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Il mondo attraverso occhi di donna: “Fiore del deserto” di Dirie

Dieci libri. Dieci storie per raccontare storie vere di donne nel mondo per cambiare il modo di vedere la nostra quotidianità

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Com’è la realtà vista dagli occhi di una donna? Quale storia si cela dietro ad uno sguardo?

Ho scelto dieci libri, dieci racconti di vita vera: queste storie hanno cambiato il mio modo di vedere la quotidianità, mi hanno fatto capire che il nostro mondo, la nostra cultura e le nostre abitudini, non sono le uniche possibili.

A poca distanza dalle nostre solide e, a volte arroganti, certezze, ci sono situazioni per noi inimmaginabili, incomprensibili: il rifiuto è l’atteggiamento più facile da adottare; ma cosa succederebbe se dessimo uno sguardo a quello che succede dall’altra parte, con gli occhi di chi queste situazioni le vive?

Occhi di donna sarà la nostra finestra sul mondo. Seguiremo l’esistenza di donne alle prese con le tradizioni e le condizioni di vita nel Paese in cui sono nate; in ogni puntata scopriremo come questo abbia condizionato la loro vita e le scelte che hanno dovuto compiere. Stralci dei loro racconti ci inviteranno ad approfondire ogni argomento, per capirne le caratteristiche, le origini, i mutamenti in atto.
Tutto quello che dobbiamo fare è tenere la mente aperta e portare la curiosità con noi. Siamo pronti? Partiamo.

Waris Dirie, “Fiore del deserto”

“Era tempo che mia sorella Aman si sottoponesse all’infibulazione. Come tutte le sorelle minori, la invidiavo, perché stava per entrare in quel mondo degli adulti che a me era ancora precluso.”

Waris ha cinque anni quando per sua sorella maggiore arriva il “grande giorno”. Nessuno spiega alle ragazze in che cosa consista questo rito, sanno solo che farà di loro delle donne a tutti gli effetti. Waris è impaziente: supplica i suoi genitori, anche lei vuole essere infibulata. Poco tempo dopo la zingara arriva al villaggio e, con una lama di rasoio, elimina il maligno che si annida tra le sue gambe. Per settimane resterà con le gambe fasciate insieme, sola in una capanna, come vuole la tradizione.
Waris scrive la sua storia e la intitola “Fiore del deserto”, un libro in cui descrive la sua vita, da nomade in Somalia, a modella internazionale e ambasciatrice ONU. Waris è una donna forte, coraggiosa: a 15 anni fugge da un matrimonio combinato con un uomo di 60, vive per qualche tempo a Mogadiscio, poi a Londra con una zia; qui vive momenti difficili, lavorando come cameriera e successivamente come donna delle pulizie in un ristorante. Un giorno la sua vita cambia radicalmente: un famoso fotografo la incontra per strada, vuole scattarle delle fotografie; Waris viene ritratta nel calendario Pirelli e diventa una modella famosa. Dopo anni passati a sfilare per il mondo, decide di rilasciare un’intervista diversa dalle altre: parla della sua vita in Somalia e la sua esperienza con l’infibulazione; l’articolo ha un grande impatto, tanto che dopo qualche tempo, Waris viene nominata ambasciatrice delle Nazioni Unite per la lotta contro le mutilazioni genitali femminili.
Waris è molto più della mutilazione che ha subito: da una ferita che le è stata inferta, è riuscita a trovare la forza per cambiare il suo destino e dare speranza a tante altre ragazze senza voce come lei.

Cos’è la mutilazione genitale femminile

“Secondo la concezione dominante in Somalia, tra le gambe delle ragazze si anniderebbe un che di maligno […]. Questo “qualcosa” va rimosso: si asportano clitoride, piccole labbra e buona parte delle grandi labbra, mentre la ferita viene rudimentalmente ricucita, lasciando, in luogo dei genitali, una semplice cicatrice.”

Il termine mutilazione genitale femminile (MGF) include tutte quelle pratiche, non di carattere terapeutico, volte alla parziale o totale rimozione della parte esteriore dei genitali femminili.
Possiamo suddividere queste pratiche in tre tipi, a seconda della gravità:
La clitoridectomia (tipo 1), ovvero la rimozione di parte del clitoride.
L’asportazione (tipo 2), ossia la rimozione del clitoride e di parte delle piccole labbra.
L’infibulazione (tipo 3), cioè la rimozione del clitoride, delle piccole labbra e la cucitura delle grandi labbra.

Conseguenze

“Durante i nostri spostamenti, incontravamo diverse famiglie, con le cui figlie io ero solita giocare. Quando capitava di incontrarsi di nuovo, molte di queste bambine non c’erano più. […] Erano morte a causa dell’infibulazione”

Le bambine e le ragazze che hanno subito una MGF rischiano gravi emorragie, danni agli organi interni, fino ad arrivare alla morte. Danni a lungo termine includono infertilità, problemi mestruali e problemi durante il parto, che possono portare al soffocamento del bambino e alla morte della madre.
Le aree dove queste vengono praticate sono spesso lontane dai centri medici e da personale qualificato: si utilizzano oggetti rudimentali, come coltelli, formici, lame di rasoio, senza utilizzare anestetici e spesso in condizioni igieniche del tutto precarie. Questo può provocare gravi infezioni e trasmissione di malattie come il tetano e l’HIV.

