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Quando l’amore supera le distanze: in Ucraina con Benedetta e Dimitri

Continuiamo a viaggiare e raccontare l'amore tra le coppie miste italiane con il terzo capitolo tratto dalla tesi di Martina, studentessa Unibg

Continuiamo a viaggiare e raccontare l’amore tra le coppie miste italiane con il terzo capitolo tratto dalla tesi di Martina, studentessa Unibg, per conoscere un sentimento che va oltre le differenze e che ci porterà a fare il giro del mondo, grazie alle interviste realizzate.

Dopo essere stati in Giappone, con la storia di Francesca e Ayumu, in Sri Lanka, Paese di origine di Roshan, marito di Lisa, ora sbarchiamo in Ucraina da Benedetta e Dimitri.

Benedetta ha 22 anni, è giovane, ma ha le idee chiare: la sua intervista è un susseguirsi di riflessioni profonde, scaturite dalla relazione con Dimitri; gli anni trascorsi insieme le hanno fatto capire che il nostro modo di vivere non è l’unico possibile, perché al di fuori dei confini, a volte un po’ ristretti, che disegniamo attorno a noi, c’è un mondo da cui si può imparare tanto. L’Ucraina non è molto distante, eppure Dimitri è diverso: non è romantico, ha poco senso dell’ironia, mangia la pasta con il contorno; ma sa anche superare le difficoltà rimanendo positivo, apprezza le piccole cose che noi diamo per scontate e costruisce da propria felicità a partire da sé stesso, perché in passato ha dovuto lasciare tutto e ricominciare da capo. “Tutte le albe della mia vita le ho viste con lui”, mi ha detto Benedetta; quelle notti in cui non si poteva fare altro che parlare, scoprirsi a vicenda, sono state l’inizio della loro storia, che li ha fatti diventare una versione migliore di loro stessi.

Come hai conosciuto il tuo compagno?

Io e Dimitri ci siamo conosciuti in un ristorante dove faceva il cameriere, io ero un cliente abituale, perché era molto vicino a casa dei miei genitori all’epoca e da lì è nata la cosa, mi ha contattato lui. Io tra l’altro all’epoca ero fidanzata da tre anni con un ragazzo italiano poi ho conosciuto lui e… Ho perso la testa e ho cambiato completamente direzione

E cos’è che ti ha fatto “cambiare completamente direzione”, come dici tu?
Sicuramente un punto di vista completamente diverso, le caratteristiche che lui ha e che lo rendono completamente differente da un italiano. È l’approccio alla vita, è una persona che ha superato molte difficoltà senza mai abbattersi e senza essere influenzato negativamente ecco, forse è questo che mi ha colpito di più, sentendogli raccontare le sue esperienze personali, le condizioni che ha dovuto superare… Questo mi ha molto impressionato, anche perché io credo che il problema della nostra società occidentale sia quello di lasciarsi demolire da ogni piccola difficoltà, noi siamo la società e la generazione degli attacchi d’ansia, degli attacchi di panico, dell’angoscia… Nel senso che magari abbiamo l’attacco di panico per un esame all’università o per il primo colloquio di lavoro e parlando con persone che hanno superato ben altre difficoltà, lì ti rendi conto che forse ci sono situazioni ben più difficili da fronteggiare, e lo si può fare rimanendo persone positive: a me quello che ha colpito di lui è la capacità di essere una persona generosa, aperta nei confronti degli altri, malgrado tutto. Nella nostra società invece alla prima difficoltà ci si chiude come ricci e si giustificano tutti gli approcci negativi. Questo è quello che ho potuto vedere nella mia esperienza, anche perché poi conoscendo lui mi sono avvicinata alla sua cultura, ma in generale anche mentre insegnavo italiano agli stranieri ho conosciuto molte persone un sorriso dall’orecchio all’altro che ti raccontavano che erano arrivate dopo due giorni di gommone in mezzo al Mediterraneo… E magari io mi lamento perché l’autobus è arrivato due minuti in ritardo stamattina.

