce che quello che stiamo ascoltando è un qualcosa anni luce differente da quanto sino ad oggi proposto da Bruce. Oddio…. È pop. Pure pop for now people come diceva un tempo Nick Lowe tentando di elevare ad un rango di maggiore nobiltà (senza che ce ne fosse alcun bisogno) alcune sue splendide composizioni che avevano il più grande pregio nella loro spensieratezza.

Hitch hikin è un brano che sprizza ottimismo: è la storia di un autostoppista che non ha difficoltà a trovare passaggi, che ama la vita girovaga che fa in compagnia solo delle sue canzoni e delle storie che ogni automobilista gli racconta. È una storia che sta agli antipodi dell’emarginazione, per certi versi resta una storia del sogno americano o, almeno, di una parte di esso.

The Wayfarer è il secondo brano della track list e lo sconcerto (la sorpresa dai…) potrebbe aumentare. Bruce assume le vesti del cantastorie, quello degli anni ’70, che propinava canzoni intrise di romanticismo, non quello eroico, non quello delle atmosfere notturne, non quello che in Sandy vedeva l’oggetto di ogni attenzione. Quello un po’ più a buon mercato, alla portata di tutti. Il richiamo a certi cantautori di quell’epoca appare evidente: Billy Joel, Jackson Browne, lo stesso Paul McCartney, tutta gente che qualche credito anche a Burt Bacharach lo deve pure. Qui l’emarginazione, la solitudine rappresentano una scelta di vita o quanto meno vengono accettate con dignità. Il vagare ancora una volta è motivo di arricchimento perché sulla strada hai sempre possibilità di fare incontri che ti possono riservare delle belle sorprese.

Il terzo brano della raccolta è Tucson Train, uno dei più rappresentativi. Il treno ha sempre avuto grande spazio nelle storie dei cantautori americani, in quanto immagine fortemente evocativa. Il primo ricordo che mi viene alla mente è quello di Downtown train del mitico Tom Waits, ma dovessi concentrarmi un attimo sono certo che troverei qualche altra decina di brani sul tema. Probabilmente è il brano con maggiori agganci all’epoca gloriosa della E street band anche se quella più degli ultimi tempi dove l’elettronica, in qualche momento, iniziava a prendere il sopravvento su chitarra, basso e batteria. In alcuni momenti mi richiama alla mente la struttura di Streets of Philadelphia, in altri alcune atmosfere di Tunnel of Love. Dal punto di vista sonoro la traccia è fortemente cinematografica, onirica, la sensazione dei grandi spazi è immediatamente percepibile e il clima estremamente rilassato. Se inserito in un qualsiasi album precedente il brano potrebbe risultare troppo commerciale. In questa di raccolta si cala perfettamente. Basta lasciarsi un po’ andare al suono degli archi, delle chitarre acustiche, delle tastiere. Il testo del brano è una riflessione sospesa tra passato e presente: Bruce attende qualcuno alla stazione di Tucson e mentre aspetta pensa a come la sua vita sta cambiando in meglio, grazie anche a chi sta arrivando. È una canzone densa di ottimismo, forse un tantino zuccherosa, ma è convincente.

I come here lookin’ for a new life
One I wouldn’t have to explain
To that voice that keeps me awake at night
When a little peace would make everything right
If I could just turn off my brain
Now my baby’s coming in on the Tucson train

We fought hard over nothin’
We fought till nothin’ remained
I’ve carried that nothin’ for a long time
Now I carry my operator’s license
And spend my day just runnin’ this crane
My baby’s coming in on the Tucson train
Hard work‘ll clear your mind and body
The hard sun will burn out the pain
If they’re lookin’ for me, tell ‘em buddy
I’m waitin’ down at the station
Just prayin’ to the five-fifteen
I’ll wait all God’s creation
Just to show her a man can change
Now my baby’s coming in on the Tucson train
On the Tucson train
On the Tucson train
Waitin’ on the five-fifteen
Here she comes

Western Stars è un brano magnifico che merita di titolare l’intera raccolta perché il più rappresentativo. Ancora una volta siamo al cospetto di un brano lento, avvolgente, fortemente cinematografico, caratterizzato dal suon di una slide decisamente suggestiva. È la storia, triste, di un vecchio uomo, forse un attore o forse un cowboy al quale hanno chiesto di recitare per anni la parte del vecchio eroe stanco. Un uomo che ha avuto l’unico momento di gloria nell’incontro con John Wayne ma che tutto sommato al mattino, al risveglio, è contento di poter calzare gli stessi stivali di sempre

I wake up in the morning,
just glad my boots are on
Instead of empty in the whispering grasses
Down the Five at Forest Lawn
On the set, the makeup girl brings me

two raw eggs and a shot of gin
Then I give it all up for that little blue pill
That promises to bring it all back to you again

