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Addio Mino Favini, il volto onesto e pulito del calcio di una volta

Viaggio nei 25 anni atalantini del Mago di Meda, scomparso martedì 23 aprile a 83 anni

Quando serviva Mino Favini c’era sempre. Disponibile e sorridente. Gentilissimo. Se avevi bisogno di un’informazione, un’intervista, una dritta, potevi essere certo che lui ti avrebbe risposto.

Non esisteva situazione per la quale ti avrebbe detto “no, preferisco non parlare”.

Anche quando uno dei suoi pupilli, quell’Alberto Grassi che un paio d’anni più tardi sarebbe stato venduto a peso d’oro al Napoli, venne squalificato per 10 giornate per un insulto razzista a un avversario, nel 2014, lui era uscito allo scoperto e non si era negato. Aveva difeso il suo allievo dalla puntuale gogna mediata, senza sminuire il fatto o condannare il giudice sportivo.

Mino Favini è stato un grandissimo talent scout, forse il migliore che sia mai esistito in Italia. Mica era soprannominato il Mago di Meda per caso. Ma, prima di tutto, è stato un grande uomo. Non esiste persona che l’abbia conosciuto – anche solo per il tempo di un’intervista – e che non abbia saputo apprezzare il suo lato umano, oltre alla sua lucidità calcistica.

Per lui formare i calciatori era la cosa più naturale del mondo. La buona condotta e lo studio valevano tanto quanto il talento: con Favini, se le pagelle scolastiche non erano buone, i giovani allievi nerazzurri avevano vita difficile.

Amava parlare di Simone Padoin, un esempio secondo lui di come giravano le cose a Zingonia: piedi educati sì, ma tecnica non proprio sopraffina. Però una grande testa e una grande maturità. Favini è sempre stato sicuro che prima o poi sarebbe “arrivato”, e Padoin oggi vanta cinque scudetti vinti con la Juventus.

Mino Favini

All’Atalanta arrivò all’inizio degli anni ’90, su intuizione proprio di Antonio Percassi: “Dobbiamo ripartire dai giovani” gli disse il presidente, “e tu sei la persona giusta per noi”.

In 25 anni il Mago di Meda ha fatto diventare il settore giovanile bergamasco uno dei più floridi e forti d’Europa, da fare invidia anche ai grandi club.

Ha lanciato in orbita giocatori che hanno girato l’Italia e l’Europa e fatto le fortune delle casse del suo club: da Tacchinardi a Montolivo, da Bonaventura a Pelizzoli, dai gemelli Zenoni a Donati, da Zaza a Pazzini. E poi Dalla Bona, Zauri, Pinardi, Lorenzi, Locatelli. Parte del calcio italiano di fine anni ’90 e inizio 2000 è passato da Zingonia.

Nel suo cuore hanno sicuramente conservato un posto d’onore, fino all’ultimo, due persone speciali: Chicco Pisani, per il quale Favini si commuoveva ancora oggi quando lo ricordava, e Cesare Prandelli, che ha considerato come un terzo figlio (dopo Stefano e Giorgio).

Caldara, Conti, Bastoni, Gagliardini e Kessie sono stati i suoi ultimissimi regali all’Atalanta e al calcio italiano.

Con Mino Favini se ne va una grossa fetta di quel calcio onesto e pulito di una volta. Se ne va un pezzo di storia dell’Atalanta.

Senza retorica: ci mancherà.

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