E da parte sua invece?
Quello che lui mi dice è che da quando mi ha vista ha pensato che dovevamo stare insieme; io credo che noi come mentalità ci collochiamo a metà tra i due universi, nel senso che l’Ucraina è parte di fatto del continente europeo e tendiamo a vederlo come occidente, però una frase di una sua amica mi ha molto colpito perché una volta ha detto “voi occidentali” e io “no, ma come voi occidentali” cioè per me l’occidente parte dalla Cina, a partire dalla Russia inizia l’occidente. “No, noi non siamo occidentali, voi siete occidentali”. E così ho proprio rivisto il mio concetto di occidente, cioè l’occidente non è geografico ma è culturale. L’occidente è l’Europa a partire dalla Germania, l’occidente è… Il nord America, il Canada, l’occidente è il Giappone… L’oriente è l’Ucraina, questo mi ha proprio impressionato.
Quindi secondo me noi ci collochiamo a metà, nel senso che io dell’occidente amo molto la libertà di pensiero, l’autonomia, però detesto quello che ti ho appena detto, questa cultura del consumismo, dell’attacco di panico, dell’ansia, dell’individualismo, dell’egocentrismo. Lui si colloca a metà perché quello che gli mancava era la libertà, anche di espressione, è nato a maggio dell’89 il che vuol dire che non era ancora crollata l’Unione Sovietica, non era ancora crollato il muro di Berlino. Lui mi dice sempre “l’educazione dei miei genitori o dei miei insegnanti è stata quella sovietica, quindi mi mancava la possibilità di esprimermi liberamente”, dunque forse c’è stata da parte di entrambi questo… Riconoscersi e questo trovare nell’altro quello che mancava nella propria cultura. Trovarsi un po’ a metà. Ti faccio un altro esempio: sua madre e sua sorella vivono qui e una volta stavamo parlando di 1984, il libro di Orwell e lei mi dice “mah io ho letto le prime pagine, però l’ho trovato così noioso, era la mia vita quotidiana”; ho pensato che a me l’hanno fatto studiare a scuola come la realtà distopica, mentre lei diceva “non sono mai andata oltre il primo capitolo perché mi sembrava una noia, era quello che vivevo tutti i giorni”. Questo mi ha molto impressionato.

E com’è il rapporto con la sua famiglia?
Con sua mamma ho un rapporto molto positivo, c’è stata una grande integrazione delle due famiglie… Io mi rendo conto che ci sono delle differenze nel vedere l’altro, quello che noto è che c’è una tendenza a considerare chi è nato in occidente come molto più fortunato e meno incline a fare fatica; questo è parzialmente vero, perché sicuramente noi occidentali abbiamo la possibilità di accedere ad alcuni servizi che chiaramente nell’Unione Sovietica ci si poteva solo sognare, però forse loro estremizzano, mi sono resa conto che c’è un pregiudizio anche dall’altra parte, chi è nato in occidente non ha fatto fatica, non ha niente perché se lo merita ma perché tanto qui è tutto facile… Questo è quello che mi dà fastidio perché non è detto che chiunque sia nato in Italia abbia una situazione tanto positiva, io vengo da una famiglia che non ha tante problematiche, però c’è anche chi si trova in una situazione molto più difficile, più precaria. Quindi il rapporto in generale è positivo, per esempio sua madre che è felicissima di essere qui in Italia, dice che non sente la mancanza della sua cultura.
Conosco invece altri individui dell’Ucraina e quello che noto è la tendenza a creare una sorta di micro-comunità, di ghettizzazione volontaria, ad esempio io ho un’amica ucraina che dice sempre “no, io con un italiano non starei mai, per me serve un ragazzo slavo, extraeuropeo perché ci sono certi valori che…” È comprensibile, in un certo senso la sua famiglia è particolare perché c’è una grande integrazione.

Invece com’è stato quando tu l’hai presentato ai tuoi genitori?
Dei miei genitori posso dire che l’approccio è sempre stato molto positivo… Probabilmente perché siamo una famiglia molto aperta dal punto di vista culturale, quindi da parte loro non mi sono mai sentita dire niente di particolare, mio padre ad esempio lo adora e dice sempre che “solo con un ragazzo così potevi stare, non avresti mai potuto stare con un italiano” e ha ragione.
I commenti negativi erano arrivati di più con le mie amiche: avevo appena compiuto 18 anni, le mie compagne della quinta superiore del liceo mi dicevano “stai attenta, gli ucraini bevono tanto, ma non è che ti picchia…” Il classico, per carità, io penso sempre che nel pregiudizio ci sia sempre una base di verità, lo dice anche lui che certe cose sono un dato di fatto, per esempio la violenza familiare è molto diffusa, lui dice “anche nei miei amici che da bambini vedevano il papà che picchiava la mamma dicevano “io non lo farò mai” e poi sono ricaduti nella stessa situazione”, si creano dei contesti che rischiano di fomentare un certo tipo di comportamento. Però devo dire che i commenti più diretti erano arrivati dalle amiche, in famiglia non ho avuto grossi ostacoli, anzi, c’è sempre stata una grande apertura.
In realtà mi sono spesso sentita dire cose del genere, tutt’ora la gente fa delle battute, anche i colleghi di lavoro quando sentono che è ucraino fanno delle battute e mi stupisco perché sono cose che la gente dice con grande leggerezza, ma non credo che se le permetterebbero in altri contesti: se qualcuno dicesse “mio marito è protestante” non credo che avresti le stesse uscite, mi stupisce la leggerezza, anche da parte di persone che ti conoscono superficialmente.

