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L’ultimo anno di Castoldi: “Lascio un Ateneo raddoppiato”

Lunedì 2 Marzo 2009 l'inaugurazione dell'Anno accademico dell'Università di Bergamo: l'ultima per Alberto Castoldi che ha guidato l'ateneo per dieci anni.

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Ecco l’ultima intervista rilasciata a Bergamonews da Alberto Castoldi, spentosi venerdì 19 aprile 2019 a 77 anni, in qualità di rettore dell’Università di Bergamo all’inaugurazione dell’Anno accademico 2008-2009. Er ail 2 marzo 2009 e il rettore giungeva alla fine del suo terzo mandato: due di tre anni e uno di quattro per un totale di un decennio secco alla guida dell’ateneo che in questo lungo periodo ha vissuto una vera e propria rivoluzione.

Professore, com’è cambiata l’Università di Bergamo da quando lei ha cominciato a guidarla?

Ho trovato una piccolissima sede universitaria la cui sopravvivenza era incerta proprio per le sue dimensioni. Allora erano settemila studenti, ora sono raddoppiati e toccano quota 15.000. Tutto è cresciuto di conseguenza: gli spazi erano di 15 mila metri quadrati, oggi sono 52 mila e arriveranno presto a 60 mila. E’ ovviamente aumentata l’offerta formativa con quella culturale. Allora poi l’Università si identificava con Città Alta, oggi è policentrica, non solo in città bassa, ma a Dalmine e Treviglio.

Forse avrebbe preferito invece uno spazio unico, un campus?

Ci sono lati positivi e negativi in entrambe le opzioni. Diciamo che l’Europa propone un po’ dappertutto il modello policentrico perché l’Università si costruisce e cresce via via con le città, in genere piccole città, ricche di storia comunque. Invece il modello statunitense prevede il campus fuori delle città, una struttura a sé che poi il weekend si svuota. Da una parte quindi il rapporto diretto ed evidente con tessuto urbano, dall’altra un mondo ben costruito ed efficiente, spesso super-efficiente racchiuso in se stesso.

Quindi l’opzione campus a Bergamo non la entusiasma più di tanto.

Noi come Università di Bergamo non abbiamo ostilità verso il campus, ma non lo rincorriamo neppure. Il fatto è che non abbiamo il denaro per realizzarlo. Basta vedere quanto costa quello della Guardia di Finanza, 220 milioni per trecento studenti, e fare un po’ le proporzioni rispetto ai nostri quindicimila per capire che è impossibile, soprattutto dopo i tagli del ministero, tagli che ci creeranno problemi nel pagamento degli stipendi, se non ora nel 2010.

Quindi la riforma vi penalizza? E quanto?

Noi ci siamo comportati con saggezza e credo che riusciremo ad affrontare i tagli. Il bilancio 2008 chiude in pareggio e forse anche il 2009. Per il 2010 appunto non si sa. Vantiamo crediti per 11 milioni nei confronti dello Stato: speriamo arrivi qualcosa. Intanto però per 2010 il ministero prevede per noi un taglio di 750 milioni, mentre il nostro costo salirà, per scatti di anzianità e altri motivi, di 500 milioni. Capisce in che situazione potremmo trovarci?

Qual è il pregio dell’Università di Bergamo?
È che pur essendo cresciuta in fretta e raccogliendo ostilità un po’ dappertutto ciononostante la qualità è piuttosto buona.

E il difetto?

Il limite è che ci sono prospettive che possono e devono essere migliorate. In particolare la ricerca. Abbiamo dato la precedenza alla didattica per ovvii motivi, ma non siamo riusciti a sviluppare la ricerca. Le faccio un esempio: un anno e mezzo fa abbiamo avviato un bellissimo laboratorio a Ingegneria, ma non basta: per far ricerca serve personale, tecnici, e poi tempo, tempo, tempo.

In effetti la critica che viene fatta al ministro Gelmini è di aver penalizzato proprio la ricerca.

Il ministero ha venduto un’immagine bizzarra con la parola “razionalizzazione”: cioè che tagliando i fondi si possa migliorare l’efficienza. Sarebbe come dire che un malato guarisce se si tolgono cure. Il fatto è che questo Paese non crede nell’Università e nella ricerca.

Lei è stato spesso polemico anche col territorio. Conferma le sue critiche a istituzioni ed enti locali?

Grossi aiuti in questi anni l’Università di Bergamo non ne ha ricevuti. Il territorio non ha contribuito alla crescita, abbiamo fatto quasi tutto in autonomia.

Cosa farà dopo?
Non lo so. Continuerò a lavorare in Università. Mi piace, è il mio ambiente. La mia vocazione è la ricerca, non l’ho mai abbandonata e adesso potrò dedicarmici. Poi vedrò se mi sarà data la possibilità di collaborare col territorio.

Non farà politica?

No. Lo leggo come un orizzonte abbastanza chiuso. E’ un mondo un po’ complicato che ha regole diverse da quelle che mi sono congeniali. Collaborare con qualcuno a qualche progetto magari sì, ma l’impegno diretto in politica, quello no.

Si parla già del suo eventuale successore?

A dire il vero di nomi se ne fanno, anche un po’ troppi. Ma sono certo che al momento opportuno si troverà la persona giusta. E spero che saprà dialogare col territorio, cercare un rapporto migliore rispetto a quelli che ho avuto io.

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