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Addio procuratore Mapelli, grazie per le “lezioni” di diritto (e di vita)

La sua scomparsa lascia un vuoto difficilmente colmabile, anche nel cuore di noi giornalisti

D’ora in poi farà un certo effetto vedere chiusa la porta di quell’ufficio al secondo piano. Fino a qualche settimana fa era sempre aperta, perché all’interno c’era una persona che ha fatto della gentilezza e della disponibilità i suoi tratti distintivi. Nonostante la sua caratura.

La scomparsa del procuratore capo di Bergamo Walter Mapelli lascia un vuoto difficilmente colmabile nel palazzo di giustizia di piazza Dante, sotto il profilo lavorativo e anche umano. Dal giorno del suo arrivo, due anni e mezzo fa, frequentarlo era diventato più piacevole per tutti, anche per noi giornalisti.

In particolare quando bisognava incontrare, su appuntamento ma anche senza, “il capo”, come l’avevamo simpaticamente soprannominato. Ogni volta che entravi nella sua stanza, dove sulle pareti aveva appeso immagini di Città Alta, del lago d’Iseo e della Presolana, ne uscivi un po’ più ricco.

In primis a livello professionale, perché le comunicazioni con la stampa erano molto informali. Ogni particolare, anche il più tecnico, lui lo spiegava in modo dettagliato e con termini comprensibili da chiunque. Sono tante le cose che ho imparato grazie a lui. Nozioni che mi sono servite anche per superare l’esame di Stato da giornalista professionista, l’estate scorsa. “Bravo, adesso viene il bello…”, mi disse quando glielo comunicai. Come dire: complimenti, ma ora non smettere di impegnarti. Perché lui più che ai festeggiamenti, pensava al lavoro.

Non a caso fino a quando gli è stato possibile, prima del ricovero d’urgenza di un mese fa, da quella scrivania aveva diretto la procura bergamasca, alla quale aveva dato una nuova organizzazione (e un altro piglio).

E fino alla fine ha ricevuto tutti, compresi noi giornalisti a volte un po’ rompiscatole. Non per lui però, umile e cordiale come pochi, nonostante la posizione che ricopriva e le capacità che aveva. Questo è un altro insegnamento che mi lascia. Una lezione di vita, che vale più di qualsiasi esame di Stato.

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