Anche il tuo compagno nota la stessa cosa nei suoi confronti?
Una volta è tornato a casa ridendo, però diciamo con una certa amarezza e dice “ah oggi sono passato di fianco a una signora e ha spostato la borsa dall’altro lato”, mentre stai stai camminando serenamente per strada ti capitano queste cose…
Fra l’altro desta un enorme stupore il fatto che io sia italiana, perché ho una carnagione piuttosto chiara, quindi anche quando magari siamo in giro e lui parla russo, poi gli altri tendono a parlare russo anche con me e loro si stupiscono moltissimo, mentre non c’è lo stesso stupore quando si sente che lei è ucraina e lui è italiano; molti amici ucraini che ho mi hanno detto “però che strano un’italiana che lascia un italiano per un ucraino”, si sente di più il contrario, una ragazza ucraina potrebbe avere di più il desiderio di avere un uomo italiano, anche per i documenti… A tal proposito a lui vengono fatte battute del tipo “ah hai trovato un’italiana per i documenti”. C’è questa idea che per mettersi in regola, per avere delle agevolazioni allora vai con un’italiana o con un italiano.

Mi dicevi che tuo papà ti ha detto che lui è perfetto per te, che non avresti potuto stare con nessun altro, in che senso?
Suppongo per questo approccio generale alle cose, per il fatto di essere un grande lavoratore, un uomo che deve avere un ruolo nella famiglia, una forte responsabilità… E per il fatto che è in grado di fare discorsi più adulti, perché purtroppo ormai trovare qualcuno che tra i 25/30 anni faccia dei discorsi come “vorrei comprare una casa, vorrei avere una certa posizione lavorativa, vorrei avere una famiglia…” Diventa sempre più raro, specialmente in un contesto come quello attuale, in cui oggettivamente si è giustificati a rimanere a casa con i genitori fino a 40 anni. Abbiamo un approccio sicuramente molto simile alle cose, forse per ragioni culturali, forse per ragioni personali, nel senso che decidere di andare a vivere da sola a vent’anni e stato più un fatto personale che culturale.

E quindi adesso vivete insieme…
Si viviamo insieme da poco più di un anno, quasi un anno e mezzo. Siamo insieme da tre anni e tre mesi.

E com’è cresciuta la vostra storia nel tempo?
Io credo che da parte sua lui sia cresciuto per il desiderio di legarsi, quando l’ho conosciuto io sono stata la sua prima relazione stabile, lui ha detto che quando ci ha provato voleva qualcosa di serio però tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, all’atto pratico io questa convinzione non l’ho vista… Lui forse ha proprio accettato il fatto di avere un legame forte, di avere bisogno di una persona. Non c’era un’idea di costruzione, sono stata io ad insistere per le presentazioni in famiglia… Poi una volta avvenuta questa cosa ho visto che lui si è inserito molto bene nel contesto, nel ruolo, dalle festività in famiglia piuttosto che nel rapporto con i genitori, la convivenza… Lo vedo adesso molto convinto, quindi questa secondo me è stata la reale crescita del rapporto, l’accettare di fermarsi.
A volte rifletto sul fatto che io lui è una persona che è stata di fatto sradicata dal suo contesto, non è stata una scelta quella di venire qui, ma dettata dalle contingenze, da motivi familiari, motivi economici… Poi poco dopo in Ucraina è scoppiata la guerra e lui fortunatamente era già venuto qui. Quindi dal niente a 21 anni vieni trapiantato in un altro posto, non capisci niente, non parli la lingua, nel tuo Paese avevi delle amicizie, dei contatti, un lavoro e… Poi arrivi qui e devi ripartire da zero, a 21 anni. Quando poi trovi una persona con cui stare, con cui costruire qualcosa, forse diventa davvero casa tua, infatti lui è profonda mente attaccato a tutto quello che [ride] lo circonda, per esempio quando ci siamo trasferiti “ma la casa è in affitto, secondo te la potremmo comprare?” È qualcosa che noto in altre coppie miste che conosco, c’è una coppia di vicini di casa dei miei, lei è sudafricana, un giorno ero andata a casa sua e mi ha fatto vedere un quadro e mi ha detto “questo è quello che si vedeva da casa mia”: lei abitava a Città del Capo, si vedeva l’oceano… Chi è che vorrebbe lasciare casa propria in fondo… Lei diceva “non si poteva vivere dove vivevo io, però è bellissimo”. È quello che ogni tanto sento dire anche a lui, lui mi dice sempre “non tornerei mai in Ucraina, non si può vivere lì, però mi manca, è bellissima, casa mia è bellissima”. Penso che sia un dolore enorme, se penso all’Italia, a tutto quello che amo dell’Italia…. Forse noi tante volte diciamo “gli immigrati vengono da noi perché qui è meglio”: cioè qui è meglio perché riesci a vivere dignitosamente, però chi è che dice che è meglio in senso assoluto? Se io devo pensare all’Italia, penso alla Val d’Orcia, al cibo, alla musica, al calore della gente… E se ti dicessero che da domani qui non hai un futuro, cioè… Come ti sentiresti? Continueresti a pensare che qui è il posto più bello del mondo.

