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“Gamec, un’estate di bellezza e la chicca delle opere confiscate alla mafia”

Il direttore della Gamec Lorenzo Giusti ci guida all'inaugurazione di tre mostre in città

A due anni dalla nomina, il direttore della Gamec Lorenzo Giusti si racconta a Bergamonews all’indomani dell’inaugurazione delle tre mostre estive allestite nella storica sede di via San Tomaso e a Palazzo della Ragione.

Lorenzo Giusti Gamec

Sono mostre rilevanti per i nomi coinvolti, il livello delle opere, la ricaduta sull’offerta artistica contemporanea in Bergamo.

La mostra “Libera – tra Warhol, Vedova e Christo” mette in luce una serie di pezzi notevoli di un nucleo di opere d’arte confiscate alla criminalità in Lombardia: grazie a un comodato di 10 anni possiamo amministrarle con la speranza di vederle trasferite alla città in forma definitiva. Il che ci consente anche il focus su alcuni autori della nostra collezione ribattezzata “impermanente”, che movimentiamo in relazione ai progetti espositivi.

L’evento forse più scenografico è quello di Jenny Holzer in Palazzo della Ragione.

È un progetto di cui siamo molto soddisfatti. È più di una mostra, con Jenny abbiamo mosso una serie di corde vibranti. Lei è un’artista influente e celebrata, richiesta dai più importanti musei del mondo. L’idea l’avevo da anni ma solo qui ho trovato le condizioni, il contesto giusto per farlo. La risposta dell’artista è stata sorprendente: ha interpretato la Sala delle Capriate nel suo significato storico e simbolico, ha prodotto una serie di lavori nuovi pensati ad hoc. Alle spalle c’è un enorme lavoro di ricerca sui testi di autori esuli, migranti, scampati alle guerre, proiettati a parete in filmati che durano tre ore. L’allestimento va goduto senza fretta, seduti sulle panchine in marmo di Carrara da lei progettate, incise con frasi d’autore.

In Gamec a fianco dei grandi del Novecento, abbiamo il piacere di trovare dei bergamaschi: Rino Carrara, Paolo Ghilardi, Pievani, Zilocchi…

Penso che sia questo il modo giusto per valorizzare l’esperienza di artisti che seppure in un contesto locale hanno dialogato con le correnti internazionali. Si fanno emergere certi linguaggi senza relegarli nell’ambito del territorio. Dobbiamo guardare la datazione di queste opere, testimoniano una consapevolezza evoluta, aggiornata. Nel confronto con i pezzi dei maestri più noti non solo non sfigurano ma anzi si rivelano per quello che sono effettivamente. In una collezione permanente e statica invece si rischia di perdere questa complessità. Sono contento anch’io di questo dialogo : il racconto della collezione così è più fluido, acquisisce valore, persegue un pensiero globale ma attraverso un’azione locale. E mette in luce le diverse anime di una collezione permanente di pregio ma disarticolata e policentrica.

La nuova Gamec al posto del vecchio Palazzetto dello sport: un trasloco necessario?

Il nuovo spazio diventerebbe l’unica sede Gamec, mentre l’intenzione dell’amministrazione sarebbe destinare gli attuali ambienti Gamec all’Accademia Carrara per le mostre temporanee. Lo studio di fattibilità di C+S (Venezia ) prevede il mantenimento della struttura ellittica originale del Palazzetto, lo svuotamento dell’interno e la creazione di un parallelepipedo centrale su tre livelli, l’ultimo dei quali esterno con terrazza e vista verso città alta. La sede di via San Tomaso è bella e storicamente interessante ma è un po’ un fortino, d’altra parte era un monastero, non era fatto per aprirsi al pubblico, ci sono dei limiti fisici. La nuova sede questi limiti vuole abbatterli e rendere tutto più fruibile e funzionale.

La cultura è anche questione di numeri. Come si coniugano nel suo progetto la ricerca culturale e la ricerca del pubblico, che si vorrebbe sempre più di massa?

La nostra è un’istituzione culturale prima di essere un’azienda. Non può mai mancare l’ambizione, soprattutto nel contemporaneo, di fare ricerca e sperimentazione, di proporre qualcosa che oggi può apparire nuovo ma che domani potrà apparire consolidato o, con altro termine, di massa. Noi siamo quelli che aprono le vie, anche se certo non possiamo andare avanti a tutto e a tutti perché procedendo troppo speditamente si rischia di girarsi e accorgersi di essere rimasti soli: quella è una sensazione che vorremmo evitare. Certo applichiamo una mentalità aziendale alla gestione dei bilanci e delle economie ma non rinunceremo mai ad applicare una visione culturale che è la nostra prima ragione di esistenza. Altrimenti saremmo costretti a proporre sempre i soliti nomi, le solite mostre, senza portare alcun dato di novità e di consapevolezza.

Di novità si occupa anche il Premio Bonaldi dedicato ai giovani curatori, che quest’anno arriva alla decima edizione.

La mostra del curatore vincitore si svolge come sempre ogni due anni. Tra una mostra e l’altra si teneva il convegno dedicato alla curatela che da quest’anno è stato sostituito da una mostra affidata a un guest curator: si tratta di Edoardo Bonaspetti che propone il neozelandese Luke Willis Thompson con “Histerical Strength”. Per fortuna ci sono aziende e privati che vogliono investire su progetti non vincolati all’idea del consenso e del pubblico di massa, ma piuttosto rivolti ai professionisti e agli operatori del settore, oltre che naturalmente ai giovani appassionati d’arte. L’ambito del Premio Bonaldi è effettivamente quello entro cui si sperimenta di più.

Qualche anticipazione delle prossime stagioni?

A settembre dopo Thompson nello Spazio Zero ci sarà un artista italiano, Francesco Gennari, postminimalista, tra i più significativi della generazione anni Settanta in Italia, alla sua seconda mostra personale in un’istituzione pubblica nazionale. L’attuale mostra “Libera” prosegue fino al prossimo gennaio: oltre a offrire uno spaccato sull’arte della seconda metà del Novecento attraverso grandi autori, ci consente un discorso di sensibilizzazione sulla legalità e sulla trasparenza, ed è quello che faremo da settembre con le scuole.

Il prossimo anno presenteremo poi l’altra parte delle opere ricevute in comodato: si tratta di lavori più recenti, dal 2000, che dialogheranno con nuclei non necessariamente delle nostre collezioni. Stiamo immaginando una mostra che coinvolga le collezioni dei privati della città. L’impegno da qua in avanti è comunque arricchire la nostra raccolta con altre opere, in comodato o donazione, per essere preparati per la nuova sede. L’idea è far vivere il museo come un’agorà, un luogo di ritrovo e di sviluppo del pensiero critico, frequentato al di là della visita alle mostre. Un museo senza muri, sempre più aperto alle questioni anche spinose e complesse del nostro tempo.

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