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È morto don Roberto Pennati, la famiglia del Patronato San Vincenzo in lutto

È morto don Roberto Pennati, sacerdote del Patronato San Vincenzo, una vita spesa per gli ultimi e la lunga convivenza con la Sla.

La grande famiglia del Patronato San Vincenzo perde don Roberto Pennati. È morto a 73 anni venerdì 17 maggio. Sacerdote del Patronato che più di tutti custodiva il carisma del fondatore don Bepo Vavassori.

Carissimi,

con queste poche righe vorrei condividere con ciascuno di voi l’annuncio della morte di don Roberto Pennati, avvenuta qualche ore fa. Entrato nel Patronato già da ragazzo, dopo la sua formazione è divenuto prete il 26 giugno 1971 e ha svolto tutto il suo ministero all’intero dell’opera del Patronato san Vincenzo. Dal 1996, la SLA ha segnato la sua traiettoria di vita.

Attualmente la sua salma sarà composta alla comunità Agro di sopra, dove risiedeva (a Bergamo, zona Rondò delle Valli, via C. Correnti 26). I funerali saranno celebrati lunedì 20 maggio 2019 alle 10 nella chiesa del Patronato san Vincenzo, via Gavazzeni 3, a Bergamo (dalle 8.00 di lunedì mattina stessa la salma sarà già presente nella chiesa del Patronato per consentire a dipendenti, volontari e ospiti un ultimo saluto).

Insieme alla tristezza per questo momento di saluto, sento un profondo senso di gratitudine per la testimonianza che don Roberto lascia al Patronato e a me personalmente.

Ho conosciuto don Roberto nel 2007, già profondamente segnato dalla malattia. In questi anni, con la stima e il rispetto e insieme con la curiosità degli apprendisti, ho ascoltato i suoi interventi nei nostri consigli dei preti, nelle sue meditazioni, nei rari incontri a tu per tu: sempre ho avuto la sensazione di trovarmi davanti ad un maestro di vita.

Lo ringrazio per la sua testimonianza densa di umanità e di fede. Lo ringrazio perché ha saputo non nascondere la sua fragilità e il suo “dipendere” da tutti, al tempo stesso con dignità e pudore.

Lo ringrazio perché ha vissuto il suo ministero di prete “da seduto”, confermando e sostenendo chi si muove: facendo squadra anche così, dalla panchina.

Lo ringrazio perché ha vissuto in prima persona il dramma della sofferenza, decifrandolo da dentro, con una pazienza che commuove.

Lo ringrazio perché con la sua presenza e il suo stile mi ha ricordato che non bisogna aspettare le condizioni favorevoli, ma che ogni condizione può diventare luogo di crescita, di fraternità e di vita autentica.

don Marco

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