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“Il 26 voterò per la prima volta: non vedo l’ora (e non sono matto)”

"Per me domenica sarà la prima volta, la prima di un lunga serie di preferenze che sarò chiamato ad esprimere negli anni"

Il 26 maggio del 2019 sarò chiamato a compiere uno dei mie inderogabili doveri da cittadino per la prima volta, ossia andare a votare per le europee e per le comunali. Essendo infatti nato nel luglio del 2000 durante le ultime elezioni politiche marzoline non ho potuto far altro che osservare amici e conoscenti, miei coetanei ma nati con pochi mesi d’anticipo, andare ad esprimere la loro preferenza nelle sedi adibite, creando nel sottoscritto tanta invidia quanta frustrazione.

Forse sembrerà esagerato ai più, votare infatti, tutto sommato, non è altro che mettere una grossa “X” su di un nome stampato e niente più, esprimendo una preferenza che andrà nel mucchio con altre decine di milioni, che poi magari neanche verrà rispettato visto che in ogni caso il destino di un Paese è controllato dai famigerati “poteri forti” dei massoni e delle banche.

Ma è davvero così? Davvero non conviene andare a votare? Veramente la mia “X” vale come la proverbiale goccia nel mare, tanto piccola quanto insignificante?

No.

Assolutamente no, ed è bene sottolineare come questa sia una negazione manichea che non ammette smentite di sorta. Il voto, ossia “quell’espressione della volontà dei cittadini oppure dei componenti di un gruppo o di un organo collegiale nelle elezioni o nelle deliberazioni” così come la definisce il dizionario, è l’unica arma a disposizione dell’individuo per palesare la propria preferenza politica, dimostrando quindi che i cittadini ci sono e sono ancora in grado di esprimere la loro scelta: sia essa di destra, di sinistra, di centro o di altro genere.

Mostrando infatti la propria opinione, rigorosamente nel segreto dell’urna, si dà voce alla anima di ognuno di noi ed al sistema di valori in cui si crede, rendendosi attivamente e concretamente partecipi del proprio destino, non limitandosi ad essere delle semplici ed ignave banderuole che vanno dove tira il vento o che, ancora peggio, nemmeno si esprimono per mancanza di voglia o di stimoli, “che tanto non cambia niente e la democrazia non serve”.

Il voto, che ci piaccia o no, è lo strumento privilegiato per l’espressione democratica della nostra opinione in merito a temi come le trivelle nel Mediterraneo, l’aborto, il divorzio, il Parlamento, la Repubblica o la Monarchia e molto altro ancora che, seppur non palesemente, determineranno in modo concreto e reale molti degli ambiti di cui tutti facciamo esperienza ogni giorno partendo banalmente da quello del costo del caffè arrivando fino all’IMU da pagare ad inizio giugno.

Per me domenica sarà la prima volta, la prima di un lunga serie di preferenze che sarò chiamato ad esprimere negli anni per scegliere in modo attivo quello che sarà il mio governo e, indirettamente, la mia vita da cittadino, e spero che sia così anche per i miei figli e per i figli dei miei figli; perché non va dimenticato che, se non dovesse più essere così, ci sarebbe ben poco da festeggiare.

“La tirannia di un principe in un’oligarchia non è pericolosa per il bene pubblico quanto l’apatia del cittadino in una democrazia”

C. L. Montesquieu

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