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“Dalla C alla Champions, passando da Stromberg e Pisani: i miei 50 anni da atalantino”

Il nostro Bore, dopo le lacrime di gioia post Atalanta-Sassuolo, traccia un bilancio sulla sua vita da quando nel 1969 ha visto per la prima volta la Dea allo stadio

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Atalanta e Sassuolo sono sul 3-1, sono seduto in Tribuna Est al Mapei. Inizia il quarto dei cinque minuti di recupero e il mio viso comincia a bagnarsi di lacrime. Incrocio lo sguardo di Enrico e Pietro, i miei figli: non c’è bisogno di parlare, capiscono quello che sto provando e mi abbracciano gridando: “Papà, siamo in Champions League”.

Al solo sentire quella frase, tutto si ferma, come in una vecchia pellicola degli anni 30 e, dopo un veloce rewind, parte il film dei miei 50 anni di vita nerazzurra.

Quel 27 aprile 1969 sembra ormai lontanissimo, ma tutto parte davvero quel giorno: il mio amato papà sa che con il pallone ci vado anche a letto e così decide di portarmi per la prima volta allo stadio. Avevo 5 anni, e mai avrei immaginato che sarebbe nato questo amore indissolubile, che il mio cuore da quel giorno sarebbe diventato per sempre nerazzurro. Da quelle immagini annebbiate, vaghe nei ricordi, si parte così per un lungo minuto di storia. Le mie emozioni più forti, le esaltazioni, le delusioni, i pianti, le gioie, le arrabbiature.

Scorrono velocissime le immagini nei miei pensieri e vengono a galla i ricordi più nitidi. Arrivano alla mente così, senza un ordine preciso, in un turbinio indescrivibile di emozioni.

Mi ritrovo così ancora bambino, negli anni nei quali conosco quella persona fantastica che risponde al nome di Giacomo Randazzo, uomo con la U maiuscola. Con suo figlio Ernesto nasce un’amicizia unica, per me è sempre stato come un fratello e così, campionato dopo campionato, viviamo insieme quelle annate nerazzurre. Indelebile la trasferta di Genova per gli spareggi promozione, per me è la prima vera e storica trasferta: ho solo 13 anni e quella promozione mi sembra un sogno.

Con un cambio di immagine mi ritrovo pochi anni dopo, forse la prima vera delusione. Arriva infatti l’amara retrocessione in C e, con essa, le improponibili partite con Sant’Angelo Lodigiano, Fano, Rhodense, Per fortuna il tutto dura poco, anche nella mia mente: si torna velocemente nel calcio che conta.

Altro salto d’immagine e siamo nel 1985, sono via per il servizio militare. Il Verona viene a Bergamo a vincere lo scudetto, ma ecco che l’anno dopo la Dea si vendica: l’Aldone Cantarutti è immenso e segna la sua tripletta agli scaligeri eseguendo il primo strep tease della storia del calcio. Apoteosi.

Dalla gioia del Bentegodi alla “tragedia” dei 14 pali di Magrin che ci mandano in B è un attimo: incredibile, pazzesco, piango quel giorno.

Mi rialzo, così come la Dea che, pur perdendo la finale di Coppa Italia col Napoli, inizia la storica cavalcata in Coppa delle Coppe con Mondonico e Stromberg, notti magiche, da brividi la serata con il Malines al Comunale. Bergamo difende da sola l’Italia in Europa pur essendo in serie B, sembra impossibile.

Un breve stacco e torna il pianto: la serata prima dell’inizio dei mondiali italiani se ne va Cesare Bortolotti. La vicenda mi colpisce profondamente. Da qui al tenero ricordo di Chicco Pisani di 6 anni dopo è un batter d’ali di farfalla, il mio cuore è nuovamente gonfio di dolore. Ad addolcire la tristezza ci pensa quell’anno Pippo Inzaghi che vince la classifica cannonieri: mai nessun nerazzurro ci era riuscito, 24 perle.

Coppa Italia maledetta, l’Atalanta perde un’altra finale: Batistuta e soci sono troppo forti, ma la delusione è tanta. Perdere non piace a nessuno, ma ora scorrono le immagini di un’altra stagione negativa che però si conclude in maniera incredibile. In quale stadio al mondo si retrocede uscendo tra gli applausi? Solo a Bergamo, protagonista Delio Rossi, non riesce a salvare la squadra ma quel giorno sono orgoglioso di essere atalantino, grande dimostrazione di maturità di tutti i tifosi.

Nella mia mente riaffiorano ora vittorie stupende, trasferte memorabili, una su tutte, con i miei ragazzi: il 3-4 di San Siro con l’Inter, la tripletta di Denis e la rimonta nerazzurra. L’euforia è ancora palpabile.

Solo tre anni prima c’era stata una delle immagini che, ancora oggi, mi fa male rammentare. Ma anche questa scorre inesorabile in questo film. Maggio 2010, la Dea si gioca la salvezza affrontando il Bologna ma un’autorete di Peluso la condanna alla serie B. Enrico è un bambino, sugli spalti scoppia a piangere, vorrei tanto farlo anche io. Rabbia, delusione, ma (sbagliando) decido di fare il duro e gli dico che si retrocede da uomini.

Un signore accanto a me dice: “Lo lasci piangere”. Ha ragione lui.

Arrivo a casa e quello che pochi minuti prima faceva il duro, si scioglie. Da solo nella mia camera, emulo Enrico non prima di avere però ricordato a tutti sui social che “Ritorneremo, statene certi”. Fui facile profeta, dalla successiva promozione, sempre e solo serie A e Percassi che, pazientemente anno dopo anno, costruisce l’ascesa.

Ora le immagini sono ancora più nitide, chiare, fors’anche perché recenti.

Arriva Gasperini, carattere forte, chissà cosa farà mai questo signore. Partenza falsa, lo cacceranno, si farà cacciare. Macché, è un genio, fa cose impensabili ed in tre stagioni porta la Dea tra le grandi. Liverpool, Lione, Dortmund: l’Atalanta fa capire a tutti che per andare avanti bisogna fare i conti anche con lei.

Improvvisamente il film si ferma, sento l’arbitro Doveri che emette il triplice fischio, quello che decreta un risultato inimmaginabile: l’Atalanta conquista il terzo posto in campionato e si qualifica alla Champions League. Con Juventus e Napoli inarrivabili, la Dea vince quello che oso definire lo scudetto delle “mortali”, mettendo dietro di se squadroni ben più blasonati. E poi questo sogno Champions che si avvera, per settimane se ne è parlato pensando che, forse, alla fine sarebbe restato tale. E invece Gasperini ed i suoi ragazzi hanno compiuto un’impresa che definire capolavoro sembra quasi riduttivo.

La curva esulta, i tifosi impazziscono di gioia. Siam bergamaschi e non conosciam confine. Da casa il piccolo Tommy mi chiama al telefono: dire che è euforico è un eufemismo, sento in sottofondo la televisione che annuncia che l’Atalanta è in Champions League. Ora anche al Mapei parte la musichetta della Coppa dalle Grandi orecchie.

Cinquant’anni dopo eccomi qui, proiettato insieme a tutta la tifoseria, a tutta la città nell’Europa che conta. Ed è una sensazione dolcissima, unica, incredibile.

Mi ritrovo abbracciato ai miei ragazzi a saltare e cantare come un bambino. Già, proprio quel bambino che in un lontanissimo 1969 iniziò ad amare la Dea e decise di non lasciarla più.

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