Sleepy Joe Cafè ha un’atmosfera festosa, con violino e banjo in sottofondo ed un refrain che entra immediatamente nella testa. Potrebbe ricordare alcune cose dei Los Lobos, piuttosto che di Ry Cooder, sta di fatto che alla fine il brano funziona anche per merito delle “svisate” della Farfisa che sanno tanto anni ’70. Allo Sleepy Joe’s Café si incontra gente proveniente da ogni dove che chiede solo, alla fine della settimana, un po’ di divertimento. Joe ne è il proprietario e ringrazia dei prestiti ricevuti dallo Stato che gli hanno permesso di acquistare un bar là, dove poi sarebbe passata una grande strada, portando con sé una numerosa clientela

Joe came home in ’45 and took out a G.I. loan
On a sleepy little spot an Army cook
Could call his own
He married May, the highway come in
And they woke up to find
They were sitting on top of a pretty little gold mine

Drive fast è una ballata più convenzionale rispetto alla produzione del nostro. Poche note di piano accompagnano la voce all’inizio della traccia. Poi batteria, violini e il brano cresce creando spazio per le note della slide, fino a che entra l’orchestra a creare un vero e proprio spatiacque tra quanto c’è stato prima e quanto seguire.

Chasin’ Wild Horses è ancora un brano scenografico, intriso di una nostalgia penetrante marcata dalle note lievi della lap steel, fino a che il solito intermezzo orchestrale irrompe carico di dolcezza. Certo i tempi di Thunder Road sono lontani ma forse anche noi siamo cambiati. Senz’altro Bruce.

Sundown è un’altra delle perle dell’album. Il ritmo è più sostenuto che altrove, vi sono ancora alcune note di banjo in sottofondo a dare dolcezza, sino a quando entra il solito stuolo di violini. Qualche reminiscenza di Burt Bacharach è francamente rintracciabile ma è soltanto una sensazione. Sundown è ancora un posto di frontiera, dove puoi riflettere delle scelte e degli errori fatti anche se non è il tipo di luogo dove vuoi startene da solo.

Sundown ain’t the kind of place
You want to be on your own
It’s all long, hot, endless days
And cold nights all alone
I drift from bar to bar, here in lonely town
Just wishing you were here with me, come sundown

Più scarna nell’arrangiamento è Somewhere North Of Nashville, quasi sussurrata è una sorta di bozzetto. Meglio riuscita Stones, ancora una lenta ballata nella quale le parti orchestrali prendono nuovamente il sopravvento caratterizzando il brano senza però riuscire a soffocare la melodia che emerge in modo cristallino. Stones è la storia di un rapporto che lasciato dietro di sé dolore e amarezza, è una storia di solitudine

I woke up this morning with stones in my mouth
You said those were
Only the lies you’ve told me
Those are only the lies you’ve told me

There Goes My Miracle è probabilmente il brano che mi piace meno dell’intera raccolta. Non che la melodia non sia riuscita, anzi lo è fin troppo, così che alle mie orecchie risulta esageratamente pop, enfatica e la stessa sezione di violini, questa volta, un po’ troppo invadente, mentre Hello Sunshine ha suoni più country che altrove e alla fine convince anche perché un brano nel quale la melodia emerge distintamente.

Chiude la raccolta Moonlight Motel, altro brano dedicato a un luogo di frontiera palcoscenico di amori disperati. Moonlight Motel è ancora un brano lento, intriso di nostalgia, dove l’interpretazione di Bruce raggiunge il massimo dell’espressività e il suono appena cennato degli strumenti in sottofondo, fornisce un tappeto sonoro perfetto.

Western stars è un disco coraggioso, è la versione del grande song book americano personale di Bruce. Potrà piacere o meno, sicuramente esporrà Bruce a critiche, non sarà caro a tutti gli ottantamila che con me lo hanno visto nell’ ’80 al Meazza, ma non potrà mai essere considerato un disco minore della discografia.

Per me 4 stelle le merita tutte. Almeno… Ma io sono di parte… un po’.

Tracklist:
1.Hitch Hikin’
2. The Wayfarer
3. Tucson Train
4. Western Stars
5. Sleepy Joe’s Café
6. Drive Fast (The Stuntman)
7. Chasin’ Wild Horses
8. Sundown
9. Somewhere North of Nashville
10. Stones
11. There Goes My Miracle
12. Hello Sunshine
13. Moonlight Motel

Legenda giudizio

***** da isola deserta
**** eccellente
*** buono
** mediocre
*pessimo

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Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Giuro che quando uscì in anteprima Hello Sunshine rimasi di sasso, questo non è Bruce.
    Adesso che tutto il disco è disponibile, e dopo un bel po’ di ascolti, posso dire, nel mio piccolo, che la tua recensione è assolutamente corretta: è un altro Springsteen ma nessuno più di lui è autorizzato a cambiare così radicalmente la sua produzione, genio anche qui.
    Buona musica a tutti.