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Piccolo, grande Masnada: “Dopo la vittoria al Giro, sogno quella al Tour de France” video

Il 25enne di Laxolo si racconta dopo lo straordinario Giro d'Italia, concluso al 20esimo posto della generale e con i riconoscimenti del corridore più combattivo, del migliore ai traguardi volanti e con la vittoria di tappa

Tenacia, grande spirito di sacrificio, ma soprattutto molto coraggio: sono queste le caratteristiche di Fausto Masnada, il giovane ciclista bergamasco che nel corso dell’ultimo Giro d’Italia ha entusiasmato il pubblico con i suoi lunghi tentativi di fuga.

masnada

Venticinque anni, professionista dal 2017, durante la Corsa Rosa il portacolori dell’Androni Giocattoli Sidermec si è rivelato una delle migliori realtà del movimento azzurro grazie al successo di tappa ottenuto a San Giovanni Rotondo, alla vittoria nella classifica dei traguardi volanti e al premio della combattività; una serie di riconoscimenti che hanno permesso allo scalatore di Laxolo di impreziosire una carriera già piena di soddisfazioni, ma che, a causa di un problema fisico, alcuni anni fa ha rischiato di interrompersi.

Fausto Masnada, com’è stato il suo Giro d’Italia?

È stato un Giro oltre le aspettative. Quest’anno con il mio preparatore abbiamo deciso di partire un po’ più tranquilli e di puntare tutto sul periodo fra aprile e maggio. Ho infatti svolto un blocco di lavoro in altura, ho preparato il Tour of the Alps che è andato alla grande e sono andato al Giro sapendo di star bene, ma al tempo stesso che sarebbe stato difficile far risultato perché il livello è molto alto. L’obiettivo principale era conquistare una tappa che è arrivata già nella prima settimana, per cui da lì in poi è stato tutto un Giro faticoso, ma mentalmente in discesa. Correvo all’attacco, senza pensare troppo che durante una tappa sarei potuto saltare, così ho ottenuto ottimi piazzamenti sia nella Lovere-Ponte di Legno che il giorno successivo. Ho dimostrato di esser costante in tutte e tre le settimane e per questo sono pienamente soddisfatto.

Aveva già messo nel mirino alla vigilia qualche frazione in particolare?

Ero andato a provare la Lovere-Ponte di Legno perché era l’unica tappa che transitava per la nostra provincia e perciò ci tenevo parecchio a far bene. Oltre a questa le altre tappe su cui mi ero concentrato erano più o meno quelle che andavano dalla quindicesima alla ventesima, per cui non mi sarei aspettato di vincere la frazione di San Giovanni Rotondo anche perché erano strade che non conoscevo, ci trovavamo a inizio Giro e di solito in quella fase la corsa resta chiusa visto che i velocisti vogliono arrivare. Ma giorno in gruppo si vociferava che Roglic volesse cedere la maglia per non spendere troppe energie, così ha preso largo una fuga e sono riuscito vincere.

A proposito della tappa di San Giovanni Rotondo, ci racconta come è andata quella giornata?

La giornata non è iniziata bene perché quando pensavamo di aver centrato la fuga il gruppo si è messo a tirare e ci ha ripresi. Poi c’è stata una caduta che ha coinvolto anche la maglia rosa e il ritmo si è abbassato. Ho visto tanta stanchezza e ho deciso di riprovare con altri 14 corridori: siamo andati d’accordo sino all’unica salita di giornata, a 30 chilometri dal traguardo, che ha caratteristiche simili al Selvino che conosco molto bene. In volata mi avrebbero battuto, così ho attaccato: ha resistito solo Conti e malgrado la scarsa collaborazione siamo arrivati al traguardo, io a vincere e lui a prendersi la maglia rosa.

Quali sono le sensazioni che ha provato tagliando il traguardo in prima posizione?

Ho urlato ma non mi sono reso conto subito di cosa avevo fatto. Me ne sono accorto quando sono salito sul palco, con televisioni da tutto il mondo che mi volevano intervistare. Lì ho capito che il Giro è diverso da tutte le altre gare che si corrono durante l’anno.

Come ha festeggiato?

Al Giro si fa un po’ tutto a tutta, non c’è quasi tempo per festeggiare: giusto un paio di brindisi coi compagni in hotel.

Oltre al successo di tappa, al Giro d’Italia lei ha vinto alcuni riconoscimenti come il premio per il più combattivo, la classifica dei traguardi volanti e la Cima Coppi. Questi obiettivi erano già stati prefissati oppure sono arrivati dopo aver conquistato la tappa?

Dopo aver conquistato la tappa la squadra voleva vincere una di queste classifiche che si costruiscono facendo punti di giornata in giornata. Ci teneva molto perché a livello d’immagine andare sul podio a Verona era molto importante, così, essendo il più avanti in classifica, dalla quindicesima tappa in poi mi hanno chiesto di curarla. Non era un obiettivo primario, ma era pur sempre un premio sia per me che per la squadra.

Torniamo agli albori: come è nata la passione per la bicicletta?

A trasmettermi la passione è stato all’età di sei anni un mio coetaneo che aveva iniziato tre mesi prima di me a pedalare e che mi ha convinto a provare. Abbiamo così iniziato a fare gare insieme ma visto che lo battevo sempre lui si è dato al calcio e io sono arrivato sino al professionismo.

Quanto è servito il sostegno della famiglia?

Nella fase giovanile conta moltissimo la famiglia perché, per quanto la squadra ti possa sostenere, i genitori che ti portano alle gare ogni domenica o alla pista ad allenarti sono fondamentali.

