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Maria Pia De Vito: il fascino di una cantante (e direttrice) jazz al Lazzaretto foto video

Grinta, rigore ferreo e amore per la bellezza: questa è Maria Pia De Vito, cantante e nuova direttrice artistica del Bergamo Jazz Festival. Il 18 giugno porterà il suo fascino partenopeo sul palco del Lazzaretto insieme a prestigiosi ospiti.

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Grinta, rigore ferreo e amore per la bellezza: questa è Maria Pia De Vito, cantante e nuova direttrice artistica del Bergamo Jazz Festival. Una donna con grande carattere, quella stoffa di cui un festival ha sempre bisogno. La musica racchiude in sé tanti aspetti della vita, uno di questi è il sacrificio. La De Vito conosce bene questa faccia della medaglia dell’essere artisti: cresciuta a Napoli, terreno fertile per l’ispirazione e contagio tra culture, Maria Pia ha dovuto farsi le ossa muovendo da sola i primi passi, in un’epoca in cui non esistevano corsi di jazz e tantomeno dipartimenti di tal genere nei conservatori. “Ho imparato ascoltando e studiando i cd dei grandi maestri” – dice la cantante – poi sono partita per Roma, alla ricerca di altri artisti con cui mettermi alla prova”. Essere donna e cantante non può dirsi una condizione di favore per iniziare una carriera di questo tipo. Di pregiudizi è pieno il mondo, e quello della musica non ne è immune. “Ho dovuto battere il pugno a volte, non è stato semplice. Ma sono andata avanti per la mia strada”.

maria pia de vito foto Gianfranco Rota

Dopo averla conosciuta sul palco del Creberg in occasione del passaggio di testimone dalla direzione di Dave Douglas, rivedremo la De Vito nella sua veste più bella, quella di cantante. Il 18 giugno porterà il suo fascino partenopeo sul palco del Lazzaretto insieme a prestigiosi ospiti.

Lei è il primo direttore artistico donna del Bergamo Jazz, un festival importante per la nostra città. Come ha accolto la proposta di questo incarico?

Ho appreso la notizia con grande sorpresa e felicità: il Bergamo Jazz è un festival storico. Sono la prima direttrice donna di un festival jazz in Italia, non posso che essere onorata.

Lei ha avuto modo di assistere all’ultima edizione del festival. Che tipo di impressione ha avuto?

Ho visto la città piena di gente, tutti in religioso ascolto. È una bella cosa da vedere. Ho anche apprezzato il passaggio di testimone che Dave ha voluto fare sul palco del Creberg. In quel momento ho sentito di essere accolta dal pubblico, con un applauso che ho percepito come un abbraccio da parte delle persone e della città. È stata una grande emozione che ho interpretato come un segnale di affezione al festival. La connessione con i luoghi della città, la multidisciplinarietà degli eventi e il legame con numerose realtà, come il Bergamo Film Meeting, il Cdpm, il Jazz Club Bergamo, il Festival Pianistico… sono tutti elementi che testimoniano una rassegna fortemente legata al territorio. E poi la sezione di “scintille di jazz”, diretta dal mio caro amico Tino Tracanna, è una porta per il futuro delle nuove leve del jazz. Non posso che essere contenta di tutto questo: mi trovo alla guida di una macchina che funziona molto bene.

Mancano ancora molti mesi al prossimo festival, ma lei e tutto il team siete già al lavoro. Cosa ha in mente?

Vorrei illustrare la contemporaneità. Nella mia lunga storia musica ho frequentato sia il jazz mainstream che altre forme di linguaggio, per questo non ho preclusioni di alcun genere su tutte le sfumature del jazz. Ho intenzione di proseguire sulla linea di Dave Douglas, all’insegna della diversità e creatività a cui aggiungerò la “legacy”, l’eredità. Sarà il modo migliore per mantenere un rapporto con la tradizione, un patrimonio che sono le nostre radici. Senza tralasciare una riflessione sull’evoluzione che ha avuto il jazz negli anni. Legacy è quell’eredità che implica il rispetto verso i maestri: proporrò un modo di fare musica che sia onesto e profondo.

