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Appoggio in Questura e falsi certificati: così i cinesi entravano illegalmente in Italia video

Un appoggio interno all'Ufficio immigrazione della Questura, tre agenti di Polizia Locale e un segretario comunale: facevano parte della rete che favorivano l'arrivo di cittadini cinesi in Italia.

Novemila euro per un ricongiungimento familiare, seimila per un permesso di soggiorno: cifre importanti che, se moltiplicate per l’ottantina di casi accertati, fanno un bel gruzzoletto.

È quello che si erano intascati e suddivisi, a vario titolo, dieci soggetti arrestati dalla Polizia di Stato di Bergamo nell’ambito dell’operazione “Yuan” (dal nome della moneta cinese) che ha coinvolto anche pubblici ufficiali e che conta in tutto 26 indagati: l’obiettivo era favorire l’ingresso illegale in Italia di cittadini cinesi privi dei necessari requisiti di legge, tramite la creazione di certificati contraffatti e l’utilizzo di residenze e attività lavorative fittizie, traendone profitto.

Le contestazioni, al momento, sono di corruzione, falsità ideologica e materiale, contraffazione e alterazione di documenti al fine di determinare il rilascio di un titolo di soggiorno e favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina.

L’indagine, definita lunga, complessa e faticosa sia dalla pm Carmen Santoro, che l’ha coordinata, che dal numero uno della squadra mobile Salvatore Tognolosi, ha preso il via nel settembre 2016 da una segnalazione dell’Ufficio immigrazione della Questura che aveva notato alcune anomalie su dei certificati di residenza consegnati da un suo dipendente: lo stesso aveva chiesto la validazione di alcune pratiche di rinnovo di permessi di soggiorno di cittadini cinesi. Un fatto insolito che il personale investigativo ha deciso di approfondire, scoprendo la contraffazione della documentazione.

Un’intuizione vincente che ha consentito di scoperchiare una rete ampia e ben organizzata, che poteva contare su un fondamentale appoggio interno alla Questura e sulla compiacenza di diversi collaboratori, tra i quali tre agenti di polizia locale e un segretario comunale.

Sono finiti così in manette Leandra Arnaldo Pavorè, volto noto del piccolo schermo, candidata nella lista di Forza Italia alle prossime amministrative a Bergamo e titolare delle agenzie “Pavorè & Dong srl” e “Pavorè Agenzia d’Affari” di via Borgo Palazzo, e i suoi stretti collaboratori, Dong Xiaochao e Dong Gaojian: con loro anche Luana Calvi e Andrea Sciortino, quest’ultimo appartenente alla Polizia Locale del Comune di Bergamo.

Ai domiciliari, invece, Lorenzo Mario Luciano Fasulo, il coadiutore amministrativo contabile della Questura di Bergamo Pierpaolo Perozziello, il segretario comunale Saverio De Vuono (tra gli altri anche del Comune di Orio al Serio e già coinvolto nei casi giudiziari relativi a Foppolo e del Monte Poieto), l’agente di Polizia Locale di Bergamo Leo Pezzimenti e il comandante della Polizia Locale di Orio al Serio Mattia Cirrone. Sospeso dalla carica pubblica nel Comune di Albano Sant’Alessandro, invece, Walter Flaccadori.

Una volta insinuatosi il sospetto, gli investigatori hanno appurato, tramite tabulati telefonici, che Perozziello aveva frequenti contatti con titolari e dipendenti delle agenzie gestite da Pavorè e Dong che si occupano sostanzialmente di gestire le pratiche amministrative per cittadini stranieri, trovando ulteriore conferma nelle intercettazioni video-ambientali.

Il materiale raccolto non lascia spazio a interpretazioni: scambi di documenti o bustarelle, colloqui telefonici in cui si fanno esplicite richieste di denaro e frequenti incontri tra i soggetti coinvolti hanno convinto gli investigatori che i titolari dell’agenzia operassero consapevolmente nell’illegalità, facendosi pagare per fare in modo di ottenere i nulla osta all’ingresso in Italia di numerosi cittadini cinesi senza requisiti.

Il fatto di dover fare i conti con un dipendente interno alla Questura, ha costretto gli agenti ad agire con la massima cautela: durante il periodo di indagine l’Ufficio immigrazione ha sospeso i rilasci riguardanti le pratiche sospette, permettendo la ricostruzione certosina della rete.

Dei cittadini cinesi coinvolti nel giro di immigrazione clandestina (rischiano il concorso), in pochissimi sono rimasti a Bergamo: la maggior parte di loro, provenienti soprattutto dalla Toscana e dalla Lombardia, si garantivano la documentazione in una sola giornata.

Arrivavano tutti alla stazione ferroviaria, dove venivano prelevati dai collaboratori delle agenzie gestite da Leandra Pavorè e portati in appartamenti cittadini messi a disposizione da agenti immobiliari (per ora non destinatari di misure cautelari ma indagati): locali in cui rimanevano giusto il tempo della verifica della residenza da parte del personale della Polizia Locale (in alcuni casi all’oscuro del raggiro, in altri compiacente), per poi essere riaccompagnati in stazione e tornare nelle reali città di residenza una volta ottenuta la certezza delle certificazioni.

È risultato chiaro come gli appartenenti alla pubblica amministrazione abbiano giocato un ruolo decisivo per accelerare pratiche sospese per mancanza di documentazione idonea e per far figurare i cittadini cinesi come residenti in indirizzi fittizi e sempre ricorrenti nelle pratiche fraudolente.

Il denaro veniva generalmente incassato da Dong Xiaochao e Dong Gaojian e poi spartito tra i vari collaboratori: impossibile stabilire con esattezza con quali percentuali, anche se in alcuni casi per Perozziello sono state accertate bustarelle per circa 600/800 euro.

“Arrestare personale della pubblica amministrazione non è mai un motivo di vanto – ha sintetizzato il questore Maurizio AuriemmaCon questa operazione, però, abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi necessari a far fronte anche a queste situazioni”.

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