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Bergamo: zero vie al comunismo, ma a Gramsci sì (e se la merita) - BergamoNews

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Bergamo: zero vie al comunismo, ma a Gramsci sì (e se la merita)

La strada intitolata alla mente più brillante del comunismo italico si trova fra via Toti e via Broseta, nel quartiere San Paolo

Visto che ci troviamo nei pressi della ricorrenza del Primo Maggio, festa dei lavoratori, e viste anche le numerose polemiche scoppiate in Italia sull’intitolazione delle strade di capoluoghi e villaggi a personaggi legati al comunismo o a memorie, più o meno divisive, dell’Unione Sovietica, di Stalin o, più semplicemente, del socialismo reale, ho provato ad andare a spulciare lo stradario orobico, per vedere se vi siano strade, stradelle o piazze ricollegabili a questi fenomeni.

Devo dirvi subito di no: non c’è nessuna indicazione odonomastica bergamasca che si possa, in qualche modo, ricondurre a quei brutti ricordi: non c’è via Stalin, non c’è via Unione Sovietica e neppure un vicoletto dedicato a Palmiro Togliatti, che del Comintern fu il maggior esponente nostrano.

Eppure, in molte città vi sono vie, anche di una certa importanza, che portano nomi imbarazzanti, sotto questo profilo: le selezioni per i corsi ufficiali, ai miei tempi, ad esempio, avvenivano a Torino, in corso Unione Sovietica.

Bergamo pare essere immune dalla sindrome: e la cosa si spiega col fatto che, qui da noi, terra democristiana per antonomasia, certe istanze non hanno mai avuto un grande successo. C’è, tuttavia, una piccola strada semicentrale, che è stata intitolata alla mente più brillante del comunismo italico: Antonio Gramsci. Si trova fra via Toti e via Broseta, nel quartiere San Paolo, in una zona tranquilla che, un tempo, era caratterizzata da villette piccolo-borghesi di gente tranquilla: proprio l’opposto dell’umanità che sognava il pensatore sardo, verrebbe da dire.

Perché, per Gramsci, il vero nemico, quello che aprì la strada al fascismo e che depotenziò la lotta di classe in Italia, era l’indifferenza: l’arma, invece, per sconfiggere gli indifferenti e conquistare il potere era la cultura, la comunicazione culturale. Una bella lezioncina per i politici di oggi, per i quali la cultura sembra essere una specie di soprammobile: tutti quanti, a destra, sinistra e centro, in fondo, la pensano come Tremonti, che diceva che coi libri non si mangia.

Ho sentito con le mie orecchie un politiconzolo locale sostenere che il problema della cultura a Bergamo era che è poco remunerativa.

Vabbè, ma torniamo a Gramsci: possedeva un cervello di primissimo ordine e questo fu, probabilmente, la sua rovina. Mussolini volle che quel cervello non potesse mettersi a capo dell’opposizione e lo fece incarcerare: poi, quando, ormai, le condizioni di salute di Gramsci erano catastrofiche, lo fece trasferire in una delle migliori cliniche romane, ma, ormai era tardi.

D’altronde, neppure l’opposizione amava Gramsci: troppo decisa la sua posizione e troppo originali le sue intuizioni per piacere al monolitico gruppo dirigente comunista degli anni Trenta. Non sappiamo cosa possa aver pensato del terrore staliniano, il fondatore dell’”Ordine Nuovo”, giacchè morì nell’aprile del 1937, ma è lecito pensare che non l’avrebbe gradito: troppo simile ai metodi dei suoi nemici per andargli a genio.

Fatto si è che a Gramsci, perlomeno a Gramsci, Bergamo una stradetta l’ha dedicata: forse una concessione alle convergenze parallele, forse un accenno di compromesso storico. E io dico che hanno fatto bene a dedicargliela: certo, Gramsci era un antidemocratico e aveva una visione violenta della presa del potere. Ma viveva anche in un’epoca in cui non si poteva tanto starsene a discettare in punta di fioretto: oggi, che siamo anche troppo liberi, ci sembra tutto semplice, ma allora non era certamente così.

E Gramsci fu eccezionalmente lucido nelle sue analisi: fu un eccellente stratega, cui i generali non diedero retta. Lo fecero qualche tempo dopo, finita la guerra, adottando l’idea gramsciana di occupazione dei luoghi della cultura: e lo fecero con un certo successo, se ancora oggi dura questa egemonia.

Dunque, percorriamo via Gramsci senza timore: non è un’intitolazione pericolosa per la democrazia. Ricorda un uomo intelligente e coraggioso, che pagò con la galera e con la malattia la propria fede. Era una fede che si sarebbe dimostrata fallace, ma questo non importa: in quest’epoca di nani, un gigante va comunque rispettato.

Bizzarramente, però, la via dedicata alla sua memoria confina con quella dedicata a uno dei principali simboli della mitologia militarista del fascismo: Enrico Toti. L’odonomastica, talvolta, ha un che di pirandelliano. Buon Primo Maggio e alla prossima.

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