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Abdul, da richiedente asilo a pizzaiolo: “Quando l’integrazione è un gioco di squadra” foto

Un corso di formazione, poi il tirocinio finanziato da coop 'Pugno Aperto' e Caritas con l'aiuto di Comune e imprese: "Ora sono cittadino italiano, lavoro in un ristorante e sogno una casa tutta mia"

Chi fa da sé fa per tre. Vero, verissimo. Ma anche il gioco di squadra aiuta a raggiungere un obiettivo, specie se difficile come l’integrazione. Lo insegna la storia di Abdul, 25 anni, arrivato tre anni e mezzo fa in Bergamasca dal Ghana “da solo, senza conoscere nessuno e senza sapere una parola in italiano”. Ora non solo ha fatto diverse conoscenze e padroneggia discretamente la lingua, ma ha anche ottenuto il permesso di soggiorno e trovato un lavoro da pizzaiolo, a Curno, firmando un contratto di tre anni.

“Grazie alla Cooperativa Pugno Aperto“, ripete continuamente Abdul. Una riconoscenza sincera, glielo si legge in volto. Negli occhi, lucidi, quando racconta i primi mesi in Italia. E nel sorriso appena abbozzato di chi, pian piano, sta ricominciando a prendere confidenza con il concetto di serenità. “A loro devo tutto, sono la mia famiglia – dice guardando Fabrizio, uno dei ragazzi della coop di Treviolo -. Lui è come papà. Chiara (un’altra operatrice, ndr) come mamma”.

Nei suoi pensieri, ora, corre il sogno di trovare una casa tutta sua. Magari proprio a Curno, così potrebbe andare a lavoro in bici o in bus (“qui mi piace perché c’è tutto quello che serve, ma so che le case non costano poco”). Il datore di lavoro aveva trovato un appartamento a basso costo a Bonate, ma Abdul non ha la patente e anche pochi chilometri, talvolta, possono diventare un ostacolo difficile da superare.

Una mano gliela sta dando Fabrizio Totis, coordinatore del progetto di accoglienza diffusa che il giovane considera una sorta di parente stretto. Stima e affetto sono ricambiati. “È un ragazzo speciale, un modello d’integrazione che ci rende orgogliosi del nostro lavoro”. Nonché la dimostrazione che facendo rete si possono ottenere dei risultati. “A questi ragazzi servono essenzialmente due cose – fa notare Fabrizio – imparare la lingua e un lavoro”. Per questo, verso la fine del 2017, la coop ha deciso di finanziare un corso di formazione (“estremamente pratico”, sottolinea) al quale partecipano 6 dei 37 richiedenti asilo che segue. “Marco, un operatore che in passato ha fatto il pizzaiolo, ha messo a disposizione le sue competenze – prosegue Fabrizio -. La ditta R.A.M.I. di Curno (che si occupa di forniture per la ristorazione, ndr) gli spazi e l’attrezzatura”.

Fabrizio e Abdul

Abdul è entusiasta, mostra grande volontà e predisposizione al lavoro. Per questo la cooperativa, coinvolgendo l’amministrazione di Curno, chiede di avviare un tirocinio di sei mesi in un ristorante. Alla fine accetta il ‘Cookiamoci’ di via Quattro Novembre. “Noi abbiamo finanziato i primi tre mesi, la Caritas i restanti – aggiunge Fabrizio -. Ora Abdul si sente cittadino di Curno, ha un lavoro dignitoso e un progetto di vita”.

L’inizio – come prevedibile – riserva qualche intoppo, ma non per questo il giovane si perde d’animo. “La pizze non sono tutte uguali, ci sono tante varianti e tanti ingredienti – racconta Abdul -. Impararli e tenerli tutti a mente non è stato semplice”, tant’è che spesso consultava Google per capire cosa mettere nel piatto. Ora, però, ha fatto esperienza. E nemmeno deve più portare a casa il menù per studiarlo la notte. “Ho fatto fatica a imparare i nomi dei formaggi (Branzi, Taleggio, ce ne sono davvero troppi, ride) ma adesso preparo velocemente ogni tipo di pizza”. Sulla preferita non ha dubbi: “Bianca, con bufala e pomodorini. La più buona di tutte”.

“A questi ragazzi possiamo dare un’opportunità, ma poi sono loro a doverla cogliere – conclude Fabrizio Totis -. Ovviamente, remare tutti nella stessa direzione aiuta a rendere le cose più semplici”. E questa storia, un po’, lo insegna.

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Commenti

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  1. Scritto da Omar Piazza

    Bella storia di quotidiano lavoro.orgoglioso di esserne parte