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Via Comin Ventura: dov’è? E soprattutto, a chi è dedicata?

Nome bizzarro, per un personaggio ormai pressochè dimenticato, ma che, tra XVI e XVII secolo godette di ampia notorietà

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Un po’ in periferia, tra la scarpata ferroviaria della linea per Lecco e la trafficatissima via Carducci, c’è una vietta che forma una sorta di minuscola circonvallazione di via Cerasoli: una strada piccola e pressoché invisibile ai frettolosi automobilisti che s’incanalano verso il trabocchetto del passaggio a livello di via Moroni o verso la Briantea. È via Comin Ventura: nome bizzarro, per un personaggio ormai pressochè dimenticato, ma che, tra XVI e XVII secolo godette di ampia notorietà, per la sua erudizione e per la sua abilità di tipografo.

Va premesso che un tipografo, alla fine del Cinquecento, era qualcosa di più di uno stampatore: le cinquecentine erano, spesso autentici capolavori, per la cura formale e per la cultura di chi le stampava. Nomi che sono entrati nella storia sono quelli di Manuzio e Giunti, ma anche il nostro Ventura (che, per verità, si chiamava Venturetti) si difendeva, tanto che, allora, la sua fama valicava gli angusti confini orobici.

In realtà (ma non ditelo in giro), il giovane Comino si trasferì a Bergamo dalla natia Val Sabbia: era dunque bresciano, ma divenne bergamasco d’adozione. Iniziò a lavorare sotto il compaesano
Vincenzo da Sabbio, che aveva stamperia propria presso il mercato delle scarpe, in Città Alta, in una casa dei Benaglio. Nel 1578, egli subentrò al suo mentore, iniziando a stampare a proprio nome un gran numero di opere e diventando, in pratica, il tipografo ufficiale della magnifica comunità bergamasca, che gli concesse, per i suoi meriti, monopolio professionale e cittadinanza onoraria: fu l’inizio di un’intrapresa di successo, diremmo oggi, tanto che, alla sua morte, avvenuta nel 1617, Comino lasciò l’avviata stamperia al figlio Valerio, che la trasmise al fratello e al genero.

Possiamo, quindi, parlare di una vera propria dinastia Venturetti, dedita ad illustrare la città con opere di stampa di gran pregio: un po’ come i Baschenis col pennello, tanto per capirci. Nei suoi
trentotto anni di attività, Comin Ventura stampò ben trecento volumi: degni di nota sono la “Pharmacopea Collegi Medicorum Bergami“, “Lo specchio della guerra del vescovo Panigarolo“, “La caccia” di Erasmo da Valsaviore e una grammatica che, probabilmente, fu la prima composta a caratteri mobili, “Il sole della lingua santa“. Di un notevole interesse cronachistico, per Bergamo, è la specie di giornale, pubblicato nel 1591, dedicato all’incendio della Fiera avvenuto il 24 agosto.

A partire dall’inizio degli anni Novanta, infine, Ventura si dedicò alla produzione di apprezzatissime piccole edizioni in tonda corsiva: volumetti di 6×8 centimetri, molto pratici ed eleganti.

Insomma, la strada periferica dedicata a Comin Ventura ci permette, in definitiva, di riscoprire un altro personaggio della nostra storia che, forse, meriterebbe qualche attenzione in più, e non solo dall’odonomastica. Alla prossima.

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