Le MGF nel mondo

La maggior parte delle ragazze che subiscono una MGF vivono in 29 Paesi africani, soprattutto nell’Africa Subsahariana e nella Penisola Arabica: si stima che addirittura più del 90% delle donne tra i 15 e i 49 anni che vivono in queste due zone abbiano subito qualche forma di mutilazione.
La pratica è meno diffusa, ma comunque presente, in alcuni Paesi dell’Asia a predominanza islamica.
Sorprendentemente, ci sono casi anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti: gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale compiono questo rituale nella più totale illegalità, per questo sono difficili da censire. Tuttavia si stima che, nella sola Unione Europea, ben 500 mila donne abbiano subito mutilazioni genitali.
Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni, ma in alcuni Paesi si operano bambine di meno di un anno (44% dei casi in Eritrea) o neonate di pochi giorni (Yemen)

Tradizioni radicate

“C’era […] un amico di mio padre che […] ogniqualvolta io e mia sorella lo infastidivamo, ci scacciava […] dicendo: “Via di qui, piccole sporcaccione, che non siete ancora state infibulate!” Pronunciava queste parole come se, per questa ragione, ci considerasse così spregevoli da non poter tollerare neppure la nostra vista.”
Le MGF sono giustificate da svariati motivi, per esempio motivi di carattere culturale, come simbolo di appartenenza ad una comunità e per mantenere vive le tradizioni.
Nelle società patriarcali, la mutilazione femminile è necessaria affinché
le donne possano trovare marito.
Sia possibile garantire la verginità della sposa fino al matrimonio, preservando così l’onore della famiglia.
Venga impedito il desiderio femminile e quindi l’infedeltà coniugale.
L’uomo possa provare piacere nel rapporto sessuale: accade addirittura che la donna, in seguito al parto, chieda di essere infibulata nuovamente, per assicurare piacere al marito ed impedire che questo cerchi nuove mogli.
Le MGF spesso si praticano in aree rurali, dove l’analfabetismo è comune e le tradizioni si basano su credenze infondate, ad esempio:
Si crede che il clitoride possa crescere fino a diventare un pene: la sua rimozione è necessaria per rendere la donna femminile e docile.
Le donne non infibulate vengono additate come sporche e, per questo, non possono toccare cibi o bevande destinati alla comunità.
In alcune popolazioni si è convinti che l’infibulazione renda una donna più fertile, in grado di concepire figli più forti.
Si crede inoltre che il clitoride possa creare problemi durante il parto, uccidendo il bambino che ne entra in contatto.

Quali soluzioni?

“Chi aiuterà mai le donne del deserto come mia madre, prive di denaro e del benchè minimo potere? Qualcuno deve alzare la voce per conto di tutte le ragazze messe a tacere, e siccome sono stata una nomade come molte di loro, pensai, a un certo punto, che il mio destino fosse quello di aiutarle.”

Si stima che oggi, nel mondo, almeno 200 milioni di donne e ragazze siano state sottoposte a mutilazioni genitali femminili. Quali idee e azioni sono state messe in campo per contrastarle?

Fino al 1993 si cercava di contenere il problema facendo praticare l’operazione da medici specializzati, per ridurre il numero di vittime. Tuttavia la medicalizzazione non risolve il problema: è comunque una rimozione o un danneggiamento di tessuti sani, che interferisce con le funzioni naturali del corpo di una bambina, di una ragazza o di una donna.
A partire dal 1993, anno in cui si tenne la Conferenza mondiale sui diritti umani a Vienna, le MGF vengono considerate una violazione dei diritti umani, contro le quali si possono promulgare norme di diritto internazionale.
Purtroppo non è sufficiente creare leggi apposite, perché le MGF sono pratiche radicate nella società: servono azioni che inneschino cambiamento concreto. Ecco alcuni esempi:
Creare campagne educative nelle scuole e nei villaggi, per informare la popolazione dei benefici dati dall’abbandono di queste pratiche.
Destinare risorse a servizi per la salute sessuale e riproduttiva, oltre che all’istruzione femminile.
Evitare i trasferimenti di donne e ragazze in Paesi che permettano le MGF o che siano meno restrittivi a riguardo.
La testimonianza di donne che hanno personalmente vissuto gli effetti delle MGF, anche tramite manifestazioni e campagne sui social, possono essere un valido strumento di sensibilizzazione.
Waris è ancora oggi una di quelle testimoni: tramite la sua associazione, Desert Flower Foundation, porta avanti numerosi progetti in tutto il mondo, come la creazione di centri specializzati nel trattamento delle vittime di MGF e l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione.
Waris è una delle tante ragazze nel mondo che hanno subito una mutilazione genitale e, con essa, atroci sofferenze. Ha avuto l’occasione di riscattarsi, ha avuto successo e fama, ma non ha tenuto tutto questo per sé: ha fatto della sua storia un inno al coraggio e alla speranza, perché altre donne possano trovare nel suo racconto la forza da trovare dentro di sé.

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