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Ironia e riflessione al cinema per mostrare i figli di immigrati nati e cresciuti in Italia fotogallery

Nella prima serata dell'Integrazione Film Festival, uno sguardo attento sui sogni e le speranze, il provincialismo e le paure che accomunano i figli di italiani e di immigrati

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“Per me, che so de Bèrghem, era difficile recitare cercando di imitare l’italiano parlato non perfettamente da un cinese”. Yoon C. Joyce, testimonial della 13ª edizione dell’Integrazione Film Festival, parla di recitazione e della battaglia contro gli stereotipi che porta avanti in qualità di attore, di fronte al pubblico presente all’auditorium di Piazza della Libertà, mercoledì 10 aprile, in occasione della prima serata del festival. “Gli stranieri nati in Italia, con quale accento devono parlare, se non con quello imparato nel luogo in cui sono vissuti?”. Figli di immigrati, che sono e si sentono italiani, ma mai pienamente riconosciuti, sono protagonisti dei film proposti grazie all’impegno di Lab80 film e Cooperativa Ruah, che mostrano il passo successivo all’immigrazione, cioè l’integrazione, lungo un percorso per certi versi ancora difficile da compiere.

“Per fortuna siamo lontani anni luce dalla segregazione razziale americana, posso raccontare l’immigrazione e l’integrazione anche con ironia e sarcasmo”. Un emozionato Amin Nour racconta del suo “Indovina chi ti porto per cena“, dove mostra i timori di un giovane somalo cresciuto a Roma che si sta preparando per incontrare i genitori della sua ragazza, non ancora consapevoli del suo diverso colore della pelle. Il titolo del film riprende quello della pellicola di Stanley Kramer del 1967 “Indovina chi viene a cena?”, che ha come sottotitolo “A love story of today“, letteralmente “Una storia d’amore di oggi”. Proprio l’oggi viene descritto da Amin Nour, che racconta una Roma sarcastica ed ironica, che non si prende troppo sul serio, dove le diverse provenienze vengono sbeffeggiate in maniera ironica, ma nello stesso tempo rispettate. Una Roma che è anche provincialismo e paure, le stesse che attanagliano figli di italiani e figli di immigrati. Un’ironia che torna anche in “Giovani Italiani” di Alessandro Panza, primo film in concorso, dove in una classe multietnica si riflette sui requisiti per essere dei perfetti “giovani italiani”. Una riflessione che vale sia per i figli di immigrati che per gli stessi italiani: “Siamo tutti italiani. Una volta ogni quattro anni”.

integrazione film festival

Adolescenti, figli di immigrati, con le loro riflessioni e i loro dubbi verso il futuro, ritratti attraverso il laboratorio video partecipativo che ha dato origine a “Flying Roots” di Micaela Zurita Poma. Un film che parla di sogni e nello stesso tempo di paure, da sconfiggere solo attraverso la conoscenza.

Paura, pregiudizi e luoghi comuni presenti anche in “Il mondiale in piazza” di Vito Palmieri (Miglior Film Premio MigrArti 2018 del Festival di Venezia). Mentre la nazionale di calcio non riesce a qualificarsi a Russia 2018, nel sud Italia si decide di giocare un mondiale parallelo, dove la squadra della nazionale gareggerà contro altre squadre nazionali composte da immigrati. Alcuni di questi, nati e cresciuti in Italia, vorrebbero giocare nella squadra italiana, ma non gli viene concesso perché figli di stranieri.

Figlio di immigrati è anche il protagonista di “My Tyson” (Miglior Documentario Premio MigrArti 2018), documentario in concorso di Claudio Casale. Alaoma Tyson, campione italiano di boxe dei pesi Youth, è un predestinato sin dalla nascita: viene alla luce mentre a Milano viene accolto il campione di boxe Mike Tyson, dal quale prende il nome. Un nome che segnerà poi il suo destino nel mondo del pugilato. La macchina da presa di Casale mostra gli aspetti quotidiani di Alaoma Tyson, tra amici e allenamenti a Tor Bella Monaca, ma anche la figura della madre, nella descrizione di un viaggio e di una vita, tra passato e futuro. Un percorso di immigrazione, di sradicamento dalle proprie origini, ma anche di conoscenza e accettazione, tra materiale e spirituale.

Percorso e crescita che accomunano le pellicole proposte nella prima serata dell’Integrazione Film Festival, dove si è riflettuto a proposito di ragazzi, figli di immigrati, che si sentono italiani ma che hanno la necessità di ribadire questo concetto. Fino a quando non dovranno più replicare con “io so’ de Roma” o “Ma mé só de Bèrghem”.

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