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Storie di alternanza: “Un giorno da avvocato per aprire gli occhi sul mondo”

Un mestiere mai amato, ma che, grazie all'esperienza di alternanza scuola lavoro, riesce a mostrarsi in tutto il suo fascino...

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Se c’è un mestiere che mai vorrei fare è l’avvocato: passare la vita a occuparsi dei problemi degli altri senza capire perché non riescano a stare in pace col vicino di casa e con sé stessi. Di conseguenza ho scelto di superare i pregiudizi trascorrendo la settimana di alternanza in uno studio legale.

La mia curiosità ha trovato soddisfazione nel collaborare con una donna che ama questo lavoro, perché portandomi a spasso per tribunali, cancellerie, uffici e giudici mi ha spiegato il senso di ogni procedura, con tanto di passione e ironia.

Pensavo di annoiarmi invece da subito mi ha meravigliata persino la burocrazia, un grande sistema (quasi) perfettamente organizzato dello Stato che cerca di garantire ogni cosa al giusto posto per assicurare i diritti a tutti.

Viaggiare per le segreterie mi ha dato la sensazione di esplorare una gigantesca piramide dove alla base i dipendenti raccolgono migliaia di fogli, firme, denunce, verbali e permettono agli avvocati di lavorare. Più si scala la cima più il compito è difficile e impegnativo, e chi sta in alto deve sempre ringraziare chi gli garantisce le fondamenta: da soli non si costruisce niente di così bello.

Non si può ignorare la complicata domanda che sorge spontanea, cosa sta al vertice della struttura? Quale è lo scopo della loro fatica?

La prima volta in tribunale ho letto sul muro “La legge è uguale per tutti”. Ho pensato di avere la risposta davanti agli occhi, ma quando il processo è iniziato mi sono sorte mille domande. Non era solo la legge a dettare le proprie regole, sentivo che ci doveva essere altro.

Il ragazzo interrogato veniva dalla Costa d’Avorio, parlava bene l’italiano, sembrava simpatico e si sapeva difendere bene da solo. Con sguardo fiero e voce ferma diceva di non aver commesso nulla di male. Io gli credevo, ma applicare la norma era compito del giudice: un giovane sicuro, con un bell’orologio al polso che vedevo luccicare dal fondo della stanza. C’erano due uomini in cerca di giustizia, ognuno con le proprie ragioni e io mi sentivo impotente davanti a tale ambizione. Un nodo alla gola mi ricordava che spesso legge e giustizia non vanno d’accordo. Ma mi chiedo, chi dice che sia giusto così? E se lo fosse, perché?

La legge mi pare un audace tentativo di concretizzare sulla Terra l’idea di giustizia che Platone, nel quarto secolo avanti Cristo, aveva collocato in un mondo irraggiungibile e perfetto chiamato Iperuranio. Addirittura un secolo prima Sofocle, nella sua tragedia greca di Antigone, porta in teatro l’innato conflitto umano tra legge naturale e legge di stato. Tutti sentono una voce dentro che dice cosa è bene e tutti sanno che c’è anche una concezione di bene esterna da rispettare. Nonostante otto secoli di distanza Sant’Agostino, un po’ come noi, si chiede se i peccati dipendano dall’uomo, ovvero se sia realmente responsabile delle sue azioni in quanto libero. Il filosofo risponde che non avrebbe senso chiamarli “peccati” se non si potessero evitare, infatti si commettono intenzionalmente. Dice che è dovere dell’uomo agire bene ed è possibile con l’aiuto della grazia divina. Il cristiano comprende anche la possibile indifferenza verso Dio e per evitare ciò che ora chiamiamo “reato” propone la volontà come via di salvezza. Non ci sono scuse quindi, l’uomo da sempre deve pagare per le ingiustizie che compie. Per capire invece quanto ci sia di conscio e inconscio nella volontà esiste apposta la psicologia che ancora indaga. Freud per primo aveva ipotizzato che nella mente nulla avviene per caso, ma ciò che accade è sempre determinato da avvenimenti precedenti. Ardua impresa così tracciare i confini della nostra libertà.

Facendo un salto nel tredicesimo secolo si incontra un nuovo pensatore credente, Tommaso d’Aquino, che mette un ponte tra il pensiero greco pagano e quello Cristiano. Propone la via della giustizia come un esercizio volontario, un habitus morale di una virtù innata posta da Dio, applicabile grazie alle relazioni dell’uomo in quanto animale sociale come definito da Aristotele.

Una simile visione si ha nella modernità con Kant, che mantiene l’universalità della morale privandola della soggettività del credo religioso. La legge morale infatti è ugualmente dentro di noi, riusciamo a esternarla però solo mediante ragione che si esercita in modi diversi facendoci agire secondo giustizia o meno. Ecco un piccolo scopo della filosofia e dei classici: ricordarti di essere umano e non da solo.

Ironicamente Socrate è un filosofo che si è trovato in un tribunale a difendere la propria causa, anche se come avvocato non lo assumerei visto come è finita. Tra i due ruoli preferisco certamente quello di pensatore, ma grazie a questa alternanza ho percepito la nobiltà del tentativo dell’avvocato di avvicinarsi il più possibile alla giustizia con gli strumenti umani legislativi attribuiti al diritto.

Il filosofo si interroga, definisce la questione, la seziona, la ricompone e la dona alla giurisprudenza che risponde in qualche modo. Come nella piramide, non c’è un vincitore o qualcuno di migliore, ci sono solo posti diversi, compiti differenti che partecipano con i mezzi disponibili allo stesso fine: un mondo giusto.

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