Sarà una contemporaneità più legata al panorama italiano o ci sarà anche uno sguardo verso la scena artistica europea e internazionale?

Entrambe le cose, questo è fondamentale.

Parliamo del 18 giugno. Ci racconti di questo concerto tanto atteso…

Il concerto sarà divido in due parti. Nella prima parte, Dialektos, insieme a me ci saranno Huw Warren, pianista, mio collaboratore da anni e Ralph Towner, chitarrista, mio amico a mentore. Insieme proporremo un programma dedicato alle mie origini, alla lingua napoletana, riconosciuta dall’Unesco come tale, ci tengo a sottolinearlo, si tratta di una lingua metamorfica, nata dalla stratificazione di greco, latino, spagnolo arabo. Il napoletano è un grande strumento musicale. La seconda parte sarà dedicata a Joni Mitchell, cantautrice dallo stile rinascimentale, mio amore di lunga data. Poetessa, pittrice e compositrice, ha sempre voluto che i suoi brani fossero dei dipinti sonori. Joni Mitchell è l’artista che maggiormente ha influenzato la mia scelta di cercare la prossimità tra linguaggi diversi.

Nell’ambiente musicale, dalla classica al jazz, c’è sempre stato – e c’è ancora oggi – una tendenza al declassamento del cantante, perché non strumentista. Anche lei è stata vittima di questo pregiudizio?

Si, è verissimo. Nel nostro ambiente esiste questa opinione preconcetta. La mia fortuna è stata che quando decisi di fare jazz, decisi di fare improvvisazione. Fin dall’inizio mi è stato chiaro che se davvero volevo intraprendere questa strada, dovevo conoscere il materiale musicale in profondità. Questo ha fatto la differenza. Fin da subito il mio primo pubblico sono stati i musicisti, dovevo essere all’altezza, volevo essere parte del gioco. Certo, non è stato facile. Ricordo di quando andavo a New York per partecipare alle jam session al Village, mi sono capitati degli episodi spiacevoli. Per poter partecipare alle varie jam, bisognava segnare il proprio nome su una lista. Quando capivano che ero una cantante – per giunta italiana – spesse volte saltavano il mio nome e passavano all’artista successivo. Oppure venivo trattata con sufficienza: “Ah, sei cantante. Bene, che Ballad vuoi fare?”, come se una cantante fosse capace di fare solo questo genere di repertorio. Ora le cose stanno cambiando: ci sono sempre più cantanti compositrice, cantautrici e pianiste. Il sub razzismo che ci ha sempre ferite va combattuto con la musica stessa. Bisogna combattere per conquistare il proprio spazio.

Lei è stata tra le protagoniste di “Femminile musicale”, servizio speciale del TG 1 a cura di Cinzia Fiorito in cui emerge la difficile realtà della musica italiana al femminile. Lei ha raccontato di aver dovuto “sbattere il pugno” parecchie volte per imporsi…

Non mi sono mai pentita di quei pugni dati al tavolo. Mai. Certe volte bisogna essere più che attivi nel difendersi. Non bisogna piegarsi mai a situazioni non corrette, determinate da una cultura arretrata. Ci si chiede perché non ci sono tante musiciste. È un fattore culturale. In questo paese non c’è una rete di supporto per le artiste, una situazione che permetta alle donne di avere la stessa libertà degli uomini nell’intraprendere una carriera.

maria pia de vito foto Gianfranco Rota

Lei porta con orgoglio i segni delle sue origini. Anche il nostro Gaetano Donizetti ha avuto un periodo napoletano che lo ha influenzato radicalmente…

C’è qualcosa di speciale nel melos napoletano, ammettiamolo. Tutto questo si spiega con l’affetto che Napoli è sempre stata una grande porta, oltre che un porto. È stata da sempre un luogo di accoglienza culturale. Il primo grande teatro d’opera è stato il San Carlo, i grandi compositori non potevano che accogliere il rechiamo della sirena partenopea. Il grande Donizetti è stato sicuramente importante per Napoli, sarebbe bello in futuro pensare a un omaggio.

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