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Festival Orlando - ass. Immaginare Orlando

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Festival Orlando, dove “comprendere il reale significa essere liberi” fotogallery

Dieci giorni, dal 3 al 12 maggio, tra spettacoli, proiezioni, incontri e workshop, nei quali il pubblico ha risposto in maniera calorosa e sensibile ad un evento culturale che è riuscito nell’intento di coltivare uno spirito critico, superando le barriere delle convenzioni.

“Ma l’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai. Si prende tutto, anche il caffè, mi rende schiavo delle mie passioni e non si arrende mai e non sa attendere e l’ animale che mi porto dentro vuole te”.

Franco Battiato risuona attraverso la voce dei protagonisti di “L’animale”, film di Katharina Mückstein, presentato durante l’ultima edizione di Orlando, organizzata a Bergamo da Associazione Immaginare Orlando e Laboratorio 80 dal 3 al 12 maggio scorso.

Passioni, scoperta di sé, un riconoscimento individuale che, nel suo svolgersi, porta con sé anche un’azione critica, che permette di navigare e di riconoscersi all’interno della complessità. Caratteristiche che si sposano con un’edizione di Orlando che dalla riscoperta dell’identità, passando attraverso l’intreccio di relazioni vere e autentiche, ha portato nel suo programma una molteplicità di visioni, per superare le barriere delle convenzioni ed arrivare ad una riscoperta del reale, all’insegna della libertà.

Visioni molteplici e scoperta di sé, di una percezione complessa del proprio corpo, come in MDLSX con Silvia Calderoni, che ha emozionato il pubblico dell’Auditorium di Piazza della Libertà durante la serata inaugurale. Un corpo che è percezione interna ed affermazione esterna, un corpo che prende il proprio spazio, lo occupa, affermando la propria presenza nel mondo. Un lavoro sul corpo come quello portato da Chiara Bersani, attraverso il laboratorio Free Unicorns in Bergamo e la performance “Seeking Unicorns” alla GAMeC, dove la performer piacentina, affetta da una forma di osteogenesi, attraverso l’interazione con il pubblico è divenuta strumento di riflessione sul corpo dell’attore come nuova presa di coscienza di sé, attraverso l’abbandono delle sovrastrutture sociali. Le stesse che vengono analizzate nel documentario “Normal” di Adele Tulli, con un finale che è ribaltamento degli schemi sovraimposti, soprattutto riguardanti il genere, interrogati anche attraverso la fresca genuinità del film di Floriana Devigne “Ni d’Ève, ni d’Adam. Une histoire intersexe” sull’intersessualità. Ricerca all’interno di se stessi, per una piena accettazione della sessualità, andando oltre le classiche convenzioni sociali di genere come quelle, per certi versi opposte ma intercambiabili del brutale “Posledice (Consequences)” di Darko Štante e del già citato “L’animale” di Katharina Mückstein, che hanno interrogato gli spettatori su temi come educazione, affettività, violenza, emozioni adolescenziali, tramite di una riflessione sul significato ultimo dell’ “essere se stessi” prima ancora che di un confronto di e sui generi. Momenti pregnanti di riflessione, su di sé ma anche sul mezzo utilizzato, sulla forza espressiva del cinema, come nel film in anteprima “Merci mais non merci” di Alessandra Beltrame, fino al binomio definitivo amore e morte di “Plaire, aimer et courir vite” di Christophe Honoré. Riscoperta dell’identità e nuova percezione del corpo all’interno dello spazio sociale, come rappresentato dalle performances di S Dance Company, Siro Guglielmi e CollettivO CineticO.

Attraverso cinema, danza, teatro e momenti d’incontro, Orlando ha portato, in questa edizione, ad una riscoperta del termine “libertà”, che significa prima di tutto comprensione e consapevolezza, del sé e dell’io autentico di chi incontriamo sul nostro cammino. Perché è nella conoscenza dell’altro, nel rispetto di sé e degli altri che risiede il vero significato del termine “libertà”, raffigurato in modo sintomatico nella pellicola “Tucked” di Jamie Patterson, la più apprezzata dal numeroso e attento pubblico del festival e dalla giuria giovani, che l’ha decretato film vincitore di questa sesta edizione di Orlando. Si legge nella motivazione: “A volte essere coraggiosi non significa compiere grandi gesti, ma vivere la propria vita semplicemente per chi si è in ogni propria sfaccettatura, liberi a tal punto da potersi concentrare su ciò che davvero conta”.

Libertà di comprendersi e di essere se stessi, come nell’improbabile (?) rapporto di amicizia tra la drag queen ottantenne Jackie Collins e la giovane collega Faith. “Faith”, “fede”, “perché ognuno ha bisogno di avere fede nella propria vita”.

Una fede laica nella vita, che, comprendendola ed amandola, aiuta ad andare oltre le convenzioni, osservando l’altro e rispettandolo semplicemente in quanto essere umano, con la sua forza e le sue fragilità. Un essere umano che è prima di tutto vita, pulsione di libertà, con “un animale che mi porto dentro, che si prende tutto, che non si arrende mai e che non sa attendere”, bramoso di libertà per potersi concentrare su ciò che è veramente importante.

Questa sesta edizione di Orlando è stata, riprendendo le parole del direttore artistico Mauro Danesi, “un forte richiamo lanciato nell’aria, verso tutti e tutte coloro che desiderino maggiori spazi di libertà e rappresentazione”. Un richiamo percepito con entusiasmo dai 6mila spettatori, che con la loro presenza e partecipazione hanno certificato come “la cultura abbia una responsabilità nell’aprire riflessioni senza imporre risposte preconfezionate e coltivare spirito critico che possa essere bussola personale per ciascuno e ciascuna di noi”.

Una missione che sta già guidando gli organizzatori verso la prossima edizione, avendo bene in mente “l’impegno continuo nel costruire bellezza”.

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