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“Il volto austero della pittura”, imperdibile mostra di Mario Sironi al Credito Bergamo

61 opere in mostra, dai lavori giovanili all'ultimo Sironi, quello che nel 1952 declina l’invito alla Biennale di Venezia e che si chiude in una solitudine quasi disperata: “Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere” annota in un appunto “S’è tutto rotto in queste mani, tutto. Non sono rimaste che macerie e paure”.

Ancora una settimana per visitare l’importante mostra su Sironi “Il volto austero della pittura” allestita al palazzo storico del Credito Bergamasco, con 61 opere d’arte pubblica e privata. Si tratta di disegni, dipinti, studi liberi e cartoni preparatori di lavori su committenza, che illustrano la parabola artistica e umana di un pittore di statura europea che forse meglio di ogni altro ha rappresentato la sintesi riuscita tra estetica di regime ed espressività individuale.

Uno stile, quello di Sironi, emblematico di un’epoca (anni Dieci – anni Trenta) che ha raccolto le istanze più eclatanti delle stagioni-simbolo della nostra modernità, da quella futurista e metafisica, a quella novecentista e classica, al muralismo, alla neometafisica. Un linguaggio che è allo stesso tempo arcaico e moderno, mai descrittivo, sempre asciutto e sintetico, e soprattutto aderente a ogni costo ai valori della forma-volume secondo una ripresa della lezione primitivista (Giotto-Masaccio) nel rispetto dell’esperienza delle avanguardie.

Gli stessi valori che Pablo Picasso avrà modo di apprezzare a Parigi all’Esposizione Universale del 1937, quando la sua (poi celeberrima) “Guernica” fu esposta nel padiglione spagnolo mentre in quello italiano campeggiava il mosaico di Sironi “L’Italia corporativa”, un’opera maestosa con tutti i temi cari all’ideologia dell’epoca, la famiglia e i progenitori, il lavoro, l’impero, l’Italia vittoriosa sorretta dagli umili eroi del quotidiano. Picasso ne ammirò lo stile al punto da dire “avete un grande artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.

In realtà Sironi si distingue e si fa conoscere fin da subito sulla scena italiana: tra i fondatori di “Novecento” sostenuto da Margherita Sarfatti, sarà per vent’anni illustratore del “Popolo d’Italia” e del periodico “Gerarchia”. Esemplare della sua fortuna pubblica è la convocazione nel 1933 nel direttorio della quinta “Triennale Internazionale dell’Architettura e delle Arti decorative” di Milano di cui Sironi cura praticamente tutto: dalla scelta degli artisti e del tema (il lavoro), all’allestimento, al logo e al disegno delle medaglie, all’esecuzione dell’affresco “Le opere e i giorni” nella Sala delle Cerimonie della sede dell’esposizione, il Palazzo dell’Arte disegnato da Giovanni Muzio. Di fatto, un progetto d’arte totale di grande prestigio, che non gli risparmierà comunque la polemica con il gerarca Farinacci, ferocemente critico nei confronti del suo stile da lui definito “anti-italiano” e “giudaico”.

Fedele fino in fondo alle sue idee e alla propria concezione dell’arte, Sironi ha pagato da subito nell’immediato dopoguerra la sua coerenza politica attraverso il tentativo di oscuramento della sua opera, il declino in termini di fama e conseguenti significative difficoltà economiche.

Di questa parabola artistica e umana danno conto al Palazzo del Creberg 15 opere prestate dalla collezione del Banco BPM e altri 46 prestiti di privati, a confezionare un evento imperdibile per la varietà e il tenore d’interesse storico e qualitativo dei pezzi esposti.

Si parte con la fase giovanile e con prove grafiche in cui già emerge la buona mano di Sironi, il senso forte del chiaroscuro, la modernità dei tagli fotografici, la profondità dei neri che resterà poi una sua costante; una composizione futurista che ci rimanda al fascino della modernità/velocità e alla frequentazione di Balla, Boccioni, Marinetti; qualche foglio che si rifà al De Chirico delle piazze vuote, dei manichini, della sospensione spazio-temporale della metafisica. Si prosegue con tecniche miste, chine, tempere, oli che impaginano tavole d’illustrazione per le riviste, bozzetti preparatori per copertine, progetti e studi per affreschi, composizioni con o senza figure. La parte grafica della mostra è bellissima, perché al di là delle prove più acclarate della sua arte su tela, si svela la mano agile e moderna del disegnatore, venata a volte d’ironia graffiante.

Tra i bozzetti più interessanti il primo progetto per l’affresco dell’aula magna dell’Università degli Studi di Roma “L’Italia tra le arti e i mestieri”, che presenta una sorta di penisola cartografica che scende in diagonale dalle Alpi tra i simboli fascisti dell’aquila e della vittoria alata: un progetto piuttosto diverso dalla realizzazione finale, tuttora visibile nell’aula magna della “Sapienza”, che presenta invece in modo frontale l’Italia incoronata e turrita.

Le tempere, oli e tecniche miste su tela (o carta riportata su tela) della collezione Banco BPM (dal formato maxi di 2 metri x 2 al medio formato) offrono un ventaglio di figure, composizioni, paesaggi, realizzati tra il 1932 al 1952. I pezzi rappresentano sia la fase più monumentale ed eloquente della sua arte, sia il momento più amaro e sofferto degli anni Cinquanta – dopo la separazione dalla moglie, la morte della figlia Rossana suicida nel ‘48, l’isolamento dalla scena dell’arte: con la caduta delle commissioni pubbliche Sironi ritorna allora al cavalletto, dove non fa altro che compattare in piccolo le forme che aveva sviluppato in grande, restituendo all’osservatore alberi, oggetti e figure ancora possenti e solide, nelle tonalità terrose da sempre predilette. Senza più, però, quella postura ideale di fiducia e costrutto degli anni in cui aveva creduto nell’arte come forma di educazione, come evocazione dell’epopea sociale di un popolo.

È, questo ultimo, il Sironi che nel 1952 declina l’invito alla Biennale di Venezia e che si chiude in una solitudine quasi disperata: “Ogni giorno è lo sforzo immane di vivere” annota in un appunto “S’è tutto rotto in queste mani, tutto. Non sono rimaste che macerie e paure”. Della sua arte così efficace e inconfondibile, capace di tenersi in bilico tra antico e futuro, non è rimasto che un ripiegamento, più corrosivo e vibrante che remissivo e dimesso, sui temi di un quotidiano in crisi, ormai lontano da ogni possibile retorica di “un’arte sociale” quale lui stesso l’aveva concepita nel “Manifesto della pittura murale” sottoscritto insieme con Campigli, Carrà e Funi nel lontano 1933.

La mostra è aperta fino al 31 maggio nei giorni feriali (8.20-13.20 e 14.50-19), il sabato (14.30-19) e la domenica (9.30-19)

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