Il volume
Bergamo celebra il maestro Achille Funi con il “Diario dell’Accademia”
Giovedì 9 maggio alle 18 presso la sala Funi di UBi Banca (viale Roma 2, Bergamo) il volume viene presentato al pubblico con interventi di GianMaria Labaa, presidente dell’Associazione La scuola di Bergamo, Enrico De Pascale curatore della collezione d’arte di Bergamo e Lombardia Ovest di UBI Banca e Luca Gotti, responsabile UBI Banca per la Macroarea Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest.
Bergamo celebra il maestro Achille Funi, direttore dell’Accademia Carrara nell’immediato dopoguerra, con la presentazione dell’atteso volume “Diario d’Accademia 1946-1953 – la Scuola di Achille Funi”, che esce per i tipi di Grafica e Arte come ideale prosieguo del precedente “Diario d’Accademia” dedicato alla scuola di Trento Longaretti, 1953-78. L’impianto della collana, nelle intenzioni dei curatori e autori GianMaria Labaa e Fernando Rea (alla memoria del quale è dedicato il volume), contempla l’attività didattica di tutti i maestri che si sono succeduti alla guida della civica istituzione in un percorso a ritroso destinato a risalire al primo direttore, Giuseppe Diotti, in carica per un trentennio dal 1811 al 1846.
Giovedì 9 maggio alle 18 presso la sala Funi di UBi Banca (viale Roma 2, Bergamo) il volume viene presentato al pubblico con interventi di GianMaria Labaa, presidente dell’Associazione La scuola di Bergamo, Enrico De Pascale curatore della collezione d’arte di Bergamo e Lombardia Ovest di UBI Banca e Luca Gotti, responsabile UBI Banca per la Macroarea Territoriale Bergamo e Lombardia Ovest. Sarà data lettura di alcune testimonianze di artisti e protagonisti di quella stagione d’arte e di studio ad opera del Teatro d’Accanto.
Il nuovo “Diario d’Accademia” è un lavoro documentato e appassionato condotto negli anni da GianMaria Labaa e Fernando Rea e realizzato con contributi storici e critici delle studiose Antonia Abbatista Finocchiaro, Elisabetta Calcaterra, Nicoletta Colombo, Federica Nurchis e dell’architetto Attilio Pizzigoni. Corredato di un ricco apparato iconografico che restituisce anche ritratti fotografici conviviali, pose di sodalizio amicale, istantanee d’Accademia e dei cantieri dell’arte, il volume è soprattutto la testimonianza ancora viva, per le numerose voci di prima mano che lo attraversano, del clima culturale, straordinario e irripetibile, della Bergamo che riemergeva allora dalle miserie morali e materiali della guerra.
<br clear=all>
“Non è stato facile”, ammette GianMaria Labaa, “riconnettere le disperse tracce di coloro che furono gli allievi di Funi”: dei 112 che risultano nell’elenco degli iscritti, sono una ventina gli artisti che hanno potuto portare un personale contributo di memoria e commento al magistero di quegli anni. Aneddoti anche gustosi come nel ricordo del pittore Giuseppe Belotti, che rievoca Funi, “con basco in testa e pipa in bocca”, mentre puntava il suo bastone in direzione dei difetti di impostazione del disegno dei suoi allievi ed esclamava “alzare la frutta!”, oppure memorie più compassate come nelle note (del 2013) di Trento Longaretti, che conobbe Funi a Brera a fine anni Trenta: “Ricordo il giorno doloroso della sua scomparsa. Era estate, Milano deserta e pure il funerale mi sembrò deserto, quasi dimenticato dalla sua Brera. La bandiera della Carrara listata a lutto era presente, presente il Direttore e gli allievi, il bidello Angelo che reggeva la bandiera, commosso come tutti noi.”
Attraverso le 140 pagine del volume si ricostruisce di Achille Funi il profilo umano, artistico e didattico, dando conto sia della sua importante opera di frescante e mosaicista, e quindi degli incarichi pubblici che si andavano moltiplicando in città nella stagione postbellica (palazzo degli Uffici Comunali, palazzo Frizzoni, sede della Banca popolare, cinema San Marco), sia dell’influenza avuta su una generazione di artisti, dei quali sono pubblicate varie prove d’autore per comprendere lo spirito dialettico del rapporto docente-discente che si respirava alla scuola della Carrara negli anni Quaranta-Cinquanta.
<br clear=all>
Tra i fondatori del gruppo “Novecento”, di cui rappresenta la tendenza neoclassicista, Funi nella sua pittura riformulava la sapienza compositiva classica nel segno di un ritorno al “mestiere” fondato sulla centralità della tecnica. In questo senso “la scuola dell’affresco – commenta Elisabetta Calcaterra – è forse il miglior lascito di Funi non solo all’Accademia ma anche alla città”. Di questo rigore Funi fece il perno sia della propria ricerca estetica sia dei principi didattici e formativi che passavano nelle aule di pittura e disegno. Ne dà conto con lucida chiarezza Attilio Pizzigoni quando sottolinea la capacità del maestro “di ricondurre le istanze di ogni sperimentalismo nei termini di una consolidata dimensione disciplinare, lontana da ogni cedimento alle troppo facili sollecitazioni delle mode e indifferenze alle continue oscillazioni del gusto”.
Insegnante di figura disegnata nel ’39 a Brera, dove viene nominato direttore nel ’44 senza poter assumere l’incarico a causa degli eventi bellici, sfollato nel ‘44 a Rovetta, dove trova ospitalità grazie all’amico Arturo Tosi, Funi assume nel ’45 la direzione della scuola dell’Accademia Carrara che tiene fino al 1953 quando rientra a Brera succedendo ad Aldo Carpi nella direzione dell’Accademia fino al 1961. Dei suoi anni bergamaschi dà meticoloso riscontro la pubblicazione dei documenti relativi alle nomine di docenza e direzione, dell’elenco degli allevi, dei verbali delle sedute della commissioni d’esame, delle deliberazioni, delle lettere pubbliche e dei moltissimi atti che videro coinvolti i membri della presidenza e delle commissioni della Scuola dell’Accademia Carrara.
Il libro, attraverso approfondimenti tematici come “Funi tra teatro e cinema” di Federica Nurchis e “Il magistero di Funi” di Nicoletta Colombo, scandaglia anche i passaggi meno facili e più ambigui di quel momento di transizione tra il ventennio e la rinascita democratica del Paese: “Non era stato facile far accettare il nome di Funi ai membri della Commissaria e alla città – mette in evidenza Antonia Abbatista Finocchiaro nel suo saggio “Appassionati, quegli anni” – Il pittore ferrarese troppo spesso era stato associato alle iniziative promosse dal regime appena caduto. Le sue frequentazioni milanesi e romane, il sodalizio – sia pure culturale – con certe figure dichiaratamente fasciste e la sua adesione ufficiale al muralismo sironiano avevano gettato ombre scure sulla sua figura”. Ma arrivarono poi, trasmesse da Ernesto Quarti Marchiò, responsabile del CLN Alta Italia per il settore artistico, le “liberatorie” di Aldo Carpi direttore di Brera e di Fernanda Wittgens commissario dell’accademia milanese, che garantivano che Funi era “moralmente e politicamente perfettamente a posto”.
Lo ribadisce anche Attilio Pizzigoni nel suo contributo memoriale particolarmente intenso perché fitto di rimandi alle vicende culturali Bergamasche del secondo Novecento, filtrate attraverso le esperienze e le relazioni umane e professionali che il padre Pino Pizzigoni ebbe con i nomi della scena artistica locale e nazionale.