Da bambino c’era un corridore che apprezzava particolarmente?

Da piccolo seguivo i vari bergamaschi come Paolo Savoldelli, Ivan Gotti, Eddy Mazzoleni che talvolta mi capitava anche di incrociare per strada. Non avevo un singolo campione da ammirare, però i bergamaschi mi sono sempre piaciuti.

Prima di passare professionista lei ha militato per quattro anni nella categoria Under 23-Elitè a causa anche di una mononucleosi che le ha creato diverse difficoltà. Non ha mai pensato in quel periodo di lasciare il ciclismo agonistico?

Il passaggio dagli juniores agli Under 23 è stato ottimo, durante il primo anno nel mondo del dilettantismo mi sono ben comportato nelle corse a tappe, ricevendo anche alcune proposte da squadre professionistiche. Essendo molto giovane non volevano farmi passare e alla fine dello stesso anno sono stato colpito dalla mononucleosi che mi ha smontato fisicamente, ma anche mentalmente. Ho passato sei mesi senza bicicletta e mi sono un po’ perso, per cui mi è servito del tempo prima di ritrovare la forma ottimale. Probabilmente ho gettato via due anni, però mi sono serviti d’esperienza.

Quando ha capito di avere le caratteristiche giuste per diventare un ciclista professionista?

Al secondo anno da juniores. Ho vinto diverse corse e il primo anno da dilettante è andato bene: a parte quei due anni di buio ho sempre avuto la voglia e la grinta per raggiungere l’obiettivo. Per arrivare servono lavoro e determinazione: al di là delle qualità conta molto la testa.

Quanto è stato importante per la sua carriera approdare all’Androni Giocattoli Sidermec, una formazione che lascia molto spazio ai propri atleti di mettersi in luce?

È stata la mia fortuna, anche perché il primo anno ho avuto alcune difficoltà. Ho iniziato piano piano ad ingranare, ho ottenuto un terzo posto a fine stagione al Giro di Turchia e ho compreso che con loro avrei potuto fare buoni risultati. Con buona probabilità ciò che sono riuscito a raggiungere è anche merito della loro impostazione di corsa che non ci costringe a seguire un uomo di riferimento, che ci permette di giocare le nostre carte.

In una recente intervista il suo direttore sportivo Gianni Savio ha affermato che in corsa è spesso costretto a frenarla per via della sua eccessiva “foga agonistica”. Quanto c’è di vero?

È così perché, soprattutto all’inizio, correvo ancora come nei dilettanti, sempre a tutta senza pensare a dosare le forze. Fra i professionisti le cose cambiano, c’è molto più tatticismo, in ogni corsa si sa che in quel determinato punto la gara potrebbe esplodere, che su quel tratto lungo una salita si può fare la differenza e via dicendo. All’inizio avevo quel modo di correre che mi faceva spendere molte energie e in gruppo non ero molto bravo a “limare”, cioè a rimanere sulla ruota per poter risparmiare il più possibile, ma grazie ai miei compagni più esperti come Gavazzi o Frapporti ora sto attento anche a questi dettagli.

Quando torni a Bergamo c’è un percorso sul quale ti piace allenarti?

Di solito quando voglio provare a capire come sta la gamba provo la salita di Sant’Antonio Abbandonato, dove ho tutti i miei riferimenti. D’estate mi piace allenarmi qui, tra la Val Brembana e la Val Seriana.

Qual è il consiglio che vorrebbe dare ai giovani che si avvicinano a questo sport?

Fino alla categoria allievi correre deve esser un divertimento, bisogna farlo senza stress. A partire dagli juniores si inizia ad affrontare il vero ciclismo, con l’introduzione delle prime tabelle di allenamento, con una maggior cura alla preparazione e all’alimentazione. E poi fino ai primi due anni da dilettante bisogna dare il massimo per capire se veramente si può fare il professionista.

Guardando più avanti, qual è il ruolo in cui si immagina in futuro all’interno di una squadra?

Sicuramente voglio continuare a lavorare sulle corse a tappe che, a mio parere, sono le più adatte alle mie caratteristiche. Fare classifica nelle competizioni di tre settimane è difficile perché sono in pochi a riuscirci, pensare di ottenere una top 10 o una top 5 ora come ora non ci riuscirei. Non posso escludere che in futuro possa farlo o che possa mettermi a disposizione di un capitano e al tempo stesso coltivare le mie possibilità di vincere una tappa.

Il prossimo anno correrà con la maglia della CCC-Development Team. Quali sono le corse che le piacerebbe correre?

Sicuramente il Tour de France perché tutti dicono che è qualcosa di unico. Poi le Classiche come la Liegi-Bastogne-Liegi.

E un pensierino alla Nazionale?

Il prossimo anno, oltre al Mondiale, ci saranno le Olimpiadi per cui, se ben figurerò alla Vuelta, potrei avere delle chance. Anche soltanto come riserva, per me resterebbe comunque una grande soddisfazione. La maglia azzurra sarebbe sicuramente un tassello da aggiungere alla mia carriera e un riconoscimento per la squadra.

In conclusione quali saranno i prossimi obiettivi?

Nel prossimo mese avrò una serie di corse abbastanza importanti che mi accompagneranno al Campionato Italiano, dove proverò a far bene visto il percorso selettivo di quest’anno. Cercherò di preparare al meglio il finale di stagione e il Giro di Lombardia che quest’anno arriverà a Bergamo. Vincere sarà molto difficile, però ottenere un piazzamento fra i primi cinque o primi dieci sarebbe già molto soddisfacente.

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