Prima mi hai detto che cosa ti ha colpito di lui all’inizio e se ti dicessi cos’è che ami di lui adesso?
Per certi versi ti direi le stesse cose, ma più di tutti un aspetto che ho scoperto con il tempo, ed è stata una cosa che mi ha anche riferito lui: una volta parlavamo di amici che litigavano e lui dice “ma io e te siamo vecchia scuola, le cose le ripariamo”; questa è una cosa che amo moltissimo di lui, il tentare di riparare: la nostra società occidentale consumista non ha più questa cultura di riparare le cose, adesso si pensa che se qualcosa ti costa fatica, buttalo via e trova qualcosa che ti fa fare meno fatica, sia nell’ambito materiale che nelle relazioni. Io sono rimasta impressionata perché non dico che uno non debba cambiare, che non debba spostarsi da un contesto che lo fa soffrire, però l’idea che alla prima difficoltà tu debba lasciar perdere… È qualcosa che ho realizzato dopo, mentre lui aveva già questa cultura del “portare avanti”.

E quindi mi dicevi che il bello della vostra coppia è il riuscire a riparare…
Sì, il saper superare le difficoltà, le situazioni sgradevoli, ma anche il riuscire capirsi nonostante tutto: le persone devono sempre capirsi, però a volte lo scontro culturale c’è, forse lo sento più io di quanto non lo senta lui, perché lui adesso è 10 anni che vive qui, quindi si è molto integrato culturalmente, in me vede quello che po’ vede in altri italiani.
A volte magari me la prendo moltissimo per certe cose senza capire che non sono parte di lui, del suo modo di essere, della sua cultura… Per esempio, adesso è diventata una presa in giro, ma all’inizio rimanevo molto male per la sua assenza di romanticismo: una volta gli ho detto “ma tu non regali mai i fiori” e la risposta è stata “ieri ti ho comprato lo spray per sgelare il vetro dell’auto”, cioè [ride] sembra una barzelletta, ma lui me l’ha detto seriamente! È uscito un libro di Dostoevskij dove si diceva “i russi sono troppo pratici perché dei romantici possano sopravvivere” ed è vero, lì è la praticità che conta. E magari superficialmente può sembrare una stupidaggine, però nei momenti di difficoltà… Alla fine serve una persona pratica, non serve una persona romantica [ride]. Io me la prendevo perché pensavo fosse un fatto personale, invece davvero a volte è un fattore culturale.
Un altro aspetto è che sono persone che parlano poco, sorridono poco, il fatto di non sorridere è una cosa secondo me molto difficile da capire: loro sorridono se sono felici, non hanno l’idea di sorridere perché vuoi essere conciliante verso l’altra persona. Infatti, i suoi amici dicono “ma lei sorride sempre, è sempre così felice” [ride] ma per me era l’unico modo per far capire agli altri che ero contenta e sorridevo, [divertita] non era gioia la mia, ma visto che non ti so neanche dire “grazie”, sorrido quando mi metti davanti il piatto.

L’INTERVISTA SEGUE NELLA PAGINA SEGUENTE

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