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Vite trascorse tra attese, speranze e paure: il cinema le racconta bene fotogallery

La seconda serata dell’IFF: confini difficili da superare, tra i quali la gioventù diventa spiraglio positivo nel futuro

Un limite, un confine, difficile da superare. Vite trascorse tra attese, speranze, stereotipi e paure, con uno sguardo positivo verso il futuro, cercando di non arrendersi mai. Nella seconda serata dell’Integrazione Film Festival, giovedì 11 aprile all’Auditorium di Piazza della Libertà, la sensazione è quella di rimanere sospesi, su un confine, in attesa di qualcosa che, pur guardando ai mali del passato e del presente, sembra trovare uno spiraglio positivo nel futuro.

Attesa come quella di Christian Rodolof, richiedente asilo ivoriano, raccontata nel documentario “Il comandante di Roncobello” di Pietro Bonfanti. Christian ha vissuto un anno in Alta Valle Brembana, a Roncobello, all’interno del Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) per richiedenti asilo. In attesa dei documenti necessari, Christian scrive un manoscritto sui giovani emigrati africani, proponendo anche un personale punto di vista su questioni politiche e coloniali dell’Africa. La politica e la guerra, una in Costa d’Avorio e la Seconda Guerra Mondiale vengono descritte, nei loro orrori, attraverso il confronto tra Christian e l’artista Alfredo Colombo, che fa del suo studio un luogo di creazione e di riflessione storica.

Dal Nord Italia alla Calabria, con “Quasi domani” di Gianluca Loffredo, il confine da superare è quello dell’integrazione degli immigrati all’interno di un piccolo e antico villaggio. Uno sforzo che riguarda sia gli abitanti che gli immigrati, entrambi in varie fasi del processo. Ci sono immigrati completamente integrati, ragazzi che hanno un lavoro e possono permettersi una casa e chi è costretto a spostarsi per trovare lavoro. Poi c’è Lamin, che non riesce a smuoversi dall’attesa per avere i propri documenti per iniziare la propria vita in Italia. Anche tra gli abitanti, poi, c’è chi ha imparato ad accettare gli immigrati e chi invece propone “una soluzione con una tanica di 5 litri di benzina”.

iff 2019

Proprio nel periodo dei tragici fatti di Macerata, dove un uomo spara da un’auto e ferisce sei immigrati, viene ambientato “Yousef” di Mohamed Hossameldin. Yousef, cuoco di successo, cresciuto in Italia da genitori immigrati, diventa cittadino italiano. Proprio in quel momento, però, un fatto tragico lo costringe a dubitare delle proprie convinzioni, quando anche un documento ufficiale non basta a farti riconoscere all’interno di una comunità. Attraverso una precisa scelta stilistica, il regista indugia su alcuni particolari di Yousef, che portano lo spettatore a riflettere sullo stato emotivo e sui pensieri che spaventano il ragazzo, anche lui in bilico su di un confine che non sa come superare. “Una storia molto attuale, che prende come riferimento i neri, additati oggi come il nemico” – spiega Hossameldin. “Per fortuna, i ragazzi sono cresciuti con una mentalità diversa dalla nostra, non percepiscono la paura del diverso”.

Ragazzi e bambini, che nella seconda serata del Festival (organizzato da Cooperativa Ruah e Lab80film), diventano i veri testimoni dell’integrazione. “Sapevate, quando eravate bambini, che cos’era un confine?”. A parlare è il fiume Foyle, a sua volta un confine (questa volta liquido) in una città dell’Irlanda del Nord, conosciuta con due nomi: Derry per i cattolici e Londonderry per i protestanti. Tra materiali d’archivio e sequenze oniriche, il regista Alessandro Negrini in “Tides” narra la storia di questo fiume, un muro liquido che divide due lati di una città separati da 40 anni di conflitti e violazioni. “I muri non sono pericolosi perché esistono, ma perché nessuno ci fa caso” spiega il regista, che gira un film dove vengono mostrati muri solidi, possibili da abbattere solo per chi non si arrende, anche contro tutto e tutti.

Muri e confini, contro l’integrazione, che riguardano anche l’estero, in particolare il Belgio. Francesco Cardarelli ha presentato “Paters”, un cortometraggio in cui tre padri italiani si conoscono a Bruxelles, dove si sono trasferiti per lavoro e dove crescono i propri figli. I padri si incontrano su una panchina di un parco, mentre dialogano e tengono d’occhio, fuori campo, i loro bambini che giocano. Immigrati, in questo caso italiani, che hanno trovato un futuro fuori dall’Italia.

Anche sul palco dell’Integrazione Film Festival è stata utilizzata una panchina, elemento tecnico divenuto simbolo involontario ma efficace di una rassegna cinematografica che guarda al futuro. “In occasione di questo festival, ho ricevuto un invito nobile”, spiega il regista Alessandro Negrini. “Un invito per un luogo, questo auditorium, che per certi aspetti è simile ad bosco rigoglioso, capace di produrre ossigeno culturale ed umano”.

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